cerca

La Ryder cup, l’Europa in buca

Cronaca semialcolica di tre giorni sul campo da golf della Ryder Cup, dove l’europeismo è un gioco di squadra

7 Ottobre 2018 alle 06:11

La Ryder cup, l’Europa in buca

Foto LaPresse

E’una vetrina che non nota nessuno ma guardarla bene è come leggere un romanzo, c’è l’immagine a colori della Queen Mary, ha le ciminiere rosse e lo stemma della Cunard nel bel mezzo dell’Atlantico e c’è una serie infinita di portate, era il farewell dinner per la squadra britannica dopo la sfida del 1955, c’erano Arthur Lees, Harry Bradshaw, Christy O’Connor e John Jacobs, il padre del golf europeo, è stato lui ad allargare il team ai giocatori del continente, una Brexit al contrario che ha fatto della Ryder Cup l’unica competizione al mondo in cui l’Europa gioca unita sotto una sola bandiera, con le dodici stelle dorate su fondo blu. Tornavano in transatlantico da New York e la cena era stata memorabile, un menu d’altri tempi, uovo alla russa, zuppa di tartaruga, pollo in gelatina, finanziera e per finire il pudding con la crema al brandy. Certi piatti aprono pensieri indicibili, ricordi, melodie e nel mio caso anche una fame boia, ho saltato la colazione per arrivare al Golf National prima dell’alba, perché di questa Ryder Cup non voglio perdermi un colpo. Il golf è una vecchia passione, ho cominciato a tirar palline quando ho mollato il tiro con l’arco, troppo statico nonostante i miei gusti e poi Robin Hood mi è mai piaciuto, distribuire soldi ai poveri è una scelta idiota. D’altra parte gli sport li ho provati quasi tutti, almeno due all’anno, a perdere ci si annoia e devi cambiare per forza. Anche a golf ovviamente ero negato ma in tv non mi perdevo una partita, c’era Mario Camicia su Canale 5 con Il Grande Golf, erano i tempi di Greg Norman, Nick Faldo e Severiano Ballesteros. Stavo sveglio di notte e Camicia era un leone, anche lui era nato il 31 luglio, un cronista esaltante e un inguaribile ottimista, quando la palla finiva in bunker iniziava subito a raccontare il colpo impossibile, se rispondo “alla grande” a chi mi chiede come sto, probabilmente è proprio per lui.

 

E’ la mia prima Ryder, il mio europeismo è molto acceso, per sessant’anni gli americani hanno stravinto poi i nostri hanno reagito

Molinari sta per giocare il colpo decisivo, e il cronista della Bbc non si tiene: “Come on Frankie, hole it in one to bring home the Ryder Cup”

Qualche momento di gloria l’ho avuto anch’io, tre birdie di fila nelle ultime tre buche per vincere la Coppa Marenzi e una volta un eagle sul par quattro più difficile del campo, ero stato un quarto d’ora a cercare la palla nell’erba alta e invece era finita proprio in buca. L’aveva trovata mia madre che gioca da sempre, quattro giorni a settimana, sempre gli stessi, è più metodica di Immanuel Kant, quando arriva al golf alle dieci del mattino al club regolano gli orologi. Mi ha riempito le tasche di bigliettini “forza Tiger” e “salutami Tiger”, è un continuo pure su Whatsapp, “chiamami appena lo vedi”, perché di lui vuole sapere tutto, come sta giocando e se gli fa male la schiena e se davvero è tornato il più forte e se “domenica gli lasceranno mettere la solita maglietta rossa”. Tiger Woods. Il più grande campione del nostro tempo ma i media l’hanno trattato peggio di Asia Argento, il tradimento, la moglie, l’incidente, il ritiro, le quattro operazioni alle vertebre e il rientro faticoso, cinque anni senza vincere fino alla settimana prima della Ryder, quando ha sbancato al Tour Championship. Una stagione in crescendo ma per portarlo a Parigi ci è voluta una wild card, il capitano Jim Furyk non poteva lasciarlo fuori, è lui il simbolo della squadra americana. Uno swing inconfondibile, perfetto, forse il migliore di sempre anche se il mio preferito resta quello di Eamonn Darcy, golfista irlandese e speranza per ogni principiante, storto, scomposto, diceva di aver imparato in una cabina telefonica ma la palla la prendeva bene ed era sempre bassa e tesa e perfetta, soprattutto quando tira vento e piove e allora prevale chi sa a giocare in condizioni avverse.

