Marilyn Monroe e Tom Ewell sul set di “Quando la moglie è in vacanza”, commedia diretta nel 1955 da Billy Wilder

Può succedere di tutto con un caldo così, ma a qualcuno piace caldo

Annalena Benini

“Quando la moglie è in vacanza”, “Fa’ la cosa giusta”, “Il grande Gatsby”. Le conseguenze dell’estate torrida in un mondo di birre ghiacciate e tensioni esplosive, perché non valgono più le regole dell’inverno

L’indomani era una giornata da arrostire, forse l’ultima, certo la più calda dell’estate.
Francis Scott Fitzgerald, “Il grande Gatsby”

 

Sdraiata sul divano con le finestre chiuse e il ventilatore puntato addosso, sento il cervello colarmi giù dalle tempie. Ma nello schermo acceso Marilyn Monroe sta esultando con il suo vestito bianco allacciato dietro il collo: “Uuuh! Senta il vento della sotterranea! Wow, che delizia!” e diffonde tutto intorno un’idea di frescura e il tintinnare di un’allegria non fiaccata dall’afa: intorno a lei l’estasi, intorno al mondo estivo del caldo ribollente e noiosissimo una nuova vita sopra la griglia di aerazione, una scena indimenticabile nei secoli.

 

Se Billy Wilder ha costruito una leggenda sopra il caldo dell’estate, in particolare quello senza aria condizionata, con il reggiseno in freezer quindici minuti prima di indossarlo, allora il caldo in città è più importante di quel che penso, non è banale sudore ma è una storia, è una spinta, un’atmosfera. Può succedere di tutto, con un caldo così. Un omicidio, l’amore, la rivolta, il sesso. La resa dei conti tra un uomo e una donna. Un mucchio di frasi qualunque, anche, ma che una dopo l’altra danno il senso di qualcosa di epico, torrido, ardente: “L’ondata di caldo non è ancora finita”, dice il tizio alla radio quella mattina, a Brooklyn, proprio all’inizio di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, e le persone alla finestra o sedute sul marciapiede sotto un ombrellone da spiaggia piantato nel cemento sanno che può succedere qualcosa e sono lì, sotto il sole, con le canottiere sudate, per non perderselo. Sarà una lunga giornata torrida, con i fazzoletti per asciugarsi la faccia, con risse sudate, con l’uomo delle granatine che urla “Ghiaccioooo” e i bambini che gli corrono incontro.

 

Con una giovane donna mezza nuda e arrabbiata perché si sente trascurata dal marito e per ripicca non vuole farsi spogliare, dice che fa troppo caldo. “Per parlare e per scopare non fa mai troppo caldo né troppo freddo”, le dice lui, e lei allora acconsente, convinta, si lascia togliere quella canottiera e lo aspetta in piedi sul letto mentre lui va a prendere il ghiaccio in freezer. Ma in cucina c’è la suocera, accaldata, arrabbiata, con il nipotino in mutande seduto in braccio, e lui prende il ghiaccio mentre la suocera gli fa una ramanzina in spagnolo sui soldi e sul suo non essere un buon padre, lui non vuole ascoltarla e fa più in fretta che può e torna dalla sua ragazza nuda, eccitata e arrabbiata insieme. 

 

Quelli che seguono sono appunti sparsi sul caldo e sulle sue conseguenze letterarie, esistenziali e cinematografiche. E’ sempre esistito, ha sempre incollato le camicette e fatto svenire, ha fatto cadere a terra il portamonete dalle mani scivolose, ha fatto macchiare i fogli con le dita sudate e una delle soluzioni temporanee è ancora quella di passarsi sul corpo una lattina di birra ghiacciata e dire: “Ah, che caldo”. Ci si può chiudere in casa fino ai temporali di settembre, oppure scegliere di continuare a vivere e stare a vedere quello che succede alle vite degli altri. 

 

“Che caldo” disse il controllore alle facce consuete.
“Che tempo!... Caldo!... Caldo!... Caldo!... Che cosa ne dite del Caldo? Che cosa ne dite? Che cosa…?”.
Nick, la voce narrante del Grande Gatsby,  sta tornando in treno da Daisy per trascorrere un pomeriggio estivo e ozioso con lei e Gatsby, con il gruppo dei ricchi vestiti di bianco, con lei che ha una voce piena di soldi ed è inconsapevole di quello che può fare alle persone, sfracellarle per sbadataggine e poi ritirarsi di nuovo nel proprio denaro e nella propria bellezza. Daisy è accaldata, nella stanza ben ombreggiata dalle tende, è distesa su un divano enorme, quando ride una minuscola raffica di cipria le si alza dal seno, ha in mano un ventaglio e dice, in coro con la sua amica distesa sul divano anche lei: “Non possiamo muoverci”. Bevono gin in bicchieri che tintinnano di ghiaccio, bevono birra ghiacciata, vogliono dimenticarsi del caldo e di tutto quell’odio, quel disastro che è già lì, sull’orlo del divano. “Hai sempre un’aria così fresca”, dice Daisy a Gatsby, ed è come se gli avesse detto: ti amo. Il marito di Daisy lo capisce e diventa rabbioso e impaziente, vuole andare in città, a Manhattan, stanno per cedergli i nervi e il viale è rovente. 


Sarebbe stato Il grande Gatsby anche d’inverno, con la neve sul vialetto, con gli alberi di Natale? Avrebbero lo stesso affittato una suite al Plaza (senza aria condizionata) per passare il pomeriggio bevendo e litigando e cercando di smascherarsi l’uno con l’altro, ma sempre con la cravatta annodata al collo? Tutto quell’amore e quella speranza evaporate avevano bisogno di un’estate torrida. Gatsby doveva morire in piscina e il suo funerale doveva essere quasi deserto per il caldo, per le vacanze, per l’indifferenza di persone troppo diverse da lui: persone da estate.


“Ho letto, non mi ricordo più dove, che il sole diventa ogni anno più caldo, disse Tom con aria gioviale. Pare che presto la terra cadrà sul sole”. Era il 1925, quasi cento anni fa, e oggi come allora diciamo sciocchezze sul caldo con una convinzione molto simile e cerchiamo di ombreggiare le stanze e di non litigare, perché litigare fa sentire più caldo. Ma dormiamo con le finestre aperte e veniamo svegliati dagli schiamazzi. Tre ragazze ubriache alle cinque di mattina sotto la mia finestra discutevano di un uomo veramente bastardo e io non provavo nessuna solidarietà, ma solo il desiderio di riempire una secchio d’acqua e rovesciarlo dalla finestra. Non l’ho fatto, perchè la ragazza ha promesso alle altre due di lasciare il bastardo. “Picchiatemi se non lo lascio”, ha urlato. Spero in qualche modo di ritrovarle sotto le finestre e saperne di più.

Nick sente le mutande che gli si arrampicano come un serpente umido su per le gambe, mentre gocce intermittenti di sudore gli colano fredde lungo la schiena. Daisy propone di prendere cinque stanze da bagno al Plaza e fare un bagno freddo, Daisy pensa di poter dire qualunque cosa purché sia molto divertente, finge di essere molto divertente e anche gli altri fingono che lei lo sia. Gatsby la ama seriamente ma lei non è in grado di fare nulla seriamente, non ne ha bisogno. Dice soltanto: “Oh, stiamo allegri! Fa troppo caldo per arrabbiarsi”.


Nei quartieri alti fa troppo caldo per arrabbiarsi, si bisbiglia per risparmiare il fiato, ci si sventola con i ventagli di piume, qualcuno triterà il ghiaccio, qualcuno preparerà un cocktail e si potrà andare veloci su un’auto scoperta, si potrà lasciare la figlia alla tata invece di tenersela in braccio in cucina, in mutande, cercando di prendere un po’ d’aria dalla finestra e ricevendo in faccia un vento caldo. Ma le gocce di sudore lungo la schiena sono le stesse. Anche le impronte sull’asfalto, e il vento dalla grata di areazione della metropolitana. Chiunque abbia sentito quel vento ha pensato a Marilyn Monroe e al suo vestito bianco plissettato, e alla possibilità che l’estate sia uno spazio ammiccante, ingenuo e segreto, con picchi di fortuna indicibili: nell’intercapedine sotto la grata c’era un uomo della troupe che azionava il ventilatore, in un angolo tra la Lexington e la 52ª strada. Quella scena fu girata almeno quattordici volte, con una piccola folla davanti. L’allora marito di Marilyn, Joe Di Maggio, se ne andò infuriato. 


