L'autoanalisi disperata di una generazione che si è fatta "ceto intellettuale"

Più che i disagiati prodotti dalla crisi economica, i giovani sono i disadattati di cui parlava Gustave Le Bon, fabbricati in gran quantità dalle nostre università. Sul libro di Raffaele Alberto Ventura

30 Novembre 2017 alle 06:19

L'autoanalisi disperata di una generazione che si è fatta "ceto intellettuale"

Foto LaPresse

Raffaele Alberto Ventura ha trentaquattro anni, è laureato in filosofia, vive a Parigi, scrive come un dannato, a tempo perso lavora per uno dei più prestigiosi editori europei – ma “nel marketing”, come si affretta a precisare – e noi non avremmo ragione di soffermarci su questi elementi biografici, se il suo “Teoria della classe disagiata” (Minimum Fax) non fosse, prima che un acuto esperimento di critica sociale, l’autoanalisi disperata di una generazione di cui Ventura è al contempo esemplare paradigmatico, cantore disincantato e testimonial efficacissimo – il che ne fa, si parva licet, il Giovanni Rana del disagio. Ha scritto un libro colto e godibile, che ambisce a illustrare il disorientamento di una borghesia dimezzata, districandosi tra letteratura, scienze sociali e cultura pop e attingendo indifferentemente a pilastri del canone occidentale, inaccessibili pensatori radicali e oscuri rapper di provincia. E' stato criticato da destra e da sinistra, segno che qualcosa d’intelligente deve aver scritto. Proviamo a infilzarlo anche dal centro.

 

Innanzitutto, occorre dipanare un equivoco: il saggio di Ventura è stato interpretato come un j’accuse nei confronti di quel “bracciantato intellettuale” – l’aurea formuletta è di Bianciardi – che affolla le redazioni, spesso virtuali, e si sfama ai buffet delle vernici, sognando apericena vegani. Si tratta di una lettura estremamente riduttiva, di cui l’autore è in qualche misura complice, per non aver saputo (o voluto) isolare, entro la specie del disagiato, il genus del creativo, descritto piuttosto come metonimia dell’intero gruppo. Tuttavia, il progetto di Ventura è ben più ambizioso: nella sua ricostruzione, la classe disagiata è il “residuo umano” che si deposita quando la crescita cede il passo alla crisi; quando, cioè, l’eccesso di produzione smette di trovare sbocco sul mercato, imponendo la distruzione di risorse al fine di riequilibrare domanda e offerta: funzione anticamente assolta dai sacrifici rituali e oggi delegata ai consumi posizionali (il riferimento è a Veblen, a cui il volume deve ben più del titolo) della classe media: come a dire che, se un tempo bastava qualche ovino per pacificare gli dèi, oggi è necessario mettere sulla pira dei dottorandi in lettere.

 

E' questa parte, condotta a cavallo tra economia e antropologia, la più stimolante del libro, sebbene non necessariamente la più condivisibile. Sarebbe ingeneroso tacciare Ventura di simpatia per le posizioni decrescentiste oggi tanto diffuse, ma è indubbio che egli si rifaccia a una visione piuttosto cruenta del gioco economico, entro la quale le possibilità di sviluppo sono giocoforza limitate, effimere e destinate a sfociare in una sorta di purga collettiva, che preluda a un nuovo ciclo di espansione e recessione. Di questa regolarità, gli odierni disagiati non sarebbero che la più recente manifestazione: il che spiega anche perché Ventura rinunci di buon grado a ogni ipotesi salvifica: a che scopo tentare di scongiurare un esito già scritto e, per di più, necessario?

