That win the best

Cheers! alle squadre italiane che dovevano fare a fette l'Europa

Jack O'Malley

Le inglesi passano il turno in Champions ed Europa League, Mourinho forse rovina il Natale al Manchester United, io temo il progresso nel calcio

Rifuggo da sempre la pratica facile della geopolitica del calcio, esercizio pigro quasi quanto quello di chi spiega che se le cose non vanno è colpa di Bruxelles. Però la settimana europea dell’Italia non smette di farmi ridere da quattro giorni. Al di là del governo che sembra allenato da Rino Gattuso, vedere cadere una dopo l’altra Juventus, Roma, Inter, Napoli, Lazio e Milan, prima in Champions e poi in Europa League, mi ha ripagato della fatica fatta in queste settimane, quando leggevo analisi sul calcio italiano tornato a essere vincente e protagonista fuori dai confini del paese. Va bene che ultimamente l’Unione europea da voi tira meno di una sfilata di Dolce e Gabbana a Pechino, ma a tutto c’è un limite. Naturalmente le inglesi hanno passato il turno (li ho salvati i tweet in cui mi sfottevate appena due mesi fa, merde), e pure quei gran cattoliconi del Celtic, che giovedì sera hanno insegnato a tutti che se cercate moralismo e ditini alzati difficilmente li troverete in una curva: “It’s ok not to be ok. You’ll never walk alone Leigh”. Questo lo striscione esposto durante la partita di Europa League per salutare Leigh Griffith, idolo dei tifosi della squadra scozzese che ha annunciato di volere lasciare il calcio per un anno e curarsi dalla ludopatia.

 

Peccato che it’s ok not to be ok sembra essere stato il motto delle italiane in coppa, con Liverpool e Tottenham date per battute fino al giorno prima e adesso felicemente agli ottavi. Certo, ci sono state le sconfitte indolori di Roma e Juve, anche, come quella del Manchester United a Valencia peraltro. Sconfitta che Mourinho non ha preso benissimo, decidendo di onorare le feste natalizie a modo suo, riferisce il Sun: allenamento il 25 dicembre (il 26 c’è il Boxing day e si gioca) e poi ritiro punitivo pre partita senza famiglie: non si tromba e non si va a casa a giocare con i regali portati da Gesù Bambino, insomma. Mossa disperata, quella dello Special One – neppure più nelle grazie dei tifosi dell’Inter, che sognano Simeone al posto di Spalletti – costretto a sopportare ancora la convivenza con Pogba, ormai più improbabile di una fase difensiva ben fatta dalla Roma.

 

Intanto leggo che in Svizzera sono passati con soddisfazione alla schedatura dei tifosi che vanno a vedere le partite di hockey su ghiaccio tramite riconoscimento facciale. Poiché per la mentalità da pascolo alpino ogni supporter che va in trasferta è un potenziale hooligan, li si marchia come mucche da latte per non rischiare di perderli. Il prossimo passo quale sarà, portarli direttamente nelle cliniche per il suicidio assistito? Possibile. Certamente è lì che andrò io se ancora sarò vivo quando il progetto del Barça Innovation Hub avrà conquistato tutto il mondo del calcio, infilando microchip per controllare la sudorazione dei giocatori, studiando ogni loro movimento per creare soluzioni tecnologiche che migliorino la gestione delle partite e dando linee guida a società e allenatori per ottimizzare le prestazioni della squadra. Non ho intenzione di assistere al funerale del calcio in un tripudio di partite così perfette che nessuno avrà più bisogno di essere forte. Se mi cercate, quel giorno mi troverete al pub davanti a una pinta di birra. A lamentarmi della Svizzera e del Barcellona. E pure dell’Europa.