Il ritorno di Martina Hingis, la rivincita della vecchia bambina cattiva

L'ex numero 1 del mondo, diventata l’ennesima bambina prodigio vittima di se stessa e del suo sorriso terribile, si è presa la sua rivincita
Il ritorno di Martina Hingis, la rivincita della vecchia bambina cattiva

Martina Hingis sorride dopo aver messo a segno un punto nella finale di doppio misto a Wimbledon (foto LaPresse)

Quando ormai Serena si è portata via il suo sesto piatto d’argento, l’atmosfera a Wimbledon si distende, il sole smette di battere forte  e l’ombra sul centrale si allarga sempre di più. Alcuni però hanno deciso di rimanere, vogliono vedere Martina. Martina Hingis entra in campo e si prende tutti gli applausi che il pubblico le riserva. Ha vinto il suo primo titolo di doppio femminile a Wimbledon che non aveva ancora compiuto 16 anni, era il 1996. Adesso ha quasi 35 anni ed è diventata molto più bella. Il sorriso, però, è lo stesso di sempre. Martina aveva una vita già bella e scritta ancora prima di venire al mondo, in un piccolo paese della ex Cecoslovacchia, a Kosice. La madre, Melanie Molitorova, tennista dal modesto talento, le sceglie un nome che è insieme una specie di quotidiano memorandum: sua figlia si chiamerà come la Navratilova e proprio come lei diventerà una campionessa di tennis. A due anni ha già la racchetta in mano, a sei anni, guardandola giocare a tennis, sua madre capisce di non essersi sbagliata in niente. Martina Hingis cresce e diventa sempre più forte, lo sguardo fisso  della  madre osserva ogni movimento dei  frutti del suo accanimento: deve aver fatto proprio un buon lavoro se a 15 anni e qualche mese batte Steffi Graff agli Internazionali di Roma.

 

Fuori dal campo c’è spazio per poco altro, le piacciono i cavalli. Un giorno un giornalista le fa una domanda sull’amore, lei risponde che non sa nemmeno tanto bene cosa significhi. Il tennis è tutto puntato su Martina: lei firma autografi e sorride, sempre e  a tutti. Ben presto però si accorgono tutti che i suoi sorrisi non hanno niente a che vedere con la gioia, con i suoi pochi anni. Quando nel 1997, il suo anno d’oro, vince Wimbledon, ancor prima di esultare lancia uno sguardo a sua madre, sempre a sua madre. E’ qualcosa che somiglia a un sorriso, ma osservandola attentamente ci si accorge che non è così: gli occhi di Martina sembrano dire a Melanie: “Guarda fin dove mi hai portato, guarda fin dove ti ho portato”. I suoi sorrisi hanno lo stesso sapore di una rivalsa, di una vendetta. Per Martina vincere non è niente di più che il contrario di perdere. Lei odiava perdere. E quando si accorge che il tennis del futuro sarà sempre più muscolare, sempre più fisico, saranno sempre di più Serena e Venus Williams, decide di ritirarsi dal circuito professionistico. Dice di avere problemi alle caviglie. In verità, la bambina prodigio capisce di non essere più la migliore. E per quelli come lei, se non sei la migliore non ha senso continuare. Ha solo ventitré anni ma il suo tennis sembra appartenere al passato, la madre rimane a guardare il suo piccolo capolavoro smontarsi velocemente. Martina Hingis non ha più risposto a nessuna domanda sull’amore, ma ha avuto tanti, tantissimi uomini, un brutto divorzio, tradimenti e brutte storie di droga da cui non hai mai provato a difendersi.

 

[**Video_box_2**]Dall’altra parte del campo da tennis, Martina Hingis diventava l’ennesima bambina prodigio vittima di se stessa e del suo sorriso terribile. Lo sport, che ama le belle storie, sembrava volersi dimenticare di lei, la vedova nera, come le chiamano nel circuito le sue colleghe. Lei dice di essere diventata più simpatica, ma non ci crede nessuno. Però, quando a trentacinque anni hai il coraggio di scendere sul centrale di Wimbledon e di vincere, uno dietro l’altro, il doppio misto e il doppio femminile, non si può fare altro che applaudire la rivincita della vecchia bambina cattiva.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi