cerca

La rivincita degli inconsolabili

In un mondo dove si sublima tutto via hashtag pure il rifiuto diventa feticcio #shareyourrejection 

25 Agosto 2018 alle 06:13

La rivincita degli inconsolabili

Roma. L’hashtag di mezza estate è #shareyourrejection (condividi il tuo rifiuto – che fa molto Città dell’altra economia, meno male che c’è l’inglese) e serve a raccontare al pianeta tutte le volte che si è stati scartati, tutti no, i le faremo sapere, i non ci interessa, i sia dia al giardinaggio che si sono ricevuti (esentati i due di picche, ché sono più scivolosi, di questi tempi). Sarebbe un gemellaggio mondiale di incompresi, se non fosse che, a conclusione di ogni storia, s’inserisce la vittoria, il “ora sono qui per parlarne, dall’alto del mio trono, del mio podio, della mia rivincita”. All’inizio, lo hanno usato soprattutto gli scrittori, che di rifiuti sono esperti, ne hanno quasi sempre uno o più alle spalle e chi lo sa quanti capolavori ci siamo perduti, per colpa di editori ciechi o sbronzi o scemi che hanno mandato indietro manoscritti eccezionali. Dario Franceschini, lo ricorderete, propose qualche estate fa una biblioteca nazionale dell’inedito, una sorta di centro di raccolta del miglior non pubblicato italiano. Ridemmo molto, ridemmo tutti, perché sembrava una specie di maxirimborso e pure perché un’indagine di quelle serie coi numeretti e tutto quanto, forse, potrebbe dimostrare che in Italia i libri pubblicati sono più di quelli rifiutati. Franceschini e questo hashtag che fa del rifiuto un orgoglio da maturare previo outing condividono il tentativo di restituire agli scarti dignità e, soprattutto, esemplarità ispirante. Lo chiarisce la piega che ha preso sin da subito l’hashtag, in linea con il venerato principio dell’uno vale uno, ovvero: se il secondo libro di Arianna Huffington è stato rifiutato da trentasei editori (lo ha raccontato lei stessa su Twitter), tutti dobbiamo riprovarci almeno trentasei volte (o magari trecentotrentasei!) prima di desistere, #siamotuttiarianna. Una consolazione spicciola camuffata da esercizio di tenacia. Niente di inedito, dopotutto: chi di noi non si è detto o sentito dire, davanti a un brutto voto o a una bocciatura, che Einstein era un pessimo studente di matematica?

  

In #shareyourrejection, altrettanto camuffata, ma di più facile smascheramento, è la bramosia di rivalsa: “Non mi sono laureata per colpa della depressione. Il mio libro di debutto è stato rifiutato da dieci editori diversi. Ora sono autrice di best seller”, ha scritto The Slumflower (tutto maiuscolo, chiunque lei sia). Immancabile la denuncia di non meritocrazia: “Ho una laurea e di recente sono stata rifiutata da Walmart”.

 

A rendere prezioso “Lettere a nessuno”, l’epistolario di Antonio Moresco con le decine di editori che, per decenni, gli hanno rifiutato romanzi, saggi, libri, qualunque cosa, è lo scontro drammatico con quei rifiuti inappellabili. E’ questo scontro che non riusciamo più a sopportare ed è per questo che trasformiamo i no nella prova di un’incomprensione – del nostro talento e delle nostre virtù – che attribuiamo agli altri; no dai quali siamo disposti a imparare solo che desistere non serve a niente e, invece, insistere serve a tutto; no che siamo disposti sempre di più solo a tradurre nella prova dell’incompetenza di chi ce li ha opposti, come fossimo amanti poco amati, costantemente pronti a illudersi, a fantasticare, a rovesciare i respingimenti e a tradurli in accoglienza. Potete farcela, possiamo farcela, tutti valiamo, siamo tutti un capolavoro, leggete qua, sopravvivono solo i migliori e i migliori sono i resilienti, tutti possiamo avere tutto: quanti anni sono che innaffiamo il nostro narcisismo con questi slogan da coach di autostima? Ora della catastrofe conseguente abbiamo le prove: un lungo stupidario rintracciabile presso hashtag. Il fallimento diventa feticcio e non c’è tempo di guardarlo e capirlo, tanto è facile rimuoverlo e trasformarlo in una storia di rinascita. Sul fallire e sull’incapacità di accettarlo e su com’era spietato (ma più sensato?) il mondo dell’altro ieri, quando usare la favoletta di Einstein somaro era un escamotage educativo per mamme distratte, c’è un romanzo strepitoso di Martin Amis, “L’informazione”. Racconta l’amicizia di due scrittori: uno di successo (e fesso) e uno disgraziato (e di talento). Descrizione del disgraziato: “Non sapeva se l’esperienza della delusione lo avrebbe riempito di amarezza o reso migliore. Lo riempì di amarezza. Gli spiaceva, ma non poteva farci niente. Non era nato per diventare migliore”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi