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I brutti film di Woody Allen

Ci sono arrivati. Il critico del Nyt revisiona i film di Woody Allen e dice che sono brutti. Perché lui è un porco

23 Febbraio 2018 alle 06:16

I brutti film di Woody Allen

Woody Allen con Rachel McAdams al festival di Cannes (foto LaPresse)

L’ultima del New York Times è che forse Woody Allen non è quel grande artista che si dice. Ora, è vero che Allen infranse molti anni fa una legge tribale della famiglia molto allargata di sua moglie, e “sua” grande attrice, Mia Farrow. I fatti sono noti. Mia era piena di figli, in gran parte adottivi, venuti da ogni parte del mondo e della sua vita, anche precedente l’amore con Woody, a riscaldare i loro cuori e il di lei senso della vita. E lui, il creatore, l’autore, cioè il tiranno ideale al quale ribellarsi in una situazione che viveva di drammaturgia e di cinema, nonché marito e padre putativo dell’accolita sognante, composta di persone che con lui non avevano altro rapporto che quello affettivo, oltrepassò nella sua condotta nevrotica e relativista ogni orizzonte del simbolico: fu adultero, e vabbè, ma lo fu con la giovanissima Soon-Yi Previn, dal nome del direttore d’orchestra precedente compagno di Mia, figlia adottiva sudcoreana di lei. L’adulterio non è mai una bella cosa, sarà frutto dell’amore ma suona disprezzo per chi si è amato, sebbene le leggi che lo vogliono ora vietare in Turchia facciano ancora più ribrezzo, e di conseguenza s’ebbe un divorzio combinato con uno scandalo, il tutto nell’acido, nel vetriolo di rapporti personali e di gruppo devastati. Da una parte la violenza passiva-aggressiva del fatto in sé, e del suo autore, dall’altra una reazione feroce della chioccia e dei suoi pulcini, e l’appello alla condanna puritana.

 

“Basta che funzioni”: è il titolo di un film di Allen sugli amori diversi dalla norma, e il titolo dice la narrativa e il senso dell’opera. Ma come tutti sappiamo, non ha funzionato, almeno nel suo caso. Oddio, ho visto Allen e Soon-Yi in una libreria fantastica di Madison Avenue, ora dispersa come le cose migliori della città, a New York, e mi sembravano proprio una bella coppia: lui guardava gli scaffali e seguiva di sotto un cappellino bianco le nostre conversazioni sul dovere o no di leggere Elena Ferrante, star della letteratura americana in quel momento, lei si era scelta uno sgabello di Crawford&Doyle come trespolo e, incantevole ragazza, chattava avvinta al telefonino. Il matrimonio ha funzionato, fino a ora, è il divorzio che si è risolto in una bolgia infernale. E nella bolgia Dylan, una figlia adottiva, ha “testimoniato” che quando aveva sette anni Woody l’ha molestata, e il figlio di lui, Ronan, che ha scelto il cognome della madre in odio al padre e si dice sia preciso a Frank Sinatra, ex fidanzato di Mia, ha solidarizzato, al punto di scatenare sul New Yorker la grande inchiesta e fatale che ha travolto mezzo mondo per il reato di tentata seduzione. La giustizia delle accuse della bambina non seppe che farsene, e questo incrudelì tutto, ma resta un dato di partenza e di arrivo di tutta la faccenda per chi non giudichi un ferrovecchio borghese l’argomento del garantismo giuridico e lo stato di diritto.

 

Ora, come dicevamo, A. O. Scott, un buon critico cinematografico del Times, si è rivisto i film di Allen, in particolare quelli del periodo aureo anni Settanta e Ottanta con Mia Farrow interprete al suo fianco, e ne ha concluso, sia pure con un fondo di rispetto o tolleranza culturale, che lei è autore altrettanto quanto lui delle opere in questione, intanto, e che alla fine le storie di nevrosi sessuale e sentimentale, raccontate in decine di film, sono in bilico tra vita e arte, denunciano qualcosa di pericolosamente identitario (e il termine “denunciano” ha qui un significato non metaforico) e denotano un mondo di contemporaneità postfreudiana in fondo ambiguo e passibile di rivisitazione anche estetica e critica. 

 

Scott non va oltre, ma sono andati oltre tutti quelli, maschi e femmine, che si sono fatti una recente passeggiata su Woody Allen calpestandolo con le scarpe chiodate di un sospettoso e acre moralismo post #MeToo e affermando stentoreamente che non lavoreranno più con lui e sono pentiti di averlo fatto. Per essere un mattone nella demolizione di Woody Allen, la demolizione come monumento al pensiero unico dominante, quello di Scott è tra i meno pesanti, ma è anche distruttivo. E se avessimo riso, sorriso, se ci fossimo inteneriti per un bardo della misoginia e della nevrosi foriera di crudeltà? Il comico Louis C. K. ci faceva sbellicare con le sue storie di masturbazione compulsiva, e ne rimase vittima per sempre quando si seppe che era uno sporcaccione, e Allen con i suoi baci romantici alle ragazzine su una panchina di Manhattan altrettanto, questa sarebbe la morale della favola. Con il quale discorso si riunificano felicemente le due assi non cartesiane su cui si voleva assestare lo spirito critico del tempo: la vita e l’opera degli artisti vanno in fondo separate, dicevano i benintenzionati. Il che notoriamente non è possibile, almeno per chi abbia la testa sulle spalle. Gli artisti e l’arte solidalmente non esprimono la correttezza dei costumi, e anzi spesso tradiscono le impurità della vita e del desiderio sia vivendo sia creando le loro operine in mezzo a risse delitti e comportamenti da trivio, peraltro da provare quando si parli dell’oggi, del qui e ora, e questo vale da Caravaggio a Woody Allen e a mille altri. Comunque ci siamo arrivati, e si attendono saggi sui grandi del Rinascimento, #TheyToo: da “è un grande artista, gli perdoniamo la sua vita alla luce della nostra presunta morale” siamo arrivati a “è un artista mediocre, come provano le sue malefatte”.

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Commenti all'articolo

  • iosonoiotuchisei

    23 Febbraio 2018 - 12:12

    Ieri sera hanno riproposto un film di Allen, Gigolò per caso, che avevo già visto al cinema. Lo rivisto con piacere e l'ho trovato semplicemente meraviglioso, raffinato, delicaro, intrigante, come un bel film del migliore Woody Allen.

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