Come scende lo spread del calcio

Gianfranco Teotino

Dopo anni di crisi i club italiani stanno tornando ai livelli delle big europee. Il buco nero dei giovani

A che punto è lo spread? Quello calcistico, almeno quello, si sta riducendo. Certo, per dare i numeri, i numeri veri, sarebbe meglio aspettare la fine della stagione. Ma già adesso si può cominciare a valutare il rendimento delle azioni, di gioco e non solo, dell’azienda Italia del pallone. La settimana Champions non è stata brillantissima, ma il sogno di portare tutte e quattro le squadre partecipanti oltre il primo turno resta vivo. Non accade da 16 anni, 2002-03, la finale poi fu addirittura Milan-Juventus. Troppa grazia. Erano altri tempi. Allora, il punto di riferimento di ogni benchmarking sul calcio europeo era l’Italia, sull’onda degli anni Novanta, gli anni d’oro dei trionfi nelle Coppe europee e della serie A campionato più bello del mondo. Finché, improvvisa, dopo Calciopoli e il colpo di coda del Mondiale 2006, cominciò la decrescita infelice del pallone tricolore.

 

Ora il barometro tende di nuovo al bello, per quanto instabile. Del resto, tutti gli studi economici più raffinati hanno individuato una tendenza anti-ciclica nell’industria del calcio. Finalmente stiamo meglio. Bene, ma non benissimo, però. Il differenziale con il resto d’Europa, rispetto all’inizio del decennio, ha invertito la sua corsa al rialzo, ma resta ancora negativo, se riferito ai parametri, oltre che sportivi, anche economici e patrimoniali del sistema calcio nei paesi trainanti del settore (con l’Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e adesso pure Francia). A livello dei famosi fatturati, quelli che secondo De Laurentiis determinano i risultati – non è proprio così, ma quasi – la situazione non è migliorata. Anzi, Juventus a parte, è peggiorata. Se nel 2011 i ricavi medi per società di serie A erano inferiori del 39 per cento rispetto a quelli di Premier (77,7 contro 125,8 milioni), oggi la differenza negativa è del 61 per cento (103,7 contro 264,8 milioni). Rispetto alla Liga spagnola siamo passati dal meno 10 al meno 27 per cento, alla Bundesliga dal meno 20 al meno 33. Perfino in relazione alla Ligue 1 francese il raffronto non è positivo: eravamo sopra del 50 per cento, ora invece siamo a più 26. Meglio non parlare, per carità di patria, dei dati patrimoniali, che sono i peggiori d’Europa. È il rendimento sportivo a essere decisamente cresciuto. Trofei non ne sono arrivati, ma a fare fede è il ranking Uefa per squadre di club. Non soltanto abbiamo riscavalcato la Germania, ma ci siamo molto avvicinati all’Inghilterra. In percentuale, nella classifica europea, rispetto alla Premier siamo passati da un meno 40 a un meno 1 per cento, rispetto alla Liga da un meno 40 a un meno 25, rispetto alla Bundesliga da un meno 15 a un più 7 e rispetto alla Ligue 1 da un più 20 a un più 31 per cento.

 

Ancora più incoraggianti i numeri riferibili all’interesse suscitato dal movimento. Risale la febbre della passione. Due weekend fa, per la prima volta nel decennio in una giornata del girone d’andata, si è superata la media di 30.000 spettatori a partita. A questo punto del campionato la media complessiva è di 25.448 spettatori, ancora lontani dagli oltre 40.000 di Premier e Bundesliga, ma nettamente in rialzo rispetto al picco negativo (21.415) di due stagioni fa. Si comincia a giocare un po’ meglio, ai livelli più alti, ma soprattutto pesano l’effetto Cristiano Ronaldo e il rimbalzo emozionale dopo lo choc della mancata partecipazione ai Mondiali.

 

Persino la Nazionale, grazie alle sue ultime prestazioni, ha ripreso a calamitare attenzioni. Dire che è uscita dal tunnel sarebbe troppo, ma di certo ora vede la luce in fondo al tunnel. Grazie al gioco, più che ai risultati. Si ripropongono però con forza i problemi dei rapporti fra clan azzurro e club, soprattutto a proposito dell’impiego dei giovani. Tutti i nomi nuovi proposti da Mancini, ai quali stavamo quasi cominciando ad affezionarci, sono subito desaparecidi, inghiottiti dalle sabbie mobili del campionato. Lasagna? Fuori. Sensi? In panchina. Kean? Ecco, la sua storia è emblematica. Kean è stato la stella della Nazionale Under 19 vicecampione d’Europa l’anno scorso. Un ragazzo del 2000. Nato a pochi giorni di distanza da Sancho, ex stella a sua volta della Under 19 inglese. Sancho, londinese di origini trinidadiane, ha cominciato nel Watford ed è stato preso dal Manchester City quando aveva 15 anni. Kean, vercellese di origini ivoriane, è stato preso dalla Juventus quando aveva 10 anni. Sancho diciotto mesi fa ha capito che nel City, con tutti quei campioni, non avrebbe avuto spazio e ha accettato il trasferimento al Borussia Dortmund. Kean è andato un anno in prestito al Verona e poi è tornato alla Juve proprio nell’estate in cui è arrivato Cristiano Ronaldo. Sancho ora è uno dei protagonisti del fantastico inizio di stagione del Dortmund: 12 presenze in Bundesliga, 4 gol, 6 assist, migliore in campo nel Klassiker vinto con il Bayern Monaco. È arrivato come Kean nella Nazionale maggiore, però con un bagaglio arricchito anche da 4 presenze, un gol e un assist in Champions. Kean invece nella Juventus non gioca mai, neppure nella squadra B, dove pure potrebbe imparare ad assaggiare il pane duro della provincia. Zero presenze in campionato, Allegri gli ha concesso nientemeno che 12 minuti in Champions: in casa, con lo Young Boys e sul 3-0.

 

Lo spread fra i minuti giocati in campionato e in Europa da Sancho e da Kean è particolarmente significativo perché cancella gli alibi di chi ritiene impossibile avere una Nazionale competitiva con una tale invasione di stranieri nelle squadre italiane. È vero, questa settimana Juventus, Roma, Inter e Napoli hanno impiegato in Champions complessivamente 8 giocatori italiani su 44 (11 stranieri su 11 i subentrati!). Ma in Inghilterra gli stranieri sono anche di più. Il 70,9 per cento del totale in Premier, rispetto al 60,5 in serie A. Eppure, la Nazionale dei Tre Leoni non è mai stata competitiva come adesso: quarta ai Mondiali, finalista nella nuova Nations League e con le rappresentative giovanili sugli scudi.

 

La differenza sta nella formazione e nell’impiego dei giovani. Il calcio italiano, che pure come abbiamo visto ha ripreso un percorso di crescita, su questo piano continua a essere in ritardo: si investe troppo poco sui vivai e si pensa troppo all’oggi invece che al domani. Maledetto spread.

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