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Il preside e il porco. Perché ad Harvard attaccano Ronald S. Sullivan Jr.

Giurista nero e obamiano diventa l’avvocato di Weinstein. All'ateneo americano scatta la campagna per cacciarlo

1 Marzo 2019 alle 11:00

Il preside e il porco.  Perché ad Harvard attaccano Ronald S. Sullivan Jr.

Foto LaPresse

Roma. A giudicare dal caos, sembra che Harvey Weinstein si sia immatricolato a Harvard. Non è così. Ma la notizia che il produttore di Hollywood in disgrazia abbia scelto per il suo team legale un preside di facoltà di Harvard è stata sufficiente per scatenare un putiferio in quella che è una delle culle accademiche d’America. Brandendo cartelli come “abbasso il preside”, gruppi di studenti stanno protestando da giorni fuori dall’ufficio del rettore di Harvard per chiedere che l’amministrazione cacci immediatamente il preside di facoltà Ronald S. Sullivan Jr.

  

Sullivan è un professore di Legge a Harvard e preside della Winthrop House. E’ stato il primo uomo di colore a ricoprire quella posizione. Nel 2008, Sullivan è stato consigliere della campagna dell’allora senatore Barack Obama sulla giustizia penale. Ha rappresentato la famiglia di Michael Brown contro la città di Ferguson, Missouri, quando il diciottenne afroamericano morì sotto i colpi di un agente di polizia. Il lavoro da avvocato di Sullivan ha portato al rilascio di oltre seimila persone incarcerate ingiustamente. Sullivan era stato chiamato da Yale a Harvard da Elena Kagan prima che fosse nominata giudice alla Corte suprema. Appena un anno fa, l’Huffington Post aveva elogiato così il professore: “Un eroe sconosciuto in mezzo a noi: Ronald S. Sullivan Jr., l’uomo che ha inflitto il più grande colpo alla carcerazione di massa”. Un curriculum ideale che avrebbe spinto legittimamente a pensare che Sullivan fosse in piena regola, che avesse tutti i crismi, nella comunità di attivisti progressisti di Harvard. Per giunta, Sullivan aveva difeso in aula l’attrice Rose McGowan - una delle prime accusatrici di Weinstein – contro le accuse di possesso di droga. Quando Sullivan è diventato uno degli avvocati di Weinstein, il professore è diventato un mostro amorale.

 

Oltre agli studenti, anche molti professori si sono schierati per le sue dimissioni. “E’ giusto intraprendere una difesa di così alto profilo?”, ha detto Diana Eck, professoressa di studi religiosi e preside di facoltà, durante una protesta studentesca. “Ci aspettiamo che ci siano scelte fatte nell’interesse dei nostri studenti”. In una e-mail ottenuta dal Globe, Sullivan ha rivendicato che il sistema legale americano si basa sulla presunzione di innocenza. “E’ importante per una categoria impopolare ricevere lo stesso processo di tutti gli altri - forse ancora più importante”, ha scritto Sullivan. “Nella misura in cui neghiamo agli imputati impopolari i diritti fondamentali del processo, cessiamo di essere il paese che immaginiamo di essere”. Anche l’Associazione delle donne di colore di Harvard vuole che se ne vada. L’amministrazione di Harvard sta cedendo alle minacce e dice di “valutare seriamente le preoccupazioni degli studenti”, accettando di aprire una procedura su Sullivan. “Climate review”, si chiama in gergo. Giornalisti di The Crimson, il giornale di facoltà, hanno iniziato una petizione contro il docente. Graffiti contro il professore sono apparsi nei muri della facoltà.

 

L’episodio dimostra non soltanto che l’attivismo progressista imbevuto di isteria politicamente corretta è in contrasto con i valori progressisti, ma che è un cannibalismo che divora i propri eroi. Per molti a sinistra, la libertà di parola e il giusto processo non sono princìpi da difendere, ma ostacoli da superare. Come ha scritto Eugénie Bastié nel suo nuovo libro Le porc émissaire, il “porco espiatorio”, “siamo in pieno nuovo 1793”, al terrore dopo la Rivoluzione.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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