Così si diventa campioni. Fagioli, il 10 della Juve che tutti vogliono

Giorgia Mecca

Parla il centrocampista della Juventus Primavera considerato uno dei giovani più promettenti al mondo. Ecco come il settore giovanile bianconero prepara i campioni di domani

Una delle immagini più significative del calcio contemporaneo l’ha scattata due anni fa Ezequiel Lavezzi. È il 19 giugno 2016, l’Argentina ha appena conquistato l’accesso alle semifinali di Copa América battendo il Venezuela 4 a 1. Negli spogliatoi, però, nessuno festeggia. Di più: nessuno si guarda negli occhi. La foto mostra sette ragazzi con la faccia incollata allo smartphone, che non parlano e non sorridono tra di loro.

 

 

 

Reduci del secolo del calcio, i giocatori raccolgono, giustamente ciò che gli è stato concesso di seminare: soldi, selfie, follower. Autografi sì, ma con parsimonia. Novanta minuti dentro a un campo e poi subito fuori, con cuffie enormi sopra le orecchie per non sentire le voci degli altri. E cosa dire del calcio vero, quello giocato? Piace ancora, si vede sempre meno. Quando Andrés Iniesta, dopo 22 anni passati al Barcellona, ha deciso di lasciare il calcio europeo per prepararsi al ritiro, alcuni hanno pianto insieme a lui, altri hanno pensato che fosse la fine di un’epoca. “Quando giocava, Don Andrés non era al servizio del proprio specchio, ma del gioco”, ha detto Nikita Michalkov in un’intervista alla giornalista di Repubblica Emanuela Audisio. Succede quando ami il pallone e la maglia che indossi più di te stesso. Iniesta, seduto da solo dentro a un Camp Nou deserto, ha abbandonato il campo e la Spagna. Il calcio però continua ed è sempre meno uno sport di squadra. I tifosi più giovani agiscono di conseguenza. Un’inchiesta pubblicata dalla Cnn ha rivelato che la Generazione Z, quella nata tra gli anni Novanta e il Duemila, non tifa più per la squadra, ma per il singolo giocatore, e non importa se la squadra sta lì da cento anni mentre i fuoriclasse vanno e vengono. 

 

 

Quando Cristiano Ronaldo è arrivato a Torino, nel giro di pochi giorni la Juventus ha acquisito 3,5 milioni di follower, il Real li ha persi. Sono seguaci, tifosi virtuali, ma vale tutto in questo nuovo mondo in cui l’erba su cui si gioca è uno dei tanti terreni calpestati dai calciatori, forse il più importante, forse nemmeno..

 

Ci si dimentica di tutto questo guardando negli occhi Nicolò Fagioli, che ha 17 anni e 10 mesi, quasi tutti trascorsi a rincorrere un pallone. Fagioli veste la maglia numero 10 ed è il centrocampista della Juventus Primavera allenata da Francesco Baldini. Il Guardian quest’anno lo ha inserito nella lista delle 60 migliori promesse del calcio che verrà, è uno dei tre italiani insieme a Pietro Pellegri e a Eddy Salcedo Mora. Il futuro è dalla loro parte, il talento anche. Lui ne è al corrente ma rimane con i piedi per terra. La famiglia lo aiuta, la società anche. E’ timidissimo, parla a voce bassa, si imbarazza facilmente e diventa subito rosso.

 

“Vengo da una famiglia di bianconeri, mio papà era della Juve, come mio nonno prima di lui”. Da qualche parte in provincia il calcio è ancora una tradizione da rispettare e tramandare. Nicolò è nato il 12 febbraio 2001 a Piacenza; la prima immagine di cui ha memoria sono i Mondiali di calcio del 2006: “Le partite non le ricordo bene, il momento dei rigori però sì, come se fosse successo l’altro ieri”. Lui aveva 5 anni e aveva già cominciato a giocare. Come tutti i bambini del mondo: all’inizio nel cortile di casa, poi a scuola durante l’intervallo, poi finalmente in una società dilettantistica a pochi chilometri da casa sua. Giocava sempre, non si stancava mai. Quando non era in campo, si incollava davanti a uno schermo e guardava tutte le partite che trasmettevano in televisione.

