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Lo stadio come esperimento sociale no, grazie

La polizia italiana questa settimana ha daspato 115 ultras in seguito a degli scontri avvenuti in due occasioni in una curva dello stadio del Torino tra sostenitori granata e tifosi del Napoli e dell’Inter

14 Dicembre 2019 alle 06:11

Lo stadio come esperimento sociale no, grazie

Foto LaPresse

La scorsa settimana durante il derby di Manchester un tifoso cretino del City ha fatto il verso della scimmia verso un giocatore di colore avversario, Fred dello United. Il tizio è stato immediatamente arrestato, cacciato a vita da tutte le partite della propria squadra del cuore e licenziato dal suo lavoro. Non c’è perdono per il razzista da stadio, anche se ha la squadra piena di calciatori di colore che passa il tempo a incitare e applaudire. Cori di “bene” e “così si fa” sono piovuti da ogni dove, soprattutto dall’Italia, sempre più convinta di avere un problema razzismo molto più grande di quello che è. La repressione è una cosa brutta, ma quando è democratica e fatta in nome dei veri valori non ci dispiace. A me invece non va giù, ma confesso di considerare quasi libertaria la misura adottata nella mia Inghilterra rispetto alle ultime notizie che sul fronte curve e stadi arrivano dall’Italia. Leggo che, con una mossa che avrebbe dato a Orwell e Burgess materiale per un paio di romanzi distopici, la polizia italiana questa settimana ha daspato 115 ultras in seguito a degli scontri avvenuti in due occasioni in una curva dello stadio del Torino tra sostenitori granata e tifosi del Napoli e dell’Inter. Bene, i violenti vanno fermati a tutti i costi, ci mancherebbe. Certo, in attesa della società perfetta verso cui il progresso ci sta portando, sapendo con chi si ha a che fare sarebbe stato il caso di non agevolare certi contatti tra tifoserie “calde”, e io da ingenuo mi sono chiesto cosa ci facessero gli ultras di due squadre avversarie nello stesso settore di un gruppo di ultras della squadra di casa. La risposta è arrivata in una conferenza stampa surreale mercoledì: ma quale curva, ma quali ultras, ma quali Toro, Inter e Napoli, quello a cui si è assistito a Torino non era nient’altro che un “esperimento sociale”. Così hanno spiegato polizia e Digos. Vediamo se mescolati insieme i tifosi si picchiano o vanno d’amore e d’accordo, insomma. Al grido di “lo stadio deve tornare a essere un luogo per le famiglie”, le forze dell’ordine italiane hanno trattato le tifoserie come cavie, senza dire niente a nessuno se non dopo gli arresti e i Daspo.

 

Cari tifosi, eravate in un laboratorio e non lo sapevate. Ma tranquilli, sono stati eliminati quelli che si comportano male, le mele marce: è bastato metterli nelle condizioni di fare a botte e ci sono cascati. E quelli che non ci sono cascati comunque non erano seduti al loro posto, Daspo anche per loro. Lo stadio come “esperimento sociale” all’insaputa dei tifosi è la nuova frontiera della riprogrammazione dei tifosi in fruitori di un servizio di intrattenimento.

 

L’etichetta di impresentabilità sociale cucita addosso a chi si lascia andare, l’esilio per chi sbaglia, l’impossibilità di essere perdonati, il tifoso è cliente ma il cliente ha ragione solo se fa quello che dico io. Nulla di nuovo, in realtà: l’illusione che eliminando il cattivo di turno saremo finalmente tutti buoni è antica come il mondo. Il cattivo oggi fa l’ultrà allo stadio (e vota Brexit e per i sovranisti, of course), raddrizzato lui sarà raddrizzato anche il legno storto dell’umanità. Stufi di ricette e appelli all’educazione e alla cultura, si è finalmente passati al livello successivo: l’esperimento sociale, appunto. Che è solo un nome nuovo per continuare a sacrificare i soliti capri espiatori sulla pubblica piazza, prendere i nostri smartphone e twittare orgogliosi che “noi non siamo come loro”.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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