La solitudine delle pornostar, tra depressione e società che cambia

Cinque suicidi negli ultimi mesi. Parlano Cicciolina e Mughini

30 Gennaio 2018 alle 06:00

La solitudine delle pornostar, tra depressione e società che cambia

Valentina Nappi

Bruna, il viso giallognolo e le gambe nude. Costellazioni di lividi su un corpo gonfio che, riverso sul letto maleodorante di un albergo americano, è stato trovato dalla polizia, una mattina come tante del gennaio 2018. Olivia Nova, nata Lexi Forde, è morta sola, ore prima che le forze dell’ordine varcassero la soglia della sua stanza spoglia. A ucciderla, appena ventenne, è stata un’infezione ai reni. Una cosa da nulla: ordinaria amministrazione, cui gli antibiotici sparpagliati sul comodino non hanno saputo porre rimedio. “Sepsi”, ha decretato il rapporto del medico legale, infilando il caso della giovane Olivia tra le maglie di un intreccio più complicato, nel quale – riottosi – si agitano gli affezionati del porno statunitense.

   

Come Olivia Lua, morta a 23 anni per avere ingerito un cocktail letale di farmaci e alcolici nella stessa clinica di West Hollywood in cui avrebbe dovuto disintossicarsi, la Nova, di professione, era un’attrice hard. Giovane, inesperta, carne da macello in quello che Karen Lancaume, pornostar suicida nel 2005, definì “mattatoio a luci rosse”.

   

“Riposa in pace, piccolo angelo”, ha scritto la Direct Models, agenzia della Nova, liquidando come “improvvisa” una morte assurda, la cui precocità si è aggiunta, invece, a un quadro tetro. Nei due mesi passati, nel mezzo della San Fernando Valley, all’altro capo della collina hollywoodiana, cinque ragazze se ne sono andate. Farmaci, depressione, dipendenze, paura. A ucciderle, lasciandole stese sul pavimento, penzoloni appese a un albero, pochi passi oltre le loro casette californiane, è stata un’oscurità comune. Un’oscurità che aleggia attorno all’industria del porno, cui i media rimproverano oggi di voler mistificare, attraverso un silenzio omertoso, un problema che di nome fa “sfruttamento”.

  

Paghe miserevoli, ritmi massacranti, richieste al limite della legalità. L’industria del porno, il cui fatturato stagnante Ibis World dice poter aumentare dell’1 per cento entro il 2020, avrebbe abusato di Yuri Luv (31 anni, overdose), di Shyla Stylez (35 anni, il coroner non s’è ancora espresso), di August Ames (23, suicida dopo una gogna social), delle Olivia, Nova e Lua. Meteore di un universo vorticoso dove, sola, vige una regola: “Girare velocemente e produrre di più”.

   

Ilona Staller, in arte Cicciolina, il cui primo film a luci rosse (“La Conchiglia dei desideri”) risale al 1983, definisce “stravolto” il mondo dell’hard, trasfigurati i suoi protagonisti. “Il mercato, oggi, è dominato da generi sempre più estremi, non dal nome di una singola attrice”, spiega al Foglio la pornodiva che, ancora, per ospitate e show si orna il capo con i fiori e le coroncine dei tempi d’oro. “Il pubblico, cui un tempo bastava vedere due persone godere reciprocamente del sesso, vuole stravedere. Chiede interpretazioni contro natura, scene violente. Mette alla prova la dignità delle donne che, se alle prime armi, rischiano poi di portarsi appresso i segni di quelle pratiche”. Il divismo è finito, fagocitato dallo sfruttamento.

  

Complice internet, gli aggregatori di video gratuiti – Pornhub, da solo, nel 2017 ha registrato 24,7 miliardi di ricerche (800 al secondo) – gli utenti sono aumentati, i guadagni diminuiti. “Questa facilità di fruizione ha screditato il lato artistico dell’attrice hard e portato i produttori ad affannarsi nella competizione. Le richieste sono più difficili da soddisfare, lo stress è maggiore, la depressione ha ammantato i set”. E la segregazione, in una società capace di “ferire indelebilmente”, è diventata un pericolo reale.