 

 

E’ cresciuto con il mito di Alessandro Del Piero, logica conseguenza dell’essere nati bianconeri all’inizio del Duemila. Poi a 10 anni qualcuno si è accorto di lui. “I primi che vennero a vedermi furono quelli dell’Inter”. La Juve è arrivata subito dopo e da allora non l’ha più lasciato andare via. Appena il ragazzo ha compiuto 15 anni e il regolamento federale ha consentito il trasferimento, Nicolò è partito per Torino senza nessuna paura di rimorsi, rimpianti o nostalgie. Aveva un sogno e stava per realizzarlo, i suoi genitori, Laura e Marco, non potevano fare altro che essere contenti per lui. Prima di partire aveva fatto qualche provino a Vinovo, il training center fondato nel 2006 dove oggi si allenano i settori giovanili, l’under 23 e la squadra femminile (la prima squadra da questa stagione ha cambiato residenza, ora si allena alla Continassa).

 

“Dopo l’allenamento mi ricordo che mi sono fermato a guardare la prima squadra: erano i tempi di Pogba, Vidal e Marchisio. Sarei rimasto a studiarli per ore”. Entrando nella struttura, Fagioli era rimasto stupito da un altro dettaglio: nella passerella che porta al campo di allenamento si è trovato davanti agli occhi tutto il passato e la leggenda della Juventus: la coppa dei Campioni alzata verso il cielo di Roma il 22 maggio 1996, Del Piero e il suo record assoluto di 705 presenze ufficiali in maglia bianconera, l’esordio di Giampiero Boniperti in prima squadra, il 2 marzo 1947. E’ così che si rinnova la storia di un grande amore. “Avrei fatto di tutto per potermi fermare”. Così è stato.

 

Nicolò ha esordito nelle giovanili della Juve nel luglio 2015. A settembre dello stesso anno ha cominciato a frequentare lo Juventus College, il liceo scientifico a indirizzo sportivo a cui oggi sono iscritti 93 ragazzi e 13 ragazze. Ora fa quarta superiore e vive nel convitto creato dalla società, insieme ad altri 75 ragazzi, maschi e femmine. Per lui questa vita è un orgoglio e un privilegio. Il privilegio consiste nell’andare ogni giorno a scuola fino all’una, nel pranzare velocemente per poter arrivare entro le 14,30 al campo. I ragazzi si allenano tutti i pomeriggi fino alle 18; alle 19 in punto una navetta li riporta verso casa.

 

Tra Messi e Ronaldo tifava Messi.
“Poi ho visto CR7 e ho cambiato idea”.
“Non sapevo ci fosse la partita contro il Toro” 

 

Il settore giovanile della Juve è composto da 470 ragazzi (337 maschi e 133 femmine) che vengono seguiti costantemente da uno staff tecnico composto da 58 persone. Sono loro il calcio del futuro, è su di loro che bisogna investire e avere fiducia. La Juventus Primavera è terza in classifica con 24 punti, dietro a Torino e Atalanta. Ma il campionato è ancora lungo. Per Nicolò Fagioli il 2018 è stato l’anno dell’esplosione. Il 23 luglio Allegri decide di portarlo con sé nella tournée negli Stati Uniti, insieme a Chiellini, Marchisio, Pjanic e compagni. Gli sarebbe bastato guardarli giocare.

 

“Contro il Bayern, a un certo punto della partita Emre Can si è infortunato, il mister si è voltato verso di me, io ho incrociato il suo sguardo ma non avrei mai pensato che mi facesse giocare”. Invece è entrato, senza nemmeno scaldarsi. Mentre percorreva i pochi metri che lo separavano dal campo non riusciva a respirare tanto bene, il cuore batteva veloce: “Non avevo mai visto così tanta gente dalla prospettiva del campo”. Poi l’arbitro ha fischiato e tutto è tornato al proprio posto. “Quando giochiamo a calcio parliamo la stessa lingua”. Anche se gli avversari si chiamano Robben e Ribery.

