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Alla gente non frega niente del doping

La difesa di Schwazer dalle accuse e il nostro amore per i campioni

14 Settembre 2019 alle 06:00

Alla gente non frega niente del doping

Scena finale del film “L’Avvocato del Diavolo”. Un mefistofelico Al Pacino sentenzia: “Vanità, il peccato che preferisco”. Parlando di sport, il peccato sportivo preferito, e più trattato, dai giornalisti è il doping. Ne riempiamo pagine e pagine, discutendone e dividendoci tra innocentisti e colpevolisti e, nel caso di Alex Schwazer, tornato alla ribalta in questi giorni, i primi superano di gran lunga i secondi. Ma tutto a uso interno. Se il peccato più grande nello sport per i giornalisti italiani è il doping, il peccato più grande dei giornalisti italiani è l’onanismo. Il rigurgito sul tema doping è dovuto al marciatore azzurro medaglia d’oro a Pechino 2008 nella 50 chilometri che lotta per la sua innocenza da tre anni. Tornato a gareggiare, dopo la prima condanna, a pochi mesi da Rio de Janeiro 2016, ottiene il pass olimpico vincendo la prova di Coppa del Mondo di Roma, ma risulta nuovamente positivo al testosterone. E qui comincia il giro di valzer delle provette, del DNA, del complotto dei Poteri Forti. La perizia dei Ris di Parma avvalora la tesi della manomissione delle fiale. A sostenerla con forza c’è anche l’allenatore a cui il marciatore di Vipiteno si è affidato per la rivincita poi naufragata.

  

Sandro Donati è il tecnico antidoping e anti-frodi per eccellenza, l’uomo che denunciò l’imbroglio dei Mondiali del 1987, i centimetri aggiunti da una “manina” per far ottenere il bronzo a Giovanni Evangelisti nel salto in lungo. Uomo contro, fustigatore del doping come sistema, personaggio scomodo ma integerrimo, ripete: “Il doping crea dipendenza, da chi te lo dà, da chi sa che lo pratichi”. Donati è convinto che ci sia stata una macchinazione per colpire lui più che Schwazer, e due giorni fa, fuori dal tribunale di Bolzano, ha annunciato: “Se non mi mettono in bocca una pistola, racconterò tutto”. Schwazer lotta ormai solo per il suo onore e per un doveroso risarcimento, se verrà stabilito che ha subito un torto. La sua carriera sportiva, in ogni caso, è stata spezzata. Può sembrare folle, ma dovremmo sperare nella sua colpevolezza perché non esisterebbe risarcimento per quello che ha subito, a livello umano soprattutto. Schwazer va avanti, il 7 settembre ha sposato Kathrin Freund che gli è stata accanto nei mesi della seconda squalifica e che gli ha dato Ida, due anni e mezzo. Ma quello che ha perso è enorme.

   
Qui, più che del caso Schwazer, vogliamo parlare del doping come fenomeno mediatico, la cui presenza sui media è inversamente proporzionale all’interesse popolare. Diciamola tutta: al popolo, del doping, non gliene frega nulla. Alzi la mano il giornalista sportivo che è stato interpellato sul doping dal solito tifoso di passaggio, al bar, sul treno, dal barbiere. Zero. Il calciomercato, la Juve, l’ultimo rigore, gli arbitri, la Ferrari. Perfino le barche di Coppa America, Azzurra, il Moro e Luna Rossa attizzavano le folle più dei fatti di doping. I media normalmente, assecondano, dopo i loro editori, la pancia dei loro lettori, ma fanno un’eccezione sul doping. Forse una botta di educazione civica. Non si spiega altrimenti lo spazio concesso al doping. Il senso italiano per il doping raggiunge vette paradossali. A Seul ’88, l’Olimpiade dopo il caso di Ben Johnson, il canadese brutto, cattivo e dopato opposto a Carl Lewis, l’americano bello, buono e onesto (poi, nel terzo millennio, si scoprì che anche lui aveva le sue provette nell’armadio), si scatenò una sorta di maccartismo. C’erano processi a tutte le ore. A notte fonda, in un hotel vennero esaminati i casi di tre sollevatori di peso spagnoli e del velocista inglese Linford Christie, (poi assolto). Presenti: una ventina di giornalisti inglesi, quattro o cinque spagnoli, e fin qui tutto regolare. Poi c’erano tre italiani, quorum ego. Nessun’altra nazione rappresentata.

