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Dove non arrivano i tribunali adesso arriva il #metoo. Ed è un disastro

Una raccomandazione è un abuso sessuale? Il caso delle dimissioni dell’ex ceo della Warner Bros, Kevin Tsujihara

26 Marzo 2019 alle 11:14

Dove non arrivano i tribunali adesso arriva il #metoo. Ed è un disastro

Kevin Tsujihara (foto LaPresse)

Roma. Non lo avevamo messo in conto o forse sì ma non abbastanza: il #metoo s’è preso tutto, o quasi tutto, e certamente molto di più di quello che aveva preventivato e per cui è nato. Denunciare le molestie sessuali, mostrarne non semplicemente l’epidemicità ma pure l’endemicità, ha allargato il raggio d’azione e la capacità d’intervento di un movimento che ora, più di qualunque altro, si mostra capace di ridiscutere (e probabilmente anche destrutturare) il potere, e tutte le sue dinamiche.

  

L’Atlantic parla di effetto farfalla (piccole variazioni che, sulla lunga distanza, ne determinano di gigantesche) e, a ben leggere la storia di Kevin Tsujihara, si capisce perché e anche che tipo di conseguenze questo allargamento dell’orizzonte d’intervento potrebbe avere.

  

Lo scandalo sessuale che la settimana scorsa ha portato alle dimissioni dell’ex ceo della Warner Bros non è propriamente uno scandalo sessuale: l’uomo ha, di fatto, raccomandato la sua ex amante, Charlotte Kirk, attrice, procurandole un paio di parti. Nei pochi trafiletti che hanno dato la notizia, in Italia, si legge che Tsujihara “prometteva ruoli in cambio di prestazioni sessuali”. Kirk, però, ha dichiarato che la sua relazione con lui era consensuale, ha dovuto specificare che ha fatto sesso con il capo perché le piaceva e che la sua autostima era forte abbastanza da permetterle di non farsi inibire dal timore che lui pensasse di doverle qualcosa in cambio. Lui, invece, ha dovuto scusarsi, dimettersi “per il bene dell’azienda, dei nostri dipendenti e dei nostri partner” (così si legge nella nota diffusa dalla Warner Media) e mandare in fumo una carriera radiosa e ultraventennale, che è anche una bellissima storia, un classico dell’American dream.

 

Tsujihara, che è nato a Shizuo da genitori che lavoravano nella grande distribuzione (vendevano uova) ed è cresciuto in California, è stato il primo americano di origini asiatiche a ricoprire il ruolo di amministratore delegato di una major hollywoodiana. Mai un peccato. Mai un insuccesso. Qualche anno fa aver favorito una sua amante non gli sarebbe costato tanto e non perché gli Stati Uniti fossero meno sessuofobici di adesso, ma perché il #metoo non aveva scardinato un preciso modo di intessere e intendere il potere: la sopraffazione ammorbidita dallo scambio.

 

Più di qualcuno ha sottolineato che, in questo caso preciso, il #metoo non c’entra, perché non c’è stato abuso sessuale. Il punto è che il #metoo non c’entra più con gli abusi sessuali o, meglio, non solamente con gli abusi sessuali. Il #metoo è, infatti, l’avversario dell’abuso più largamente inteso: non tanto perché ha, talvolta impropriamente, trasformato molti modi della relazione tra uomini e donne in molestia, ma perché ha scardinato un modo di agire, arrivando dove un tribunale non sarebbe mai arrivato, offrendo alle vittime un riparo che né la legge, né la giustizia sono state capaci di offrire. Scrive l’Atlantic: “Il fatto che qualcosa sia proibito dalla legge non significa che finirà: la discriminazione razziale è illegale ma praticata”. E, ancora più significativamente: “Se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni, il #metoo non ci sarebbe stato”, perché contro un presidente “narcisista, autoritario e misogino” l’opposizione più efficace è la denuncia di un sistema di potere basato sull’abuso sessuale ma irradiatosi in moltissime altre manifestazioni.

  

Che il #metoo abbia davvero ridisegnato il consenso, le relazioni (tra amanti, amici, colleghi), il sesso, il lavoro, è sempre più evidente. L’impatto culturale è stato travolgente e non ne ha fatto un alleato della giustizia, bensì un potere che può farne a meno. È per questo che ci si servirà sempre di più del #metoo per ottenere una condanna certa. E chi lo sa se saremo lucidi abbastanza da separare la fame di giustizia dalla sete di vendetta.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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