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Molinari, la forza tranquilla

O la crescita felice, perché Francesco Molinari è un ruminatore globale di vittorie. Ecco chi è la nuova bandiera del golf italiano

29 Luglio 2018 alle 06:07

Molinari, la forza tranquilla

Foto LaPresse

Chi in Italia cerca di promuovere il golf ora guarda a Francesco Molinari come una specie di dono del cielo, un messia cui affidare il compito di far innamorare gli italiani del golf, di farli appassionare, anche toccando corde sensibili e venali, come quelle stuzzicate dalla conoscenza delle somme ingentissime guadagnate dal trentacinquenne Molinari tra premi e sponsorizzazioni. E vale la pena di preparare la grancassa della comunicazione in vista della partecipazione, ormai certa, alla fase finale della stagione golfistica americana, quella dei playoff, in cui si assegnano, dopo una serie di domeniche successive (le gare di golf tipicamente durano dal giovedì alla domenica) ben 11 milioni di dollari e passa, si badi bene, non come montepremi generale, ma come premio del vincitore (e per gli altri a scalare). Roba da far svenire Piketty, anche se non siamo in zona CR7 (dove però si arriva con le sponsorizzazioni e poi tenete presente che la carriera agonistica di un campione di golf di solito dura più di quella di un calciatore) ma anche in grado di accendere la curiosità di qualche decina di migliaia di famiglie, anche perché in buona parte si gareggerà in giornate non invase dalla presenza mediatica del calcio.

 

Laureato in Economia, ha valorizzato la strategia della stabilità e della crescita: investire sulla formazione, internazionalizzare

Il capolavoro della vittoria sul difficilissimo campo di Carnoustie. Può insegnare come si fa a migliorarsi dopo essere diventato un campione

Qui siamo meno venali e consigliamo invece, ma evidentemente anche per altri scopi, di fare riferimento a Molinari come a uno che è riuscito a realizzare, non solo come slogan, i successi della forza tranquilla. Un ruminatore di vittorie, con una sana e accorta gestione di sé e del proprio talento in vista di obiettivi di medio e lungo termine. Come dire, visto che tra l’altro Francesco Molinari è laureato in Economia, che ha scelto di valorizzare la strategia della stabilità e della crescita, roba da ortodossia europea e Washington Consensus. Crescere e migliorare, investire sulla formazione, internazionalizzare. Esattamente ciò che ha fatto Francesco detto Chicco. E lo ha fatto con la giusta dose di coraggio, unito alle doti che qui si apprezzano sopra a tutte le altre: ottimismo e razionalità. E mettendoci dentro anche un bel po’ di considerazione e rispetto per chi è esperto, per chi si è preparato e ha qualcosa da insegnare.

 

Partiamo da qui, dalla fine. Perché Molinari, dopo una carriera già ottima, avviata con un atto di ragionevole coraggio, scegliendo il professionismo ma senza trascurare gli studi, scandita da vittorie distribuite però con una certa moderazione (Open d’italia nel 2006, Hsbc tournament del World golf championship nel 2010, Open di Spagna nel 2012, di nuovo Open d’Italia nel 2016), ha poi avuto un’impennata, quanto a vittorie, in questi ultimi mesi. Afferrando il ricco European Masters Bmw a Wentworth in maggio e poi trionfando con un distacco rispetto al secondo vicino al record storico (prima volta di un italiano sul circuito americano, se escludiamo il napoletano Tony Penna nel 1947, che però era già naturalizzato come cittadino degli Stati Uniti) il primo luglio nel Quicken Loans, tappa appunto del Pga Tour (Pga sta per professional golfers’ association, in cui ciascuna gara assegna più di un milione di dollari al vincitore), e quindi stra-trionfando con la vittoria senza precedenti di un italiano in un major, cioè in una delle 4 gare del grande slam golfistico, e che major, perché si è trattato dell’Open championship, quello che si chiama anche semplicemente The Open, per antonomasia, perché tutti gli altri sono solo imitazioni, e che si chiamava anche British Open: tanti nomi perché ha una storia ormai su tre secoli, con l’albo d’oro che comincia nel 1860. e ora il nome di Molinari si va ad aggiungere a una sfilza di campioni legati alla storia del golf. Tutto in meno di due mesi, insomma, tra la metà di maggio e la metà di luglio, un’accelerazione che lo ha portato al numero 6 del ranking mondiale, una cosa stellare, e che sembrerebbe contraddire, ma invece non lo fa, quell’idea di forza tranquilla cui facevamo riferimento prima. No, perché i risultati sono arrivati in modo copioso in queste ultime settimane in quanto sono maturate anche altre scelte strategiche fatte dal giocatore piemontese (nato a Torino nel 1982). La prima, appunto, è stata quella di puntare sulla competenza.