  
Il doping, nel nostro paese, ha suscitato interesse popolare e provocato un rigurgito di giustizialismo solo dopo la denuncia di Zdenek Zeman del 1998 sulla “farmacia” nel calcio e alla Juventus in particolare. Da lì partì l’inchiesta di Raffaele Guariniello e fu l’unica volta che l’Italia ebbe una fibrillazione riguardo al doping nello sport. Ma perché c’era di mezzo il calcio e soprattutto la Juventus. Altrimenti anche lì, arrivederci e grazie.

   
Poi c’è un aspetto esistenziale. Tra tutti i peccatori sportivi, l’atleta dopato è quello che indigna di meno, è quello per cui proviamo, prima del rancore per quello che ha fatto, prima della delusione per il tradimento dei sacri principi, prima del desiderio di una punizione esemplare, un senso di dispiacere. Per noi che l’abbiamo esaltato e per lui, perché lo ritroviamo in catene, con la vita sportiva spezzata. La vera accusa che vorremmo rivolgergli è: non ti dovevi far beccare, diamine. Tutti sanno che i ciclisti hanno sempre preso aiutini, da Fausto Coppi in giù. Marco Pantani, che per la cronaca non fu mai trovato positivo in carriera, ma venne fermato al Giro del 1999 per l’ematrocito fuori norma, è venerato come un martire. Forse anche per la sua vicenda umana, triste, solitaria y final.

   
Al recente Meeting di Rimini, Alex Schwazer, con Sandro Donati, ha ricevuto una standing ovation. I due hanno raccontato il loro rapporto di amicizia che ha oltrepassato aspetto professionale e questione giudiziaria. Anzi l’amicizia, con Donati certo dell’innocenza dell’atleta, si è cementata nelle tribolazioni.

  
Il problema della gestione del doping, in Italia, come ha testimoniato anche il caso di Filippo Magnini, condannato solo per una frequentazione malaccorta, è che si è passati, al solito, da niente a tutto. Dopo lo scandalo di fine anni Novanta che spazzò via i vertici del Coni e il laboratorio dell’Acqua Acetosa, si è passati dal porto delle nebbie alla ghigliottina. Insomma, è una materia complessa, che andrebbe ripensata, ridiscussa, riformata. Ma lo diciamo qui, tra noi pochi intimi, anche se ci sono esistenze in gioco, come quella di Alex Schwazer. Ammesso che ci sia un po’ di interesse, scatta il punto due: oggi riprende il campionato.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    14 Settembre 2019 - 11:52

    C'è un ulteriore aspetto del rapporto tra il doping e la gente. Tra quelli che lo sport lo guardano e quelli che lo praticano, i secondi sono minoranza in Italia e quasi ovunque nel mondo, ma non più pari a zero come qualche decina di anni fa. Ai primi non frega niente, e hanno ragione come ben spiegato nel pezzo. Ai secondi invece interessa abbastanza e il fenomeno conseguente è tipicamente italico, anzi proprio grillino. Il doping è molto più diffuso tra gli amatori di mezza e fondo classifica che nell'élite pro. Probabilità di controlli prossima allo zero -costano-, massima disponibilità di anfetamine. Perfino di dopanti ematici sul mercato nero degli ammanchi dalle strutture pubbliche - e chi non conosce un infermiere? Volume e condivisione dello strillo dell'ambiente sportivo praticante contro la kasta dei dopati nell'élite (il tuo doping) sono spesso l'autoassoluzione per quello tacitamente definito 'di necessità' (il mio) esattamente come il nero, l'abuso edilizio e l'evasione.

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