No, le calciatrici non meritano di avere lo stesso stipendio dei calciatori

In Norvegia lanciano la proposta di equiparare le buste paga di uomini e donne. Il genere vale più del mercato

No, le calciatrici non meritano di avere lo stesso stipendio dei calciatori

Cristiana Girelli durante Italia-Inghilterra lo scorso aprile (foto LaPresse)

Londra. Non so se sia colpa della soporifera Nazionale guidata da Giampiero Ventura, che durante la sfida contro l’Albania ha fatto venire voglia a molti italiani di cambiare canale e guardare il Grande Fratello Vip con il bacio lesbo senza nemmeno una punta di lingua. O più probabilmente del campionato italiano in generale, sempre più simile a una Liga bis, con squadre così incapaci di difendersi da fare sembrare fenomeni attaccanti come Insigne, Dybala e Immobile, che le prendono a pallonate ogni weekend come nemmeno all’oratorio i ragazzi delle medie contro quelli delle elementari. O più probabilmente è tutta colpa del boldrinismo, virus in continua ricerca di qualcosa di nuovo da infettare. Il calcio era rimasto uno dei pochi luoghi ancora orgogliosamente maschilisti, anche se ero pronto a scommettere una pinta di birra che sarebbe successo. Il football, non più politicamente scorretto da troppo tempo – gli ultras che fanno parte della criminalità organizzata si siedono al posto segnato sul biglietto – né tanto meno autoironico – i tifosi del Manchester United sono stati accusati di razzismo perché cantano un coro sulla lunghezza da record del pene del loro attaccante di colore, Lukaku, che vergogna questi stereotipi signora mia – era rimasto un luogo non dico eterosessuale, ma almeno maschile per eccellenza. Le donne che giocano a calcio sono senz’altro brave, divertenti e appassionate, ma fanno lo stesso effetto dei video sulla homepage di Corriere.it: in mancanza di altro, meglio loro che un calcio nelle palle.

 

In Norvegia hanno molto tempo libero, e quando non lo passano a ubriacarsi o a suicidarsi si fanno venire in mente idee come quella, annunciata un paio di giorni fa, di equiparare gli stipendi di calciatori e calciatrici in Nazionale. Sorvolando sul fatto che la Nazionale norvegese è forte come la redazione di Sette a calcetto, questo annuncio ha ricevuto naturalmente il plauso politicamente corretto di tanti uomini e (soprattutto) donne del mondo del calcio, con l’inevitabile eco italiana, forse per i motivi elencati all’inizio dell’articolo. Il ministro Boschi ha annunciato l’apertura di un tavolo per studiare un provvedimento analogo anche in Italia. Massì, che Buffon prenda lo stesso stipendio di Laura Giuliani (chi è?, vi chiederete voi. Appunto, rispondo io) e De Rossi riceva la stessa busta paga di Sandy Iannella. Ma perché fermarsi qui. Dato che il merito non conta, né il fatto che la sola presenza di un Buffon in una squadra produce un indotto di soldi – tra diritti tv, sponsor e biglietti venduti – che Laura Giuliani manco in dodici vite, perché non dare lo stesso stipendio di Colin Firth alle comparse donne dei film di Kim Rossi Stuart? La Fifa da anni tenta di parificare il calcio femminile e quello maschile organizzando teatrini imbarazzanti in occasione della consegna dei vari premi al gol più bello, il giocatore più forte, l’allenatore più vincente… L’effetto è quello che abbiamo ai matrimoni dei cugini di secondo grado, quando al pranzo ci presentano parenti sconosciuti e amici di infanzia: grandi strette di mano, qualche pacca sulla spalla, due parole di cortesia e poi ci si torna a ignorare. Capisco che nell’attesa della fiducia sulla legge elettorale ci sia molto tempo libero, ma neppure nei suoi sogni più sfrenati un Karl Marx ubriaco avrebbe teorizzato la necessità di equiparare calciatrici a malapena tifate dai parenti e calciatori che spostano un mercato da milioni di euro, sterline e dollari ogni volta che scendono in campo.

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