Ma l’ingenuità allegra che Marilyn mette in scena in Quando la moglie è in vacanza è totalmente diversa dalla finta ingenuità di Daisy, che non è mai né felice né infelice, ma solo tranquilla e orgogliosa al di sopra delle lotte degli altri esseri umani. Anche il caldo per lei non è nient’altro che un diversivo, così come l’amore di Gatsby. Per lui è tutto, per lei è un soffio di vento. 


Il caldo di Brooklyn è un caldo che sale dall’asfalto e fa aprire birre sui gradini delle case, e impazzire chi stava già diventando pazzo. E’ un caldo che fa salire la tensione, esattamente come nelle case dei ricchi, come nella piscina di Gatsby. E’ un caldo che però fa sentire il bisogno di non stare soli. La donna sola alla finestra accetterà alla fine la corte dell’ubriacone per strada, perché è gentile con lei e perché sa che cosa significa essere ancora vivi, estate dopo estate.


Fa’ la cosa giusta è del 1989, e tutti indossano la canottiera: nonostante il caldo urlano, vociano, litigano, si strattonano, oppure stanno seduti vicini a guardare chi passa e a detergersi il sudore. Adesso, nel 2022 a Brooklyn e a Williamsburg con un caldo che scioglieva il marciapiede ho visto camminare uomini a torso nudo, li ho visti anche fare jogging a torso nudo per sudare meglio, e ho visto sullo stesso marciapiede ebrei ortodossi camminare vestiti di nero, giacca nera, pantaloni neri, cappello nero, calze e scarpe, e donne con i collant spessi le gonne e le maglie pesanti (niente magliette, niente braccia scoperte) e la parrucca sintetica a coprire la testa rasata dopo il matrimonio. La parrucca fa ancora più caldo, e sopra quella parrucca c’è sempre un cappello. Camminano sotto il sole spingendo passeggini e tenendo bambini per mano, sfiorano uomini a petto nudo che camminano nella direzione opposta e si girano dall’altra parte per non guardarli. Anche gli uomini ortodossi vestiti di nero si sono girati dall’altra parte per non guardarmi, e alcuni di loro sotto la giacca nera indossavano un gilet nero di panno pesante sopra la camicia a maniche lunghe, sotto braccio un cuscino nero, forse per le preghiere del mattino. In Fa’ la cosa giusta se ci si scontra sul marciapiede invece di girarsi dall’altra parte si litiga: nero contro bianco, entrambi in canottiera, chi ha diritto di precedenza? Il bianco con la bicicletta, pioniere degli hipster, o il nero con le Air Jordan immacolate pagate 109 dollari tasse comprese? “Ehi, perché non te ne torni in Massachussets?”, grida il nero sotto il sole rovente. “Sono nato a Brooklyn”, gli risponde il bianco entrando in casa sua con la bicicletta in spalla. 

Tutti sono arrabbiati con tutti: per il razzismo in un quartiere nero, per i dollari che non sono abbastanza, per la pizza che non ha abbastanza mozzarella, la mozzarella in più costa due dollari, per il padrone della pizzeria che non dà anticipi sulla paga e che non mette sul muro foto di celebrità nere (“Fuck Frank Sinatra”, “No, fuck Michael Jackson”), per la musica rap contro la salsa, per questo caldo che fa impazzire e aprire gli idranti e farsi il bagno per strada tra i due marciapiedi di Brooklyn, fino all’arrivo della polizia: “Vuoi nuotare? Vai a Coney Island”. Il mondo può esplodere da un momento all’altro. 
Vuoi nuotare? Vai al mare, ma se resti in città preparati al grande romanzo della vita accaldata e feroce, con i sensi dilatati e la consapevolezza di un tempo sospeso e sudato in cui non valgono le regole dell’inverno.     Quando arriveranno i temporali, poi, fingeremo di non ricordarci niente e rabbrivideremo per il freddo. 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.