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la bella stagione

Un'altra invincibile estate. Tra valigie, aerei e notti lunghissime

Annalena Benini

La scoperta è il suo carattere fondamentale. Di un amore o di un disamore. Le attese raccontate da Patrizia Cavalli e le coppie secondo Hemingway. E Camus ha capito perché andiamo al mare: ci rende orgogliosi di essere vivi

L’anno in cui ho scoperto l’estate davano Lo squalo all’arena e io non avevo nessuna paura. Tutti i miei sentimenti erano occupati dalla felicità di uscire di casa la sera, nel posto di mare, comprare il biglietto, un rettangolino di carta leggera e colorata, e ricevere i desideratissimi occhialini di carta “tridimensionali” che, mi avevano spiegato gli amici della spiaggia, mi avrebbero fatto sentire come se lo squalo stesse per divorare anche me, proprio me. Gli occhialini furono una delusione ma tutto il resto no: la fila per il cinema, il buio, l’Autan sulle gambe e sulle braccia e quella finzione di terrore che tutti mettevamo in atto con grande eccitazione: lo squalo domani sarebbe comparso senza dubbio anche nell’ultra piatto Mare Adriatico e avrebbe fatto una strage e noi ci saremmo divertiti tantissimo.

 

E poi l’uscita dall’arena, a mezzanotte passata, quando il viale della passeggiata si è svuotato di carrozzine e di mocciosi e di genitori esasperati dal caldo e dalle zanzare e restano solo i grandi e i forti, quelli che stanno per andare a ballare o che non hanno l’orario di rientro e aspettano che sorga di nuovo il sole, mentre io dovevo scappare subito a casa accompagnata da un’amica di mia madre. C’era il mondo lì riunito e per la prima volta io lo vedevo. Una ragazza bionda e molto abbronzata, con le gambe nude e le Superga bianche era in lacrime perché il film l’aveva sconvolta, diceva, e intorno almeno tre ragazzi la consolavano prendendola in giro e proponendole di andare vedere l’alba, dopo, in una spiaggia lontana con la macchina. Un ragazzo magro e scettico, molto scettico, con una maglietta nera di un gruppo metal fumava e diceva che Lo squalo era proprio “un’americanata senza fine” e io immediatamente, credo a otto anni, mi innamorai di lui. Quindi era fatta così l’estate a cui io non avevo ancora accesso: un posto dove non si va mai a dormire e dove si dicono un sacco di cose divertenti e si progettano fughe e si torna a casa solo per fare la doccia e scappare fuori subito un’altra volta. 

 

E sì, è questa l’estate, quella cosa in cui puoi finire trascinata giù nell’acqua dallo squalo bianco nel tuo primo giorno di vacanza, dopo che hai lasciato la festa per andare a fare il bagno di notte, o andare ogni sera su e giù per le colline sperando nell’incontro con la fortuna e con il batticuore, come fanno Amelia e Ginia, vent’anni e sedici, nella Bella estate di Cesare Pavese: la prima volta che ho letto il libro non capivo perché, con una tale euforia di vivere (“perché vuoi sprecare l’estate? Non puoi dormire con un occhio solo?”), all’ultima pagina di quel racconto io mi sentissi così desolata e sola. “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente la notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline”.

 

Amelia guarda gli uomini sfacciata, per strada, non indossa le calze per il caldo, fuma, parla con la voce roca, va a ballare, si spoglia nuda davanti ai pittori per posare, sa già come va il mondo e sa anche quante speranze ha, è libera e cinica o almeno ha bisogno di sembrarlo perché non possiede molto di più. Ginia deve ancora scoprire tutto. 
È questa la caratteristica fondamentale dell’estate: la scoperta. Di un amore o di un disamore. Desiderare, essere desiderati, venire respinti, sentirsi invisibili per la prima volta, dopo tante estati accese. 
Ecco qualche sentimento estivo, qualcosa che abbiamo provato almeno una volta, o che proveremo finché non decideremo che l’estate per noi è finita, che è soltanto una stagione calda in cui barricarsi dentro di sé.

 

In estate si passa molto tempo ad aspettare: un aereo, un treno, un traghetto, un fidanzato che è andato in bagno e non ricompare più. L’attesa in aeroporto, le code in macchina osservando gli altri in fila che litigano o cercano di educare i loro figli all’aggressione del prossimo e alla prevaricazione. Tutte quelle valigie nei carrelli una sopra l’altra, che cosa ci metteranno dentro? Non si deve sottovalutare il tempo in cui si fa la valigia. Che cosa fai oggi? La valigia. Tutto il giorno? Sì, tutto il giorno e tutta la notte. Ci sono liste apposite per la valigia dell’estate, e discussioni sulle camicie che in valigia si stropicciano ma che non si possono non portare, e ogni estate qualcuno dice: io con il kindle ho risolto il problema dei libri in valigia. E ogni estate qualcuno risponde con fastidio: io ho bisogno di tenere il libro in mano. E quello con il kindle si sente superiore, moderno, ma ha una gran voglia di tenere un libro in mano e di solito lo ruba agli altri.

 

Bisogna comunque accettare con rassegnazione che non esiste la valigia perfetta con i vestiti e i libri giusti, non esiste la valigia che non ti fa impazzire pensando a quello di cui avevi bisogno e che hai lasciato a casa perché obnubilato dal mito incosciente della valigia leggerissima. Quanto tempo a passare in rassegna mentalmente il contenuto della valigia, o a perderla per strada o a riempirla di etichette per riconoscerla, e poi non riconoscerla mai. Ogni volta, al nastro bagagli, mi convinco che mi abbiano perso la valigia e mi dispero (è il motivo per cui mi sono inginocchiata davanti al mito del solo bagaglio a mano, perché non reggo la tensione dell’attesa). Poi la vedo, una cosa bruttina, anonima e abbandonata, da quell’angolazione era impossibile riconoscerla, ma è la mia e mi commuovo perché l’ho aspettata tanto anche se facendola l’ho sbagliata quasi tutta. 

 

Tutto quel tempo di attesa è già il tempo dell’estate, e Patrizia Cavalli (che teorizzava valigie immense, piene di vestiti, magliette e cappelli, valigie come ne La mia Africa per un weekend in campagna) l’ha raccontato in versi. 

 

Questo tempo sabbatico
prima di una partenza, questo tempo
rubato al tempo, questo tempo non mio
né di altri, il tempo della valigia
e del ritardo, questo lusso sospeso,
questo margine ricco,
quando audace e irresponsabile posso
quello che neanche gli anni mi concedono,
dove accorrono i pensieri più negletti
e sono accolti, e tra un pigiama
e una camicia s’insedia maestoso
ma arrendevole il possibile, dove potrei
persino telefonarti e dichiararmi
folle d’amore, questo unico tempo vero
involontario che ci è dato
per grazia di partenze, questo
non è nient’altro che preghiera.

 

La preghiera in vacanza riguarda anche le coppie silenziose in attesa di un aereo o dentro un’auto che li porterà da qualche parte dove resteranno in silenzio. Al mare, in silenzio, su un sentiero di montagna, in silenzio, al ristorante, in silenzio. La preghiera avviene nel momento in cui li guardi e ascolti quel silenzio: ti prego noi non diventeremo mai così, e avviene anche quando li guardi e capisci che sei diventato esattamente così, e quindi fai altre preghiere: preghi il mare di diventare ancora più mare, preghi la montagna di non caderti addosso, preghi lo squalo bianco di portarti a fare un giro. 

 

Ma quando c’è una coppia giovane in attesa di un treno d’estate, nel suo tempo sabbatico, ecco che arriva, maestoso, uno dei racconti più belli di Ernest Hemingway, Colline come elefanti bianchi: io scorgo la giovane coppia e sono, come tutti quelli che leggono questo racconto, la persona che ascolta il loro dialogo nascosta dietro una tenda di bambù, mentre loro sono l’americano e la ragazza con lui, seduti all’ombra a un tavolino al lato della stazione. “Faceva molto caldo e l’espresso di Barcellona sarebbe arrivato dopo quaranta minuti. Si fermava a quella stazione per due minuti e proseguiva per Madrid”. Sono in viaggio, ordinano due birre, e la ragazza guarda lontano verso le colline arse dal sole e dice: “Sembrano elefanti bianchi”. Lui risponde la cosa più stupida del mondo: “Non ne ho mai visto uno”, e da questa stupida risposta capiamo che c’è una discussione, c’è una differenza fra i due, c’è qualcosa di grande che è successa fra loro e che lui non capisce e mentre prosegue l’attesa e prosegue la discussione noi che stiamo origliando, Hemingway stesso che sta origliando capisce che forse mentre arriva il treno e finisce l’attesa sta finendo anche l’amore.

 

Lei gli dice: “Adesso faresti qualcosa per me?”.
“Per te farei qualunque cosa”.
“Vorresti per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere smettere di parlare?”.
“Lui non disse nulla ma guardò le valigie contro il muro della stazione. C’erano attaccate le etichette di tutti gli alberghi dove avevano passato la notte”. 

 

Il treno arriverà, dopo cinque minuti, lui sposterà le valigie dall’altra parte e tornerà da lei attraverso la tenda di bambù da cui noi abbiamo ascoltato tutto. Berranno ancora un po’. Ognuno deciderà che cosa succede dopo. Io ho deciso che lei ha smesso di amarlo quando lui ha detto di non avere mai visto un elefante bianco.

 

Con grande rispetto per chi d’estate va in montagna o al Polo nord o nei musei delle città vuote e roventi o vuote e piovose (è successo a tutti prima o poi, è successo anche a me e mi è venuta una terribile bronchite), non esiste sentimento dell’estate senza il mare. Senza il sole che brucia e stordisce, senza togliersi le scarpe e i vestiti e restare lì, immobili e scemi, a leggere nessun libro e nessun kindle. Per Albert Camus l’estate al mare è qualcosa di ancora più grande: è orgoglio di essere vivi.

 

“Sulla spiaggia, cadere nella sabbia, abbandonato al mondo, rientrato nella mia pesantezza di carne e d’ossa, intontito di sole, con uno sguardo, di tanto in tanto, alle braccia ove la pelle asciugando scopre, quando l’acqua scivola via, la peluria bionda e il polverio di sale. Qui capisco quel che chiamano gloria: il diritto di amare senza misura. C’è un solo amore in questo mondo. Stringere un corpo di donna è anche tenere contro di sé questa gioia strana che scende dal cielo verso il mare. La brezza è fresca e il cielo turchino. Amo questa vita con abbandono e voglio parlarne liberamente: essa mi dà l’orgoglio della mia condizione d’uomo. Pure, spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Sì, qualcosa c’è: questo sole, questo mare”.

 

Questo sole, questo mare, questa invincibile estate che non smette di ritornare, questa sera al cinema a vedere Lo squalo con gli occhialini di carta (“D’estate a Roma i cinema sono tutti chiusi, oppure ci sono film come Sesso amore e pastorizia, Desideri bestiali, Biancaneve e i sette negri, oppure qualche film dell’orrore come Henry, oppure qualche film italiano”, dice Nanni Moretti in Caro diario). Tutto per poter dire, alla fine: abbiamo avuto la nostra estate.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.