Rafael Nadal (foto LaPresse)

Nadal e gli altri. Come cade un campione

Stefano Priarone
La sconfitta dello spagnolo a Wimbledon ricorda quella di McEnroe contro Gilbert ai Master di New York del 1985. E' la resa di Rafa oppure ci sono chances perché vinca ancora una volta? Storie di crolli e parziali risalite.

Ieri osservando l’incontro di Nadal sul campo centrale di Wimbledon veniva spontaneo pensare a una partita di quasi trent’anni fa al Madison Square Garden di New York, con un altro mancino sconfitto, quella tra McEnroe e Gilbert con Rafa nei panni dell'ex numero uno e Dustin Brown in quelli dello sfidante.

 

 

Il tedesco giamaicano è per molti versi l’opposto di Brad Gilbert. È un giocatore di puro istinto, serve bene, va a rete su quasi ogni palla (è scarsissimo da fondo), ha una bassa classifica perché nel tennis moderno mancano le superfici veloci (negli anni Settanta sarebbe stato stabilmente fra i primi trenta-quaranta). Mentre l’ex giocatore (e poi allenatore) Brad Gilbert è uno che pensa parecchio in campo, sull’applicare ogni tattica possibile (tecnica e psicologica) per vincere  ha pure scritto un libro di successo (“Vincere sporco”, in Italia da Priuli & Verlucca). Ma per come è andata la partita, la sconfitta di Rafa Nadal in quattro set (7-5 3-6 6-4 6-4) al secondo turno di Wimbledon a opera di Dustin Brown ricorda molto quella di John McEnroe da Gilbert nel gennaio 1986 al primo turno del Master di New York.

 

È da un anno che Nadal non è più lui. Dopo mesi senza giocare, nel 2015 ha perso nei quarti all’Australian Open contro Tomas Berdych, ha vinto solo due tornei minori (Buenos Aires su terra e Stoccarda su erba), è stato sconfitto ben due volte dal nostro Fabio Fognini e, soprattutto, ha abdicato al trono del Roland Garros (aveva vinto nove delle ultime dieci edizioni) eliminato in soli tre set nei quarti dal numero uno al mondo il serbo Novak Djokovic (peraltro sconfitto dallo svizzero Stan Wawrinka in finale).

 

Nadal oggi come McEnroe trent'anni fa. Nel 1985 il campione statunitense ha fatto l’ultima annata quasi da SuperMac: otto tornei vinti, ma nessuno slam, la perdita del primo posto in classica, superato dal ceco Ivan Lendl che lo ha anche sconfitto in finale allo Us Open. Dopo l’eliminazione al Master McEnroe si prende sette mesi di pausa e al suo ritorno, è un giocatore normale (anche a causa dell’emergere di giovanissimi agguerriti come Boris Becker e Stefan Edberg). Non vince più slam, al massimo torna numero 4 (nel 1989), anche se chiude bene la carriera nel 1992 con la semifinale a Wimbledon e la vittoria in Coppa Davis con un “dream team” tennistico (fra lui, Sampras, Agassi e Courier, che avrebbero assommato a fine carriera ben 33 slam).

 



 

Quando finisce un campione? Nadal ha solo 29 anni, non moltissimi in un tennis dove, a differenza che negli anni Ottanta e Novanta, ci sono tanti trentenni (o suppergiù) fortissimi (re Roger Federer, il classico rivale di Rafa è classe 1981, Wawrinka 1985, lo stesso Djokovic è un 1987), ma è ad altissimi livelli da un decennio, il suo fisico è usurato dato il suo gioco, il diritto ha perso esplosività. E, inoltre, non ha più gli “occhi della tigre” di Rocky in campo: prima rifiutava la sconfitta, adesso se il match gli va storto sembra quasi arrendersi. Ricorda un po’ il Lendl dei primi anni Novanta: fortissimo sino al 1991, in  caduta sempre più rovinosa dal 1992 in poi.

 

[**Video_box_2**]Certo, anche in passato Nadal è stato dato per finito, ad esempio a inizio 2010 dopo che per mesi non aveva praticamente giocato (e il Foglio in un ritratto dove lo considerava quasi per spacciato gli ha portato fortuna: nel 2010 avrebbe vinto tre slam).

 

Ogni campione chiude in modo diverso, d’altronde smettere di giocare non è come andare in pensione, essere un campione è parte della tua identità, se non si  riesce più a vincere spesso si va in crisi. C’è chi, al pari di Frank Sinatra che ha cantato per decenni la sua canzone finale “My Way” continua a giocare seppure a livello minore come McEnroe (ancora attivo adesso, ultracinquantenne, nel Senior Tour).

 

Pete Sampras, vincitore di 14 major declina nel 2001, ma ha un colpo di coda allo Us Open 2002 che vince battendo in finale il rivale di sempre Andre Agassi. È forse la conclusione di carriera migliore di sempre nella storia del tennis professionistico.


 
Lo stesso Agassi è stato dato più volte per finito (nel 1997 era uscito dai primi cento) ma è spesso risorto e solo per colpa di Federer non ha chiuso in bellezza con un major: Roger lo batté in finale allo Us Open 2005.

 

Quello di Nadal sembra un declino fisico e mentale come quello di Lendl: ma noi gli auguriamo un “sipario finale” (citando ancora “My Way”) alla Sampras. Dustin Brown ci è pure simpatico, ma non può essere lui a chiudere la carriera di Rafa.

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