 

Il golf è uno sport complicato, la pallina è piccola e lontana dalle mani e su un terreno che cambia sempre, non è mica un palazzetto dello sport, non c’è l’aria condizionata, può capitare di tutto e ogni campo è una nuova storia e ogni buca è diversa dall’altra e poi c’è l’erba alta e sempre un albero tra i piedi, basta una raffica e la palla finisce in acqua e una vittoria sicura si trasforma in un dramma. Il razionale non conta, è uno sport psicologico e se non reggi la pressione non hai speranze. In effetti sono teso anch’io, è la mia prima Ryder Cup e il mio europeismo non è mai stato così acceso, per sessant’anni gli americani hanno stravinto ma poi i nostri han reagito, a partire da Royal Birkdale nel 1969, il primo pareggio con quel putt concesso da Jack Nicklaus a Tony Jacklin alla 18. Non era un colpo facile ma Jack non glielo fece nemmeno tirare, “tanto Tony non l’avrebbe mai sbagliato”. Un gesto d’altri tempi, proprio nello spirito di Samuel A. Ryder che inventò questo trofeo nel 1927, era un mercante di semi e sapeva che ogni albero va annaffiato, come le storie di questi ventiquattro campioni, le vittorie, gli errori, le passioni, con le loro vite vorrei scriverci una Spoon River, come quella di Bryson DeChambeau, ha venticinque anni e porta sempre un driving cap e soprattutto ha questo nome fantastico che sa di verande e di piantagioni e di bordelli e della New Orleans di Buddy Bolden, l’inventore del jazz, la cornetta più potente del Mardi Gras, ci scommetterei le scarpe che beve solo Sazerac, è l’ultimo arrivato di questa new wave di campioni americani, sono giovani e forti e giocano come automi. I nostri invece sono diversi tra loro e in questo sono molto europei, c’è Justin Rose che fino a sei giorni fa era il numero del ranking, c’è il nostro Francesco Molinari che a luglio ha vinto il suo primo major, c’è Rory McIlroy, genio e sregolatezza, sembra uno scricciolo ma è l’uomo dai colpi miracolosi e poi c’è Sergio Garcia alla sua nona Ryder Cup e soprattutto c’è Ian Poulter, inglese di Hitchin, il suo urlo nel 2012 era stato l’inizio del miracolo a Medinah, la grinta del guerriero e il pugno sempre sul cuore, alla cerimonia di apertura il più applaudito è proprio lui. Quando parte l’inno dell’Europa mi scende pure la lacrimuccia, Beethoven è sempre Beethoven e poi il mio europeismo è senza sconti, sono un tifoso del fiscal compact e le bandiere blu mi esaltano da morire. Proprio in quel momento arriva l’annuncio del reddito di cittadinanza, è una notizia da suicidio, altro che applausi sotto il balcone, mi fiondo alla buvette a farmi un doppio Hennessy e lo dedico a Jean Monnet perché il padre dell’Unione era nato proprio a Cognac e non posso che brindare a lui e ai nostri dodici campioni perché domani si inizia a giocare e dobbiamo vincere a tutti i costi e allora me ne sparo altri due e brindo al trattato di Maastricht e ad ogni sorso l’ottimismo s’impenna.

 

Il golf è uno sport complicato, la pallina è piccola e lontana dalle mani e su un terreno che cambia sempre, non è mica un palazzetto dello sport

Mentre sono lì arriva la notizia del Def, mi fiondo alla buvette a farmi un doppio Hennessy e brindare al trattato di Maastricht

Al risveglio ho la testa che scoppia ma non me ne importa niente, i fourballs stanno per iniziare e il campo è perfetto, i giardinieri hanno lavorato senza tregua, il segreto è bagnare di notte e tagliare i green all’alba per rallentarli al massimo, così devi giocare più deciso e “portare le mani in avanti”, come ricordava ogni volta Alfonso Angelini detto Lillo, è stato lui il mio maestro. Un giocatore d’altri tempi, senza guerra avrebbe vinto un major ben prima di Molinari, giocava da dritto e da mancino, era un inventore di traiettorie, una volta al British Open salì su un tronco e giocò la palla dall’albero per non perdere il colpo e alla fine arrivò dodicesimo. Un signore d’altri tempi, è stato lui a farmi amare il golf, molto prima del pugilato, tra gli sport che insegnano l’onestà. E’ la dote fondamentale per giocare il match-play, ogni buca è una nuova storia. Si vince o si perde, c’è molta tattica. Se vai sotto recuperare è dura e gli americani lo sanno e schierano subito le stelle. Una squadra fortissima, la partenza che non ti aspetti, alle dieci sono avanti in tutti i match. Una fiumana di persone segue Molinari che gioca con Tommy Fleetwood, sono sotto due colpi, buca 11, par tre, acqua davanti al green, 178 yards, Tommy la mette a nove metri. Per Francesco è un putt difficile, il pubblico capisce e trattiene il fiato. Guarda la linea, sta per tirare. Si ferma. Qualcosa mi copre la vista della palla. Passo una mano tra i capelli, c’è ancora. Tolgo gli occhiali, è una bellissima coccinella. In quel momento Molinari imbuca. Un segno del destino. Boato. “Go Frankie, go!”. Mi guardo intorno. Saremo in ventimila ed è solo l’inizio. Iniziamo a cantare “Europe, Europe!”. Siamo sotto 1-3 ma dobbiamo stare uniti, “si vince sempre come squadra”, è la frase preferita di Gian Paolo Montali e ha ragione lui e infatti nei foursomes siamo più forti degli americani perché ci si alterna ai colpi, è una formula speciale e i nostri sono molto più affiatati, si gioca sempre per il compagno e questo esalta lo spirito europeo, verso sera siamo avanti in tutti i match, Poulter mette due putt incredibili, l’esultanza non mente, 5-3 e situazione ribaltata. Trovo Jim Furyk incantato a guardare il tramonto, sta pensando di certo che domani è un altro giorno ma non sempre puoi sperare in Rossella O’Hara. Inizia a soffiare un vento freddo. Arriva da nord, “un’altra malignità degli inglesi”. In effetti i suoi sono tutti del Texas, della Florida, dalla California, col vento i nostri hanno un vantaggio, sei britannici, due svedesi e un danese e poi c’è Molinari che quest’anno in Scozia ha vinto l’Open.

 

Infatti l’indomani partiamo alla grande e vinciamo tutti i fourballs della mattina e io passo il tempo a correre da una buca all’altra, a fare foto e a prendere appunti con la mia bic rigorosamente blu, il momentum continua nel pomeriggio e al tramonto l’Europa è avanti 10-6. Non fosse stato per Justin Thomas e Jordan Spieth, che almeno hanno fatto tre punti, sarebbe stato un cappotto vero. Anche Tiger è andato male, ha perso tre match su quattro e ha l’aria stanca. Mia madre è triste e mi bombarda di Whatsapp “mi viene da piangere per lui”. Il suo europeismo si è fermato a Tiger Woods, vorrei scriverle un messaggio carino ma proprio in quel mentre lo incrocio, c’è un bimbo vestito da tigre e lui si avvicina, gli chiedo un selfie per mia mamma, prendo il telefono, m’incarto, cade a terra e il vetro si spacca. Che figuraccia. Me lo raccoglie lui. “I’m sorry”. Pure a me dispiace. Mi stringe la mano. Lo schermo è in frantumi e soprattutto niente selfie. Lunedì dovrò andare a cambiarlo dai cinesi e intanto niente social, la tastiera funziona a malapena e allora chiamo Lia Di Gregorio, la designer di gioielli più brava che io conosca, in verità è pure l’unica, la raggiungo a Parigi e finiamo a cena da una certa Catherine, il palazzo ha corridoi che ricordano il Museo della Stasi ma la mansarda è una meraviglia, dalla terrazza si vede la Tour Eiffel e c’è pure Manish Arora, uno stilista indiano che oggi ha sfilato una collezione con le facce di Cavani e Neymar sulle t-shirt, le nuove borse sono a forma di torta e di giaguaro e di pallone da calcio e chissà perché non ne ha fatta almeno una dedicata alla Ryder Cup.

 

La domenica ci sono i singles e a seguirli siamo in centomila, dodici partite, uno contro uno, con gli americani che devono recuperare. Mi piazzo alla 16 ad aspettarli, è una buca corta ma decisiva, il prato è morbido e c’è un bel sole e tanto prima o poi passeranno tutti da qui, ci sono i maxischermi e le radioline per sentire la gara in diretta sulla Bbc. Alle tre del pomeriggio c’è molto rosso sul tabellone, gli americani sono avanti in sette match, due colpi e ci riprendono, un gruppo di tifosi del Vermont comincia a scalpitare. Justin Rose va in acqua alla 14. Questa non ci voleva ma poi riprendono i cori per l’Europa. La riscossa dei nostri è latina, Rahm stende Tiger Woods, Garcia risorge con Rickie Fowler, Molinari è avanti e Poulter ricomincia a battersi il petto, è come un segnale di guerra a cui il pubblico risponde con le ovazioni. Le tribune sono stracolme di pubblico, non ho mai visto niente di simile ed ecco Francesco sul tee della 16, proprio di fronte a me. E’ un momento cruciale. Il cronista della BBC non si trattiene. “Come on Frankie, hole it in one to bring home the Ryder Cup”. C’è un silenzio irreale. La palla vola, sfiora l’acqua e si ferma in bandiera. Dopo un minuto Phil Mickelson finisce in acqua, le onde si allargano e annegano le speranze americane, buca concessa e la coppa torna in Europa. Il resto è un tripudio da stadio, cori, champagne, abbracci, caroselli e un putt sontuoso di Olesen alla 18 che arrotonda il punteggio in un match ormai irrilevante. Torno a Parigi e raggiungo la cumpa di ieri sera, andiamo a festeggiare al Club Silencio, il posto è inquietante, infatti l’ha fatto David Lynch, le sale sono stranianti e buie, da un momento all’altro potrebbe spuntare l’agente Cooper e persino Laura Palmer, un vero sballo, è tutto molto scuro tranne il mio gin tonic che ho voluto con Hendrick’s e fetta di cetriolo in omaggio ai links scozzesi e dunque a John Jacobs e a quella cena sul Queen Mary e al sogno di una squadra europea, un sorso dietro l’altro e vedo stelle dappertutto, non sono cinque ma dodici e su fondo blu e sono sottili e rigorose e dorate e disposte a cerchio, come le tacche di un orologio, come il giorno in cui l’Europa ha riportato a casa la Ryder Cup.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi