Il corpo del maschio

La Wintour non poteva non sapere delle flirtations dei fotografi di Vogue con i modelli. L’ipocrisia del mondo della moda che scopre la reificazione nel mondo commerciale dell’industria gay 

16 Gennaio 2018 alle 06:00

Il corpo del maschio

La direttrice di Vogue, Anna Wintour. Foto LaPresse/PA

Nel corso degli anni, anche molti anni, due prestigiosi nomi del mondo gay, Bruce Weber e Mario Testino, tra i fotografi di moda che vanno per la maggiore, secondo le accuse on the record, che hanno provocato la loro immediata dismissione con gogna da parte del giornale Vogue di Anna Wintour, avrebbero fatto spogliare i loro modelli maschi, male models, e in un contesto di esercizi respiratori new age, durante le sessioni di posa, c’è scappato qualche bacetto, qualche tentata manipolazione, qualche pippetta, così ora si dice. Ma guarda un po’ tu che cosa va a succedere.

  

Uno dice. Mi era parso di capire negli anni che il corpo maschile, anche adolescente, avesse integrato e sostituito la vecchia idea reificante del corpo femminile desiderato, alla Playboy, con il marketing della tartaruga e dei genitali e degli sguardi di ghiaccio dei belloni da sbarco. Fenomeno in apparenza liberatorio ed eguagliante. Le mutande gonfie di Calvin Klein e le scene parastupro di Dolce & Gabbana luccicavano, insieme a più sobrie immagini, ma parlanti, di Armani e di Ralph Lauren, sulle copertine e le pagine interne di Vogue e di Vanity Fair, e se è per questo anche del New Yorker, la rivista regina del fact checking. Ora, a fatti verificati, sia pure alla buona, si apprende dalla viva prima pagina del New York Times e da una grande inchiesta che i committenti dei fotografi e dei modelli, le case di moda e l’editoria che ci campa, sono orripilate dal fatto che il desiderio carnale più o meno maturo di noi utenti guardoni, per quanto redditizio, sia stato preso sul serio da chi ne è alla fonte, il fotografo.

   

Non so se sia il Diavolo a vestire Anna Wintour, improvvisata giustiziera del desiderio, o lei a vestire e denudare il Diavolo, certo l’ipocrisia non le manca. Che anche nell’affluente e fremente mondo commerciale dell’industria gay allignasse il rischio della reificazione era qualcosa che si poteva sospettare, da prima dei casi di Harvey Weinstein, Kevin Spacey e James Levine. Bastava un’occhiata, estroversa per chi compra Vogue e i prodotti pubblicizzati, introversa per chi la dirige e la concepisce come vettore avventuroso del sesso. Solo Tom Ford è stato chiaro con il Times: “Noi vendiamo sesso”, ha detto il celebre stilista. 

   

E l’accertamento dell’idoneità dei male models a effettuare la mediazione commerciale, con qualche possibile ricaduta spirituale e materiale, passava probabilmente anche per certi esercizi di respirazione subiti dai ragazzi. D’altra parte, come aveva scritto proprio il Times nel 1999, dagli anni Settanta il nome di Bruce Weber, uno dei fotografi incriminati, “era diventato sinonimo dei ritratti erotici di giovani maschi belli”. Vogliamo dirlo, alla Francesco Saverio Borrelli? Non si poteva non sapere.
Nei cinema americani spopola per la gioia del pubblico e della critica il film recente di Luca Guadagnino, una storia d’amore tra due giovani maschi, uno dei quali diciassettenne, con ampio strusciamento di statue greche, altri male models, ma di marmo. Non la giustizia, il fact checking, i costumi secondo tradizionalistica virtù, sono dunque lo spartiacque di tutte queste storie, ma l’amore. Le flirtations dei fotografi con i semidei del corpo maschile, tutte da provare per eccesso di verosimiglianza, sono forse componente essenziale del training professionale dei giovanotti (“Devi imparare a essere più vulnerabile” è la frase chiave e galeotta pronunciata da Weber), forse sono un abuso più o meno sottile, più o meno chiaro. L’amore libero no, non è mai abusivo, malgrado le sagge parole di Catherine Deneuve e delle altre sul carattere in certi casi selvaggio della libertà sessuale. Sebbene sia equilibrato porsi qualche domanda anche sulla libertà di mercato. Infatti, sempre al Times, quando era meno pruriginoso, Calvin Klein aveva confessato: “Ho scelto le immagini secondo il mio criterio di sempre: ciò che mi faceva battere il cuore”, deliziosa metafora per il marketing dell’arrapamento. Ma Anna Wintour di tutto questo non sapeva niente, poverina.

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Commenti all'articolo

  • 17FG67

    17 Gennaio 2018 - 17:05

    Prendo spunto dall'articolo per commentare la posizione di Ferrara sul'argomento, Il tasso d'ipocrisia è certamente elevato, le rivelazioni postume fanno spesso sorridere, però per me è una ventata che ci voleva. Ripeto spesso che, da uomo etero, considero una benedizione non dover avere a che fare con il genere maschile in campo sentimentale. Vedo spesso approcci goffi e penosi da parte di uomini insulsi, o al contrario esaltazioni narcisistiche del proprio ego da parte di altri maschi; per questi ultimi approfittare di posizioni di potere o usare molestie è un passo breve. Posso dire di non aver mai utilizzato simili mezzi per conquistare una donna perché penso, presuntuosamente, di non averne bisogno. Gentilezza, ascolto, umorismo sono per me armi migliori. Se esiste una "selezione naturale" per la conquista delle donne, deve avvenire non sulla violenza o il potere, e la gogna a Weinstein & C. va in questo senso. Anche per le donne che si lasciavano incantare stupidamente da loro.

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  • giantrombetta

    17 Gennaio 2018 - 10:10

    Quanta eleganza espressiva....tutti questi liberal improvvisamente censori e violenti moralistici fustigatori forse meriterebbero epiteti un filino più volgari. Tanto per restare nel tema.

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