 

A fine partita Allegri non ha avuto bisogno di dirgli niente; lo ha voluto di nuovo in campo nell’amichevole contro il Benfica. Il 28 luglio Fagioli, in maglia numero 44, ha segnato il suo primo gol, su rigore, con la prima squadra. Il commento più usato per descrivere la sua gara è stato: “Grande personalità e grande tecnica”. La foto di quel pomeriggio è ancora lo schermo del suo cellulare. Prima della tournée c’era stata la Youth League, la Nazionale e la finale agli Europei Under 17 con la maglia azzurra. Un buon risultato? “Bè, non so se un secondo posto sia davvero un buon risultato”. Il ragazzo l’ha capito in fretta che qui vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Da allora sono arrivate proposte da parte di Sassuolo, Cagliari e Udinese, la Juve ha risposto a tutti: “No grazie, il ragazzo resta con noi”.

 

“Vengo da una famiglia di juventini, mio papà era della Juve,
come mio nonno”. Il calcio è una tradizione da rispettare   

 

A settembre Nicolò è stato chiamato ad allenarsi con la prima squadra “Ma loro giocano al mattino, io in quelle ore vado a scuola. La mia mamma non voleva che saltassi le lezioni: mi ha detto che di mattina bisogna studiare. Lei è una tosta, io so che ha ragione”. Adesso continua a giocare in Primavera e a volte viene convocato per giocare nell’Under 23, la seconda squadra che gioca il campionato di Serie C. Ancora oggi, quando non è in campo guarda le partite sul suo smartphone. Sa tutto di calcio femminile: “Siamo secondi”, e lo dice al plurale perché sa che fanno parte di un’unica grande famiglia. E poi segue la Liga e la Premier; domenica scorsa è andato a letto tardi perché voleva vedere River-Boca, il Superclásico. A Torino è la settimana del derby, ma lui nemmeno lo sa. “Ah, la prossima è Toro-Juve?”, chiede, e poi si scusa per essersene dimenticato. “Rispetto agli altri, il nostro è un campionato tattico, con difese di ferro, le migliori al mondo. Per questo è più difficile esordire, perché la qualità è alta ed è rischioso per un allenatore buttare un giovane in mezzo a un campo”.

 

La rosa della Juve ha un’età media di oltre 28 anni, il Barcellona e il Real di 26,9 e 26,7; Liverpool e Manchester 26,4; il Psg è il più giovane: 25,6. Tra Messi e Ronaldo ha sempre scelto Messi, il suo giocatore preferito insieme a Dybala e Pirlo. “Poi ho visto CR7 allenarsi e ho cambiato idea”. Dai colleghi più grandi ha imparato che i 90 minuti in campo sono importanti, ma prima e dopo c’è un lavoro ossessivo e maniacale da fare e da rifare. “I giocatori rimangono giocatori anche quando escono dallo stadio. Abbiamo un solo corpo, dobbiamo trattarlo bene”. I dettagli sono fondamentali. E’ grazie a quelli che si vincono sette scudetti consecutivi e si raggiungono due finali di Champions in tre anni. Tirare calci verso una porta è il minimo; le difficoltà arrivano prima e dopo e consistono in giorni di allenamento senza pallone, tra palestre, pesi, diete, massaggi, defaticamento, resistenza, noia e freddo e una società e un centro sportivo in cui tutti i muri hanno il preciso compito di ricordarti che in quel posto si è fatta la storia del calcio, un onore e una responsabilità. “Io devo ancora migliorare molto; per esempio sono goloso, mangio un sacco di dolci. In prima squadra queste cose non si fanno; devo imparare anche io”. Nel suo unico giorno libero, quando gli viene concesso, Nicolò prende un treno e torna a casa a trovare la sua fidanzata. “Lei un po’ mi manca, ormai stiamo insieme da sei mesi. Ma non capisco perché ridete tutti ogni volta che lo dico: sei mesi sono tanti o sono pochi?”.