Il Giappone diventa puritano per compiacere l'occidente

Giulia Pompili

Via dagli scaffali di Tokyo il porno soft, per non scandalizzare i turisti. Ma siamo sicuri?

Roma. Alla fine di agosto due dei più diffusi convenience store del Giappone, 7-Eleven e Lawson (che insieme fanno 34 mila punti vendita in tutto il paese), elimineranno dai loro scaffali le riviste per adulti. Secondo l’agenzia di stampa nipponica Kyodo news anche FamilyMart seguirà l’esempio degli altri due competitor. In pratica dalla prossima estate non si vedranno più le copertine dei manga soft porno accanto ai quotidiani e ai magazine venduti nei piccoli supermercati aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Che poi sono una delle esperienze più indimenticabili per chi visita il Giappone per la prima volta, seconda forse solo ai gabinetti tecnologici: trovare sempre, in ogni angolo di strada questi negozi puliti e precisi, che vendono tutto ciò che serve per la sopravvivenza (dal caffè alle magliette della salute, dal cibo ai cavi per ricaricare lo smartphone, dal sushi alla birra in lattina, dal bagno al bancomat, dai quotidiani alle riviste porno) rimette l’uomo al centro dei suoi bisogni di consumo.

 

  

E insomma, anche i magazine un po’ zozzi – per la verità quasi sempre sotto forma di manga, quindi particolarmente compatibili con la cultura locale – fino a oggi facevano parte di quel desiderio di facilità e immediatezza che ha fatto del Giappone un paese a misura d’uomo.

  

 Erotismo in Giappone (foto di Giulia Pompili)

 

Per i funzionari di 7-Eleven il motivo principale di questa virata puritanissima è la Coppa del mondo di rugby, che verrà ospitata dal Giappone il prossimo autunno, e i Giochi olimpici di Tokyo del 2020. Secondo quanto riportato da Kyodo news, le aziende dei convenience store vogliono “evitare di dare una brutta impressione” ai turisti stranieri, “e sperano di rendere le visite in negozio più facili per donne e bambini”. E qui bisogna fare una premessa: se è vero che la bacheca con le riviste hard è di solito la principale attrazione dei convenience store del turista medio che ci entri per la prima volta e non abbia ancora apprezzato il resto dei servizi, è altrettanto difficile, in un paese come il Giappone, trovare un luogo meno erotico di un convenience store. Il soft porno, al contrario, in una città come Tokyo è ovunque. Una persona che abbia voglia di eros nella capitale non entra in un convenience store, ma scende alla stazione di Akihabara ed entra nei sette piani delle meraviglie di M’s.

 

Oppure si fa un giro nel quartiere di Kabukicho, a Shinjuku, dove tutto riguarda il sesso soprattutto oggi, che sono ammessi anche i turisti occidentali. D’altra parte, spiegano dalla direzione di 7-Eleven, è cambiata la clientela dei convenience store: prima erano soprattutto uomini di mezza età che qui trascorrevano la pausa pranzo o passavano a prendere la cena dopo il lavoro. Il target insomma erano i salary man – e i magazine porno e le cravatte d’emergenza tra gli scaffali sono lì a dimostrarlo. Oggi la clientela è cambiata, e sempre più donne entrano nei convenience store. C’è qualcosa di più antifemminista che motivare con la presenza delle donne l’eliminazione dei manga porno dai negozi? Finiremo mica col coprire gli occhi alle femmine quando attraversano Akihabara, che alla sera si riempie di promoter scosciate dei maid cafè?

  

Da una parte, il Giappone ha ancora molto da lavorare nel suo percorso di liberazione sessuale, ma dall’altra c’è un pregiudizio di fondo. Per andare incontro agli obiettivi del governo centrale – quaranta milioni di visitatori stranieri all’anno entro il 2020 – il Giappone sta sanitarizzando in un modo tutto suo ciò di cui si vergogna, abituato com’è a essere giudicato dall’occidente. Ecco, è l’occidente alla fine il vero problema: il Giappone ha con la cultura occidentale un rapporto di odio e amore, vorrebbe somigliarle ma non può, è incompatibile, e così tutti i suoi tentativi sembrano stridenti e fuori luogo. Basti pensare alle terme, vietate a chi ha i tatuaggi ma lentamente trasformate per gli stranieri (quindi basta nudità complete e vasche per entrambi i sessi) oppure ai simboli tradizionali delle mappe giapponesi che indicano i templi buddisti: una croce uncinata cheinizia a essere eliminata “perché offende i visitatori, che potrebbero scambiarla per una svastica nazista”. Lasciateci il Giappone così com’è, con i suoi porno e le sue contraddizioni.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.