La miglior difesa è l'attacco

Leo Lombardi

Si è sempre detto che in Serie A, per vincere lo scudetto, basta incassare meno gol. L'attuale campionato, e la classifica dei marcatori, mostrano un'inversione di tendenza

Massimiliano Allegri ne aveva fatto il personalissimo cavallo di battaglia: “In Italia gli scudetti si vincono con la migliore difesa”. Come dargli torto? L'ultima capace di chiudere in testa il campionato senza avere la porta meno battuta era stata l'Inter nel 2007, con tre gol in più (34 a 31) rispetto alla Fiorentina. Da allora solo parola alla difesa, con uno specialissimo avvocato nel tecnico livornese andato ad aggiungere cinque scudetti consecutivi ai tre già vinti da Antonio Conte nella Juventus, sempre con la retroguardia più forte della serie A. Allo stesso modo è stato difficile vedere l'accoppiata scudetto-miglior realizzatore. L'ultimo a farcela è stato Zlatan Ibrahimovic, con le sue 25 reti nell'Inter 2009. Quella dei marcatori è sempre stata una classifica a sé stante, determinata da particolari anni di grazia di un singolo: i 26 gol del sampdoriano Fabio Quagliarella nella passata stagione sono l'ultimo esempio. Ma l'attuale campionato appare deciso a invertire almeno una tendenza: se non quella delle reti evitate, almeno quella di quelle segnate da chi - alla fine - vince poi lo scudetto. La graduatoria dei marcatori, per una volta, ricalca quella delle squadre. Con posizioni mischiate, è vero, ma che vedono ai primi tre posti altrettanti giocatori delle squadre a loro volta primi tre posti. Con una tendenza che prevede di proporre tale situazione a fine stagione, su entrambi i fronti. E con il record di Gonzalo Higuain (36 reti con il Napoli 2015-16) che rischia di non essere più tale.

 

 

Il merito è innanzitutto di Ciro Immobile che, alla Lazio, sta vivendo l'ennesimo anno di grazia. Non più casuale, a questo punto, visto che si protrae dal 2016-17. In quella stagione il centravanti è reduce da un personale fallimento all'estero. Prima al Borussia Dortmund, che nel 2014 lo paga quasi 20 milioni per prenderlo dal Torino. In Germania la lingua è però un ostacolo insormontabile, e da quelle parti non transigono. E ti criticano anche quando segni: chiedere al Luca Toni del Bayern. Immobile manco quello riesce a fare e il ritorno immediato è logica conseguenza, con un mordi e fuggi a Siviglia e un bagno purificatore al Torino. Alla Lazio la sua fortuna è trovare un allenatore che è stato centravanti come Simone Inzaghi e che sa come sfruttarne le qualità: il fiuto sottoporta, innanzitutto, e poi una fisicità straripante che regge da sola il peso della prima linea. In quattro annate la peggiore è stata l'ultima, con “appena” 15 gol. In quella attuale Immobile viaggia a ritmi ancora più alti di quelli tenuti da Higuain, con 25 reti in 21 partite. La Lazio ha cambiato passo da sedici giornate, non è un caso che il suo centravanti non abbia segnato solo in tre di queste, trovandosi lì in alto, dove nessuno l'aveva pronosticata.

 

 

Una Lazio che si è divertita a incrinare per prima le certezze della Juventus, in campionato e nella Supercoppa italiana. Un periodo poco lucido per i bianconeri che, se hanno potuto tenere il passo da capolista, devono ringraziare Cristiano Ronaldo, che insegue Immobile con 19 reti in altrettante partite. Non è più il CR7 che inanellava marcature continue nella Liga, è piuttosto quello delle ultime due stagioni del Real Madrid, quando teneva la media di un gol a gara, centellinato nell'utilizzo da Zinedine Zidane. Cosa che non accade a Torino, al punto da far pensare a un Maurizio Sarri ostaggio delle voglie del portoghese, come parecchi hanno insinuato. Che sia vero o no (come sia vero o no che la Juventus sia più “sarriana” quando il portoghese non gioca), oggi Ronaldo ha trovato una continuità che non si era vista nella prima stagione italiana. Contro la Fiorentina è andato a segno per la nona volta consecutiva, cosa che aveva saputo fare solo David Trezeguet nel 2005-06. Oggi Ronaldo è leader ancora più incontrastato dei bianconeri, farlo a 35 anni (che compie martedì 5 febbraio) dà il senso dell'operazione tecnico-commerciale voluta da Andrea Agnelli: per la Juventius sono preziosi i 19 gol in campionato come lo sono i 200 milioni di follower su Instagram.

 

  

Chiude Romelu Lukaku, che aveva mandato in avanscoperta il fratellino Jordan, pressoché una comparsa nella Lazio. È arrivato in estate nell'Inter da costruire a immagine e somiglianza di Antonio Conte, che aveva voluto fortemente il centravanti desiderato anche dalla Juventus. Sul campo il belga è il prolungamento del tecnico: uno che non molla fino all'ultimo, uno che cerca la soluzione nella matassa più intricata. Uno che ha subito saputo farsi voler bene dai tifosi, al di là dei 15 gol (11 in trasferta). L'episodio che ha scalfito anche il cuore più duro si è verificato nella partita contro il Genoa, quando ha lasciato al giovanissimo Sebastiano Esposito il rigore perché potesse realizzare il suo primo gol in serie A. Una professionalità che si vede anche nelle interviste, concesse in italiano dopo pochi mesi di permanenza dalle nostre parti. Una presenza, la sua, che non solo fa il bene dell'Inter, ma che influisce positivamente anche sul calcio italiano tutto. La scelta di Lukaku ha convinto altri colleghi a lasciare la Premier League (Christian Eriksen l'ultimo esempio) attratti da un regime fiscale favorevole e da un campionato che faticosamente vuole tornare a essere un punto di riferimento. E tre attaccanti così sono un'ulteriore ottima referenza.