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Abiti neri e femminismo di protesta ai Golden Globe

Nero all’orizzonte anche per le scene di sesso. Arrivano le regole di comportamento e gli “intimacy directors”

6 Gennaio 2018 alle 06:00

Abiti neri e femminismo di protesta ai Golden Globe

Golden Globes 2018 (foto LaPresse)

Ordine di scuderia: vestire abiti neri domenica ai Golden Globe, prima cerimonia di premiazione nell’èra delle molestie denunciate. Nero in segno di protesta: “giù le mani, nulla dovrà più essere come prima”. Anche i maschi hanno dato la loro solidarietà – come se di nero non si vestissero sempre, nelle occasioni eleganti, tranne qualche eccentrico con lo smoking blu elettrico. Sarà divertente vedere come la rivalità tra star svolgerà il tema femminista – prevediamo un sovrappiù di spacchi, scollature, gioielli. Già si fa sentire la fronda: non sarebbe meglio indossare colori vivaci, per ribadire la forza e la libertà delle donne?

 

Nero all’orizzonte anche per le scene di sesso. Toglierle dai film non si può, neppure tornando a inquadrare le fiamme del caminetto mentre gli amanti si rotolano tra le lenzuola. Saranno messe sotto tutela. Arrivano le regole di comportamento e gli “intimacy directors”, annuncia il Guardian: signore o signori incaricati di controllare che gli intrecci procedano rispettando la sensibilità di tutti (la questione che poi la sensibilità, a furia di rispetto e controrispetto, ci abbia trasformato in persone incapaci di gestire il benché minimo conflitto, è troppo lunga da affrontarsi qui).

    

Al cinema – inteso come set – capita che gli attori si bacino, si abbraccino, simulino scene di sesso più meno fantasioso, si mostrino nudi. Julianne Moore diretta da Robert Altman in “America oggi” recita una scena intera senza mutande (si è tolta la gonna macchiata, sotto non ha nulla, stava litigando con il marito e continua a farlo senza accennare a coprirsi). Letta la scena sul copione, si racconta che l’attrice abbia detto al regista “sono una rossa naturale”. Accadeva nel libertario anno 1993.

   

L’”intimacy director” presidia il set cinematografico e televisivo mentre si girano le scene a rischio, verifica che la troupe sia ridotta al minimo, e che tutti abbiano a portata di mano un accappatoio per coprirsi (dopo il caso Weinstein sarebbe meglio un altro capo meno indiziato di reato). In teatro una figura simile, con maggiori pretese artistiche, c’era già. Lo apprendiamo da un articolo uscito sul New Yorker, dove si parla di “sex coreographer”.

   

Perché non succeda quel che succede in “Birdman” – “non ti si rizza da mesi e ora vuoi scoparmi davanti a tutto il teatro?” dice Naomi Watts a Edward Norton, con lei sotto le lenzuola – il coreografo del sesso studia le luci e le posizioni più adatte alla finzione scenica. Spiega Yehuda Duenyas che si è inventato il mestiere, prima lavorava come regista teatrale: “intervengo quando gli attori devono fare sul palco cose che magari non farebbero nelle rispettive camere da letto” (si chiama avanguardia, colpisce anche i classici rivisitati). Ora vorrebbe passare fare il grande salto verso Hollywood, dove sente che hanno bisogno di lui.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    07 Gennaio 2018 - 17:05

    Queste attrici che scoprono le violenze dopo anni vanno solo alla ricerca di visibilità. Personalmente grido "Viva le donne" e per quanto mi riguarda possono recitare nude, vestite o come vogliono. Ma le vicende che si leggono oramai da alcuni mesi mi lasciano molto perplesso du queste denunce a gettone.

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