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Lo stadio come esperimento sociale no, grazie
La polizia italiana questa settimana ha daspato 115 ultras in seguito a degli scontri avvenuti in due occasioni in una curva dello stadio del Torino tra sostenitori granata e tifosi del Napoli e dell’Inter
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13 DEC 19
Ultimo aggiornamento: 07:44 PM

La scorsa settimana durante il derby di Manchester un tifoso cretino del City ha fatto il verso della scimmia verso un giocatore di colore avversario, Fred dello United. Il tizio è stato immediatamente arrestato, cacciato a vita da tutte le partite della propria squadra del cuore e licenziato dal suo lavoro. Non c’è perdono per il razzista da stadio, anche se ha la squadra piena di calciatori di colore che passa il tempo a incitare e applaudire. Cori di “bene” e “così si fa” sono piovuti da ogni dove, soprattutto dall’Italia, sempre più convinta di avere un problema razzismo molto più grande di quello che è. La repressione è una cosa brutta, ma quando è democratica e fatta in nome dei veri valori non ci dispiace. A me invece non va giù, ma confesso di considerare quasi libertaria la misura adottata nella mia Inghilterra rispetto alle ultime notizie che sul fronte curve e stadi arrivano dall’Italia. Leggo che, con una mossa che avrebbe dato a Orwell e Burgess materiale per un paio di romanzi distopici, la polizia italiana questa settimana ha daspato 115 ultras in seguito a degli scontri avvenuti in due occasioni in una curva dello stadio del Torino tra sostenitori granata e tifosi del Napoli e dell’Inter. Bene, i violenti vanno fermati a tutti i costi, ci mancherebbe. Certo, in attesa della società perfetta verso cui il progresso ci sta portando, sapendo con chi si ha a che fare sarebbe stato il caso di non agevolare certi contatti tra tifoserie “calde”, e io da ingenuo mi sono chiesto cosa ci facessero gli ultras di due squadre avversarie nello stesso settore di un gruppo di ultras della squadra di casa. La risposta è arrivata in una conferenza stampa surreale mercoledì: ma quale curva, ma quali ultras, ma quali Toro, Inter e Napoli, quello a cui si è assistito a Torino non era nient’altro che un “esperimento sociale”. Così hanno spiegato polizia e Digos. Vediamo se mescolati insieme i tifosi si picchiano o vanno d’amore e d’accordo, insomma. Al grido di “lo stadio deve tornare a essere un luogo per le famiglie”, le forze dell’ordine italiane hanno trattato le tifoserie come cavie, senza dire niente a nessuno se non dopo gli arresti e i Daspo.
Cari tifosi, eravate in un laboratorio e non lo sapevate. Ma tranquilli, sono stati eliminati quelli che si comportano male, le mele marce: è bastato metterli nelle condizioni di fare a botte e ci sono cascati. E quelli che non ci sono cascati comunque non erano seduti al loro posto, Daspo anche per loro. Lo stadio come “esperimento sociale” all’insaputa dei tifosi è la nuova frontiera della riprogrammazione dei tifosi in fruitori di un servizio di intrattenimento.
L’etichetta di impresentabilità sociale cucita addosso a chi si lascia andare, l’esilio per chi sbaglia, l’impossibilità di essere perdonati, il tifoso è cliente ma il cliente ha ragione solo se fa quello che dico io. Nulla di nuovo, in realtà: l’illusione che eliminando il cattivo di turno saremo finalmente tutti buoni è antica come il mondo. Il cattivo oggi fa l’ultrà allo stadio (e vota Brexit e per i sovranisti, of course), raddrizzato lui sarà raddrizzato anche il legno storto dell’umanità. Stufi di ricette e appelli all’educazione e alla cultura, si è finalmente passati al livello successivo: l’esperimento sociale, appunto. Che è solo un nome nuovo per continuare a sacrificare i soliti capri espiatori sulla pubblica piazza, prendere i nostri smartphone e twittare orgogliosi che “noi non siamo come loro”.