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La Juve è prima in classifica: delle curve 4.0

Cosa ci dice l’inchiesta di Torino sul nuovo modello del calcio. Ci salverà il mercato

Maurizio Crippa

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17 Settembre 2019 alle 18:38

La Juve è prima in classifica: delle curve 4.0

Questura, operazione 'Last Banner' nei confronti delle frange ultrà della Juventus (LaPresse)

Mentre il colpo alla nuca in un deserto parco romano che ha freddato Diabolik, re delinquente della tifoseria della Lazio, somiglia sempre più a un capitolo di Romanzo criminale; mentre la procura di Milano alza le antenne su una guerra tra cosche rivali per la spartizione della curva dell’Inter (ma anche la sponda rossonera ha i suoi attenzionati), la Juventus è prima in classifica. Parliamo sul serio, senza ironie e soprattutto senza offesa. La Juventus è prima in una speciale classifica, quella che potremmo chiamare delle “curve 4.0”. Dopo molti anni sprecati a inseguire, senza acchiapparle, tifoserie intese a delinquere (non solo la Vecchia signora, ma tutte le squadre di calcio italiane) la società di Torino sta in questi giorni osservando con sollievo, o soddisfazione, gli sviluppi dell’indagine “Last banner” che ha portato all’arresto di esponenti di spicco, e noti da anni, della tifoseria bianconera per reati che sembrano ricalcare quelli della criminalità organizzata: dall’estorsione alla violenza alle minacce.

  

E’ un’indagine scaturita da una denuncia della stessa società (più altri filoni). Questo è il fatto nuovo. Per meglio dire: anche in passato, magari non troppo spesso, alle società professionistiche era capitato di denunciare fatti criminosi legati al tifo organizzato. Ma sempre con qualche timidezza o reticenza: la zona grigia era troppo ampia. Perché un tempo, un tempo calcistico che in Italia arriva fino all’oggi, mentre in altri paesi no, le squadre avevano bisogno delle proprie curve. Per riempire lo stadio, per organizzare le trasferte, per gestire il bagarinaggio su cui si chiudevano gli occhi e per altri scopi non sempre commendevoli, comprese le guerre ad personam su commissione. Loro in cambio avevano mani libere, zone franche e forza contrattuale: da lì a trasformarsi in una rete di illegalità il passo è breve.

   

Il caso Juventus mostra un cambio d’epoca. E’ il club più ricco e più organizzato d’Italia, da tempo guarda per il suo “business” a una dimensione europea, in cui il radicamento territoriale è meno importante. Di quella forma arcaica di tifoseria, del rapporto ambiguo tra i padroni del terreno di gioco e chi organizza la massa del pubblico – qualcosa che evoca la mafia rurale – non sa più che farsene. La squadra ha uno stadio di proprietà piccolo ma molto redditizio (i biglietti sono cari). Non ha bisogno di grandi numeri per riempire grandi curve a prezzi popolari (o addirittura regalando biglietti, con commerci non sempre limpidi). Vuole e avrà un pubblico disposto a pagare bene per lo spettacolo e per stare bene. Gli altri, quelle masse eterodirette, pericolose, ma soprattutto poco appetibili a livello di incassi e di fatturato indotto, anzi costose fino al ricatto, non servono più. E se la magistratura aiuta a far pulizia della componente illegale, meglio. (Non è escluso che la Signora, o in futuro altri club, non debba pagare pegno a questo repulisti: fa parte del rischio d’impresa) Nel nuovo calcio il pubblico non funzionale al business, o peggio disfunzionale sotto il profilo della legalità e dell’immagine del club, sarà relegato al quarto anello: starà a casa con l’abbonamento pay-tv, il nuovo marchio del tifoso proletarizzato. Tra qualche anno, in quelle che furono le curve violente, vedremo degli educati sventolatori pagati dagli sponsor. Non è detto, ma non è nemmeno improbabile.

  

La Vecchia signora è avanti in questa trasformazione delle curve 4.0 che è trasformazione del calcio. Le milanesi, vedi il progetto nuovo San Siro, seguono a distanza; il resto delle grandi squadre è ancora alle prese con regole d’ingaggio da calcio fiorentino. Il processo non è lineare, la proprietà dello stadio non ha, fino a ieri, messo al riparo la Juventus né disinfettato la sua tifoseria. Ma se non si vuole restare al regime criminale finora conosciuto la direzione di marcia è quella. Con una piccola annotazione. In altri paesi, prima di tutti l’Inghilterra, questo processo fu guidato dalla politica. In Italia, paese anarchico, alla fine ci penserà il mercato.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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