 

Era stato già fortunato da piccolo, assieme al fratello Edoardo (anche lui grandissimo campione di golf e, in realtà, primo italiano a conquistare un super trofeo americano, ma da dilettante, con il trionfo, era il 2005, nel Us Amateur Championship, il campionato internazionale americano per dilettanti, che tra l’altro qualifica al Masters, uno dei 4 major) a trovare un maestro bravissimo e appunto competente, il torinese Sergio Bertaina. E poi ha continuato a selezionare grandi coach, ora è seguito da un intero gruppo di esperti, con diversi compiti: dal controllo di forma fisica e alimentazione, all’organizzazione generale di tutti i suoi spostamenti, dalla concentrazione e controllo dei nervi fino ovviamente alla tecnica golfistica. Tecnica che Molinari ha diviso nelle diverse fasi del gioco rivolgendosi ad allenatori/consulenti diversi. Per un golfista, e particolarmente del suo livello, rimettere in discussione la tecnica significa fare un salto nel buio e farlo lasciando una situazione comunque confortevole. Per capirci: in uno sport basato esclusivamente sulla tecnica individuale e sulla capacità di controllare le proprie emozioni è davvero una scelta coraggiosa lasciare un modo di eseguire i colpi comunque ottimo (aveva già vinto varie volte, come si è detto prima, anche se non in major e non sul circuito americano) per provare a cambiare quello che si chiama swing e che è davvero qualcosa di peculiare per ciascun giocatore, come tutti abbiamo un modo di camminare o tutti abbiamo un timbro della voce o una grafia per la nostra firma. Francesco, invece, ha capito che doveva fare un salto di qualità e si è preso il rischio, ottimista e razionale come dicevamo prima, di provarci.

 

Affidandosi a consigli altrui, di persone di provata e assoluta reputazione nel settore, perfino per la parte più personale e si direbbe quasi istintiva del golf, ovvero il putting, la gestione di quei colpi in cui la palla non viene sollevata ma solo fatta rotolare verso (si spera) la buca. Non era mai stato il suo forte, anzi, era stato per anni il suo limite. Grandissimo giocatore, con statistiche che già da anni lo collocavano tra i primi al mondo, nei cosiddetti colpi al green, quelli che da distanze medie, lui particolarmente spietato tra i 100 e 160 metri, vanno verso il green, verso la buca (in America aveva sfondato il muro della simpatia del pubblico imbucando in un par 3, in cui quindi il primo colpo viene tirato verso il green, direttamente da 120 metri di distanza e soprattutto, perché gli ottimisti e razionali ci piacciono anche un po’ fortunati, sotto gli occhi di trentamila spettatori impazziti nelle tribune messe lì apposta per far seguire quella buca, quel par 3), ma poi non finalizzava. Nel golf davvero uno vale uno, ma intesi come numeri interi, perché il conto dei colpi, per quanto ciò possa apparire ingiusto, avviene appunto utilizzando esclusivamente il campo dei numeri interi. Non c’è spazio per le sfumature e quindi un colpetto di rotolo che fa 5 centimetri e va in buca vale 1 come un colpo da 200 metri, tirato col vento, superando un lago e evitando un boschetto che va a piantarsi al centro del green. Difficoltà diversissime, ma appunto 1 vale 1. Però Molinari cadeva sull’1 apparentemente più facile, magari non da 5 centimetri, però gli capitava di sbagliare da un metro o un metro e mezzo dalla buca molto più frequentemente dei suoi concorrenti nei grandi circuiti professionistici. E l’effetto sui risultati era pesante.

 

Fortunato già da piccolo a trovare un maestro bravissimo e competente. E poi ha continuato a selezionare grandi coach

Grandissimo giocatore, particolarmente spietato tra i 100 e 160 metri, poi non finalizzava. Ora ha raggiunto l’obiettivo

Nel marzo di quest’anno la scelta di affidarsi a un nuovo allenatore per il putt, il guru del settore Phil Kenyon. E soprattutto ha scelto di fidarsi di lui e di farlo nel settore del gioco in cui sono più alte le probabilità di frustrazioni. Perché sbagliare sotto il metro può essere duro da buttar giù e può determinare un calo psicologico poi su tutto il gioco, perché da qualche parte del tuo cervello penserai che uno stupido corto putt ha rovinato, 1 vale 1, i colpi precedenti con cui eri arrivato a ridosso della buca. Mentre imbucare da distanze tra il metro e i 3 metri dà un grande senso di fiducia e solidità, e i putt molto lunghi imbucati, a partire da distanze maggiori ai 3 metri hanno ovviamente un fortissimo impatto sui risultati. Ma ciò che premeva a Molinari (anche perché lui la palla coi colpi al green in media la mette abbastanza vicino alla buca) era di migliorare drasticamente le statistiche nei putt corti e medi. Obiettivo raggiunto affidandosi a chi, come Kenyon, aveva già lavorato sul gioco in green di altri campioni, compresi numeri uno del mondo. Bisogna avere fiducia, per applicare i consigli di chi ci sta dicendo come dovremmo fare una cosa che ci sembra già facile (e pensate quanto poteva sembrare facile a un giocatore già di enorme esperienza come Molinari) per farla ancora meglio.

