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Pas d'ordinateurs

Niente computer, grazie. In Francia i caffè si ribellano allo smartworking

Mariarosa Mancuso

Locali a Parigi preoccupati che “si rovini l’atmosfera" per colpa del telelavoro trasferito nei locali. Appaiono i primi divieti parziali mentre le grandi catene come Starbucks risolvono la questione con tariffe orarie

I francesi non gradiscono. I parigini soprattutto. Ma anche nei caffè di Rennes e Bordeaux sono comparse le scritte: “Pas d’ordinateurs. Merci”. Niente computer, grazie. Provvisti di accoglienti e confortevoli caffè (nel senso dei locali), mentre le abitazioni sono minuscole (la prima volta che abbiamo visto l’annuncio per uno studio di 16 metri quadri pensavamo a un errore), lo smartworking dei francesi si è trasferito fuori casa. Da qui il divieto, registrato in un articolo di Libération.

 

I computer rovinano l’atmosfera, spiega il gestore del Partisan Café Artisanal nel Marais: belle vetrate, grandi macinacaffè, dolci o pranzi secondo l’orario. “Quando ne ho visti un paio, non mi sono preoccupato. Pochi giorni dopo ce n’era uno su ogni tavolo, e i tavoli sono venti. Non era questo che volevo, quando ho avviato la mia torrefazione e il mio locale”. Qualche locale ha esposto divieti parziali, il fine settimana o la pausa pranzo o dopo le sette di sera. C’è un risvolto economico, chiarisce l’Unione dei ristoratori: “Lavorare al caffè fa risparmiare l’affitto di un ufficio, il costo della connessione internet e l’elettricità”. I padroni delle ferriere – insomma, dei locali – fanno notare che a mezzogiorno i tavoli devono ruotare velocemente, per essere redditizi. Ma un cliente si lamenta: “Ho aperto il computer per vedere le mail, e mi hanno cacciato”. Non è chiaro se arriveranno a proibire anche i cellulari e gli iPad. E soprattutto gli adolescenti “divoratori di banda” che si stravaccano in terrazza con un bibitone e molti bicchieri.

  

Di scrittori in particolare, i gestori dei locali non parlano. O non si fanno notare, o sono già tutti nei vari Starbucks sparsi per Parigi, a imitazione degli scrittori di Brooklyn (Manhattan è troppo cara). O dei personaggi di Sally Rooney, che bevono caffè su caffè nel bicchiere di carta con il nome sopra, e la fascia per non scottarsi le dita. Stesso panorama per chi si fotografa mentre sta leggendo “Persone normali” o “Parlarne tra amici”. Due titoli che mantengono le promesse: la ragazza irlandese scrive bene ma “le passioni spente” (direbbe Vita Sackville-West a cui Virginia Woolf dedica il bellissimo e piuttosto fluido “Orlando”, che chi va in piazza con le maglie arcobaleno di sicuro non legge) alla lunga vengono a noia.

  

Da Starbucks c’è una tariffa oraria, un solo caffè non basta per fermarsi un pomeriggio. Come negli “anticafé” totalmente parigini inventati nel 2023 da Leonid Goncharov: 6 euro l’ora e 26 euro per la giornata intera, bevande e stuzzichini compresi, si può socializzare oppure stare appiccicati al proprio schermo, il capolavoro urge. Esistono anche a Milano, con formule diverse, per chi non vuole passare la giornata a lavorare in casa. Magari in pigiama perché si sa che finisce così. Funzione primaria dei caffè – ovverosia chiacchierare, sbronzarsi, fumare, sperimentare l’assenzio, guardare chi sta negli altri tavoli per poi scambiarsi i numeri a uso corteggiamento – non pervenuta.

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