   

“Occorre, oggi, battersi per la dignità dei lavoratori dell’adult industry. Essere un’attrice hard nel 2018 significa avere a che fare, quotidianamente, con i commenti social e giudizi che spesso ledono l’onore dell’individuo”, continua la Staller, attestando l’esistenza di un’emergenza nei confronti della quale è, invece, più fatalista Giampiero Mughini. Lo scrittore, che al porno e alle sue trasformazioni ha dedicato un libro (“Sex Revolution”, Mondadori, 2007), trova che nelle cinque morti ci sia niente più che della casualità. “L’eventualità che i set porno si tramutino in mattatoi è cosa concreta. Immagino ci siano ragazze che, per denaro o fame, accettino di girare due, tre film al giorno. Ma una regola universale non credo possa esistere: l’essere umano affronta ogni circostanza con la propria soggettività, la propria testa e inclinazioni”, spiega Mughini al Foglio. “Tanti altri mestieri corrono il rischio di diventare mattatoi. I treni sui quali i pendolari, alle sei del mattino, sono costretti a salire sono mattatoi. Non penso che le attrici hard, in America, siano sull’orlo del precipizio. Non più, almeno, di quanto lo sia l’umanità tutta, per la quale vivere è molto difficile”.

   

Mughini, che del porno dice essere “arte al pari di qualsiasi linguaggio”, capace di interpretare la realtà, non vede sfruttamento né riconosce la scomparsa di quel divismo anni Ottanta che ha fatto di Moana Pozzi, di Selen e Cicciolina delle paladine della liberalizzazione sessuale: “Negli Stati Uniti, esistono pornostar come Tori Black, famose dentro e fuori l’universo a luci rosse. Rivendicano fieramente d’essere attrici hard. Tabù e moralismi sono venuti meno – continua lo scrittore – internet, che è al contempo una risorsa e una disgrazia, ha sì aperto a tutti l’oceano della pornografia, ma non ne ha cambiato le regole. I film porno non hanno mai avuto trame di spessore, sono stati sempre ben lontani dall’essere Anna Karenina”. Alla platea di pornomani non c’è convenevole che possa interessare. “Marc Dorcel, le cui opere, al pari di quelle di Michael Ninn, godono di una certa eleganza, usa i meccanismi della narrazione in vista dell’eccitazione, mica del Premio Viareggio. Al pubblico interessava e continua a interessare l’atto, guardare. A cambiare, è stata la società”. Più grezza e mediocre di quanto sia stata in passato. “Le mie eroine, i miei eroi io li ho cercati nella storia letteraria, in quella culturale. Oggi, negli usi e costumi di un cittadino medio, la storia letteraria e culturale è del tutto secondaria”.

   

La volgarità s’è fatta avanti, la stupidità pure. “Potremmo parlare di come il movimento #MeToo abbia cercato di togliere dall’interazione uomo-donna tutto ciò che di difficile, torbido, complesso possiede”, spiega Mughini. Ma questa sarebbe un’altra storia. Ad alcune femministe, “quelle che dicono che il porno è degradante perché specchio dell’immaginario maschile”, basti replicare che “fortunatamente, le immaginazioni maschili e femminili si incastrano alla perfezione”.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    30 Gennaio 2018 - 09:09

    Nel sesso è una necessità ma l’uomo non è un animale. Una botta e via. Lo sfogo fine a se stesso abbrutisce, avvilisce, rende insicuri. Lo stesso vale per la donna ed anche per colei lo fa di mestiere. Quante quelle di mestiere che hanno una relazione sentimentale stabile e d’amore? Poche, molto poche e da qui nasce la disperazione, la droga, la depressione, il suicidio. Il porno, solo il porno è disperazione sia per chi lo fa sia che per chi lo richiede. Da qui parte il male oscuro e non da voli pindarici che non portano a nulla. Dimmi che mi ami è la frase che tutti abbiamo sentito e letto e che ognuno vuole sentirsi dire e dire. Pure da una prostituta anche se si sa che non è vero.

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  • ilgimmi62@alice.it

    ilgimmi62

    30 Gennaio 2018 - 08:08

    Mughini perfetto. Poi ci sarebbe da riflettere sull'aspetto artistico del porno (?) In merito ai suicidi e alla disperazione una piccola domanda: siamo sicuri che scopare davanti a una telecamera migliaia di volte in migliaia di posizioni non abbia nulla a che fare con disperazioni e disagi pregressi? Saluti

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