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Il Coppi prigioniero

Aurelio Paolini racconta la guerra dell’Airone

22 Marzo 2020 alle 06:08

Il Coppi prigioniero

foto LaPresse

Coppi prigioniero, Coppi cooperante, Coppi attendente, Coppi autista. Coppi senza bici, ma a piedi. Coppi senza la maglia biancoceleste, ma in divisa militare. Lui, Aurelio Paolini, lo conobbe così.

 

Marchigiano di Montefano (a una ventina di chilometri da Macerata), cento anni e due mesi (data di nascita: 10 gennaio 1920), vecchia quercia con mille rami (moglie, Diva; due figli, Pietro e Franco; due nuore, cinque nipoti e tre bisnipoti), contadino a mezzadria, poi muratore, in bici fino all’età di ottant’anni, poi almeno cinque chilometri a piedi ogni giorno, Paolini si trova adesso agli “arresti domiciliari” per paura del coronavirus. Ma la memoria, soprattutto per quegli anni spezzati dalla guerra, naviga tranquilla.

 

“Ero geniere telegrafista – racconta– Dopo la battaglia di El Alamein, ottobre-novembre 1942, e la ritirata, la resa, eroica, onorevole, maggio 1943, fui fatto prigioniero e trasferito in camion dalla Tunisia all’Algeria. Gli inglesi ci dissero che nel periodo di prigionia ci avrebbero trattato come i loro soldati. E così fu. Sette mesi, spostandosi di notte per evitare i raid aerei. Coppi, caporale, anche lui catturato dagli inglesi, era nello stesso campo di concentramento, ma non lo sapevo. In Algeria rimanemmo sei mesi, non più prigionieri ma ormai al servizio degli inglesi, finché ci imbarcarono per portarci a Taranto. E solo sulla nave venni a sapere che con noi c’era anche Coppi, che era già famoso. Nel 1940 aveva vinto il Giro d’Italia e nel 1942 aveva stabilito il primato dell’ora in pista al Vigorelli. Allora il ciclismo era il nostro sport nazionale, infinitamente più popolare del calcio”.

 

Paolini guida la macchina del tempo: “Quando da Taranto ci spostarono a Caserta nella Reggia, io venni assegnato fra i camerieri alla mensa ufficiali, invece Fausto era l’autista attendente del capitano Towell (Ronald Smith Towell, ndr) che dirigeva la mensa. Ci incontrammo finalmente lì. C’era anche il generale Montgomery (Sir Bernard Law Montgomery, ndr), quello del cappotto, che ci aveva sconfitto a El Alamein: lo conobbi e lo servii. Fausto veniva a mangiare. Diventammo subito amici. Era un bravo ragazzo, serio. Nei momenti liberi parlavamo tanto, più io che lui, ma si confidava volentieri. Si lamentava perché non poteva allenarsi. Cercavo di tirarlo su di morale, ma era scoraggiato. Chissà quando finirà questa guerra, ripeteva. Passammo qualche ora felice quando venne a trovarlo Serse, suo fratello, così diverso da lui, sempre allegro. Povero Serse! Sarebbe morto nel 1951, stava per concludere la Milano-Torino, una ruota della bici finì dentro una rotaia del tram, batté la testa, sembrava niente, invece dopo qualche ora morì”.

 

Paolini si accorse di quanto Coppi fosse un tutt’uno con la bicicletta. “Ne era innamorato, raccontava che aveva cominciato a correre da professionista nel 1939, poi era diventato gregario di Bartali nella Legnano. E che aiutò subito Bartali a vincere la Milano-Sanremo del 1940. Fausto voleva una bici per tenere le gambe in movimento. Chissà che cosa avrebbe dato per potersene procurare una. E confidava che, per lui, pedalare in montagna era come una magia. Dopo qualche mese ci fecero tornare a casa. Fausto mi promise che, se fosse venuto dalle mie parti, mi avrebbe cercato”.

 

Fu Paolini a cercare e trovare Coppi: “Nel 1952 il barbiere di Montefano mi disse che a Macerata si sarebbe corso il Circuito dei Giardini con Coppi. Chiesi dove fosse la partenza, andai, mi appostai e, come lo vidi, lo chiamai: ‘Fausto!’. Si voltò, si avvicinò, mi rispose: ‘Ora non c’è tempo, vieni a trovarmi dopo all’Albergo Italia’. L’albergo era sulla piazza della prefettura: tanta gente, tanti poliziotti, due anche davanti all’ingresso dell’albergo. Dissi loro che mi aspettava Fausto Coppi. Scoppiarono a ridere e mi bloccarono. Vidi un cameriere, lo fermai, gli domandai se potessi andare da Coppi. Mi rispose che stava facendo la doccia e se ne andò. Ma a questo punto uno dei due poliziotti si impietosì, mi fece un cenno e salii in camera di Fausto. Ci abbracciammo commossi, eravamo così commossi che non riuscivamo neppure a parlare. Fausto era con Bruna, la moglie. Mi chiese se avessi bisogno di qualcosa: ‘Posso aiutarti?’. Lo ringraziai di cuore, ma ero già felice così. Chiacchierammo, poi mi diede una sua fotografia, ci fece su l’autografo, mi promise che alla prima occasione sarebbe venuto a trovarmi a Montefano. Invece non lo rividi mai più”. Il 2 gennaio 1960, alla radio, Paolini seppe della morte del Campionissimo: “Fu come una coltellata al cuore”.

Marco Pastonesi

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