 

Ma se i disagiati di cui ci parla Ventura non fossero altro che i disadattati di cui Gustave Le Bon si occupava nella sua “Psicologia del socialismo”, quelli “prodotti dall’incapacità artificiale” e “fabbricati in quantità dai nostri collegi e dalle nostre università”, che indussero il pensatore francese a profetizzare nel 1896: “La legione dei laureati, dei diplomati, istitutori e professori senza impiego forse costituirà un giorno uno dei più seri pericoli contro i quali le società dovranno difendersi”? La differenza non è strettamente semantica: da un lato, Le Bon sembra disconoscere il ruolo che Ventura attribuisce al ciclo economico: la crisi potrà al più esacerbare una dinamica strutturalmente riconducibile ai guasti del sistema educativo; dall’altro, egli mette in luce il legame perverso tra istruzione e potere con una compiutezza che Ventura, che pure svolge sul punto riflessioni illuminanti ispirate all’opera d’Ivan Illich, non sembra replicare.

 

Secondo Le Bon, “la nostra educazione teorica basata sui manuali, non preparando assolutamente a niente se non a pubbliche funzioni, e rendendo i giovani del tutto inadatti a qualsiasi altra carriera, obbliga questi ultimi, per vivere, a tuffarsi furiosamente verso impieghi statali”; e “siccome il numero di questi futuri declassati per alcuni sembra non sia ancora sufficientemente grande, c’è chi reclama dallo stato delle borse di studio per permettere di accrescere questo numero”. Da una parte, dunque, lo stato sovvenziona studî di dubbia utilità; dall’altra, assicura ad alcuni dei reduci (ma non a tutti) una carriera. Un calcolo comprensibile: se l’istruzione di base serve a formare elettori e cittadini, la costruzione di una classe intellettuale serve a perpetuare il meccanismo del consenso. Un meccanismo irrobustito oggi dall’università di massa e dalla moltiplicazione degli sbocchi disponibili – radio e televisioni pubbliche, giornali finanziati, film sussidiati, festival patrocinati… – che restano, però, insufficienti ad assorbire tutti gli aspiranti.

 

Così preso dalle questioni macro, Ventura sembra trascurare quelle micro, e trattare alla stregua di un mercato quel che un mercato non è. In questo senso, forse la sovrapposizione tra creativo e disagiato prova davvero troppo: la classe non è troppo istruita in assoluto: più semplicemente, è dotata di competenze che in pochi sono interessati a comprare. La domanda davvero interessante, semmai, non è perché continuiamo a prendere lauree e master, ma perché continuiamo a prendere lauree e master in scienze politiche anziché in ingegneria.

 

In un altro senso il libro prova troppo: quando oscilla tra lo scenario italiano e quello dell’occidente tout court. Pensiamo agli Stati Uniti: sebbene l’università americana non sia esente da problemi (la letteratura sul punto, da Richard Vedder alle recentissime ricerche di Bryan Caplan, è sterminata), è un’istituzione che riesce a mettere in cattedra con regolarità dei venticinquenni e ignora il fenomeno nostrano dei ricercatori cinquantenni; ma in quel paese, studiare costa decine di migliaia di dollari, il drop-out di successo è un’icona, e le opportunità per sostituire l’università con percorsi di formazione pratica (dalle borse di studio di Peter Thiel a startup d’inserimento al lavoro come Praxis) sono sempre più diffuse. E non è forse vero che un Ventura americano – chiediamolo alla sua compagna di collana Emily Witt – pagherebbe l’affitto con gli stessi articoli che il Ventura italiano scrive per benedetta ostinazione dopo aver passato otto ore in ufficio?

 

Il timore, insomma, è che la seduzione del grande edificio teorico abbia depotenziato l’invettiva arricchendo solo in parte l’analisi. Può ben darsi che, dove Ventura vede marxianamente rapporti di produzione, i miei pregiudizî mi portino a individuare esclusivamente rapporti di potere. Può darsi che i produttori di meme, i manager melomani e i giornalisti free-lance a 6 euri al pezzo siano espressione dello stesso problema. E può essere che la classe media stia effettivamente dilapidando risorse ingentissime per inseguire una concorrenza fratricida e collezionare status symbol in simil-pergamena. Tuttavia, niente mi toglie dalla testa l’idea che, se lo stato sussidiasse l’acquisto di Rolex e garantisse ai possessori di Rolex onori e prebende, i disagiati avrebbero la quinta elementare e tre Submariner al polso.

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