 

Altro cambiamento coraggioso, ma per altre ragioni, nel gioco lungo, anzi proprio nei colpi iniziali, quelli fatti dal battitore di partenza, usando il bastone detto driver (faccia poco inclinata quasi perpendicolare al terreno e testa piuttosto grossa) o altri bastoni simili ma con inclinazione della faccia leggermente maggiore. Il punto è banale, e le statistiche sul suo gioco lo descrivevano con chiarezza: rispetto ai suoi concorrenti Molinari era un giocatore leggermente corto, come si dice nel linguaggio del golf. Molto preciso, certamente, ma non proprio un bomber di quelli che scagliano il primo colpo nelle buche più lunghe anche a 300 e più metri di distanza (lasciandosi così un secondo colpo più facile perché più vicino al green). In questo caso il lavoro aveva una sua ulteriore delicatezza, perché “allungare” un giocatore è certamente possibile, ma molto probabilmente l’allungamento andrà a scapito della precisione, se non farà proprio saltare quell’equilibrio tra il magico e il miracoloso che sovrintende alla realizzazione di qualsiasi colpo di golf. Il vantaggio di Molinari era di poter partire da uno swing molto solido, ripetibile, equilibrato. Da lì, con il supporto del suo allenatore abituale, Denis Pugh, e di altri, è riuscito ad aggiungere (non sapremmo dirvi come, quindi se siete appassionati non riusciremmo a trasmettervi il segreto di Molinari) maggiore velocità d’impatto al suo swing, mantenendo però stabili le altre variabili rilevanti, cioè il punto di contatto tra palla e bastone e il l’orientamento della faccia.

 

I risultati sono arrivati. Chiaro che per vincere un major come l’Open championship o per vincere sul Pga Tour non bastano i miglioramenti tecnici programmati a tavolino e realizzati in campo pratica, ma ci vogliono tutte le altre qualità che Molinari aveva e che ha poi ulteriormente migliorato, come la tenuta psicologica e la creatività, le mani buone, per tirarsi fuori da qualche situazione difficile e imprevedibile in cui prima o poi in campo ci si imbatte. E sotto il profilo psicologico la vittoria a Carnoustie (si giocava quest’anno sul difficilissimo campo scozzese, detto il nostro per quanto è temibile, con la ulteriore complicazione di un fondo quasi completamente secco dopo due mesi senza pioggia e quindi sul quale era difficile controllare i colpi lunghi, che rotolavano anche per diverse decine di metri) è stata un capolavoro. L’Open tradizionalmente si vince o si perde sul filo dei nervi e perciò decisive sono sempre le ultime nove buche, insomma l’ultima mezza giornata di gara. Molinari partiva all’ultimo giro con la necessità di recuperare ben tre colpi ai due giocatori di testa, ma aveva dichiarato, prima di cominciare, che avrebbe giocato con l’obiettivo di limitare gli errori, per non finire in pasto al mostro Carnoustie. Fedele al suo programma, con qualche salvataggio grazie a due putt medi piantati a centro buca proprio quando c’era più bisogno di resistere agli errori, ha retto mentre gli altri, a uno a uno, cedevano. E ha chiuso con colpi davvero perfetti nelle ultime due buche, mentre particolarmente la 17 mieteva vittime tra gli altri giocatori, e realizzando un birdie, cioè guadagnando un colpo sullo standard, proprio alla 18, giocata con coraggio (drive in partenza) e con precisione assoluta. Il putt dentro per far 3 all’ultima buca e prendere saldamente la guida della classifica, con la consapevolezza di aver fatto esattamente ciò che doveva. Serio nel discorso da vincitore, i suoi sorrisi sempre un po’ centellinati, ma le parole sono tutte per chi gli sta dando il sostegno giusto, per chi lo ha portato a diventare il più forte di tutti, anche insegnandogli qualcosa. Mentre lui fissava come suoi obiettivi prossimi la vittoria nella Ryder Cup con la squadra europea e poi l’oro alle Olimpiadi di Tokyo (tra l’altro due gare senza premi in denaro ma di grande visibilità), e anche in queste scelte c’è un segnale di cambiamento. Molinari partito con passo lento ma subito capace di vincere e sempre cresciuto, ora potrebbe diventare anche il grande ambasciatore del golf in Italia. Insegnando come si fa a migliorarsi anche dopo essere già diventato un campione. La crescita, insomma, e pure felice.

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