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Quando valutare significa attribuire un valore. Un libro

La valutazione ha senso se il professore smette di essere funzionario statale

24 Maggio 2020 alle 06:00

Quando valutare significa attribuire un valore. Un libro

Una scena di Mona Lisa Smile, un film del 2003 diretto da Mike Newell

Terza media. Il professore di lettere scrive alla lavagna: “La donna era rimasta povera (a) perché la guerra aveva distrutto tutto (b)”. E chiede: “Qual è la frase principale?”. Tutti rispondono (a). Uno sola alza la mano e dice (b). Il professore gli chiede: “Perché dici così?”. Lui, per paura dello scherno dei compagni, dice: “Lo so. Ho sbagliato”, e vorrebbe chiuderla lì. Però il professore insiste: “Ma tu che ragionamento hai fatto?”. L’alunno farfuglia qualcosa che non si capisce poi domanda: “Posso venire alla lavagna?”. E sulla lavagna abbozza uno schema: “guerra”, poi disegna una freccia e quindi scrive “donna”. “Prima c’è la guerra, poi la povertà della donna”. Il professore non si contiene: “Bravo!”. La classe, disorientata, chiede: “Professore, allora qual è la risposta esatta?”. Il professore in questione è Rosario Mazzeo, docente di lungo corso, preside, poi rettore di scuole libere, nonché autore di La valutazione liberata (Bonomo editore), libro che in questo periodo di classi vuote, di didattica a distanza e di esami dimezzati ogni professore alle prese con il problema del voto (tutti promossi anche con le insufficienze in pagella come ha detto la ministra Azzolina salvo poi correggersi dicendo che con le insufficienze si può promuovere ma si può anche bocciare) dovrebbe leggere.

 

Quel giorno, spiega Mazzeo, ho fatto una delle mie più belle lezioni, facendo vedere a quei ragazzini che il problema che ponevo loro era un sovrapporsi di piani: quello logico, quello linguistico sintattico e quello reale. “Una lezione indimenticabile in cui mi è stato possibile proporre in modo essenziale i meccanismi fondamentali della sintassi del periodo e motivare allo studio della grammatica, divertendoci a riformulare sensatamente la frase in modi diversi”. Il tutto a partire da quello che Mazzeo chiama un “errore ragionato” che altri professori avrebbero più velocemente valutato con una insufficienza sul registro. “Il docente dovrebbe chiedersi sempre che cosa c’è dietro l’errore, evirando la scorciatoia dei volontaristi. Dietro (e dentro) l’errore in un compito c’è un’argomentazione che prende spunto da interpretazioni delle consegne del docente. Prenderla sul serio è conveniente”.

   

Non ci si raffiguri Mazzeo come un buonista dalla promozione facile. E’ un sostenitore dei test Invalsi, fa l’elogio dell’interrogazione, condanna decisamente l’egualitarismo (“un grande inganno che danneggia i più deboli”) ed è un accanito sostenitore della valutazione che per lui non solo è necessaria, ma qualificante, naturale, inevitabile, una “dimensione congeniale all’essere e all’agire dell’uomo”. Per lui la valutazione è “respiro della ragione”, azione intrinseca all’essere insegnante (mestiere diverso dal conferenziere), operazione necessaria per compiere la missione della scuola e del docente, come dice Aldo Visalberghi: “La valutazione è un atto dovuto all’alunno, alla famiglia, all’istituzione”. Il professore che non ti valuta – volgarizzo io – ti prende in giro.

  

Ma perché e da che cosa la valutazione va “liberata”?

 

La valutazione ha senso rispetto a un fine e nell’esercitare questo potere un professore deve decidere se è un insegnante o un funzionario. Se l’insegnamento ha fine in sé stesso (professor Mazzeo, mi conceda questo sé accentato, c’è una regola, e quindi un ragionamento dietro) o se ha lo scopo di “fare” apprendere. Allora valutare significa attribuire, riconoscere e comunicare valore, non è strumento di selezione, ma di promozione, di respingimento al fine di far progredire, uno strumento in funzione di un continuo miglioramento del servizio all’alunno e alla famiglia.

 

Ciò da cui il professore/valutatore deve liberarsi è il “doppio” che gli si agita dentro, l’animus del funzionario statale che esercita il potere di misurare chi è conforme o no a certi parametri fissati da funzionari più in alto di lui e fissare questo suo insindacabile giudizio (ora non più tanto insindacabile vista la marea dei ricorsi contro bocciature e rinvii a settembre che hanno trasformato la famiglia da responsabile dell’educazione dei figli che si avvale della collaborazione dei docenti in sindacalisti dei figli e controparte dei docenti, e anche di questo rapporto parla Mazzeo nel suo libro), di fissare il valore – dicevamo – di una persona in un numero. Ora, a parte che si valutano le competenze e non la persona, com’è che siamo arrivati, a questa rigida schematizzazione aritmetica di un atto che è frutto di un lungo processo, di una convivenza, di un rapporto in cui oltre all’insegnamento c’è la correzione, la ripresa, la verifica, la messa in gioco dell’insegnante che accetta a sua volta di essere valutato?

 

“Scuole hanno funzionato, insegnanti hanno insegnato, bambini hanno studiato (e perfino, sembra, imparato) ancor prima della machiavellica invenzione” (Olivier Maulini). La machiavellica invenzione, il voto, la dobbiamo a Napoleone. Non che prima non si valutasse, e si era molto severi e pure molto selettivi (il libro ha una sezione storica molto interessante, le valutazioni bibliche, ad esempio, avevano conseguenze terribili), solo che non c’era voto né pagella. La prima pagella è un prodotto dell’Illuminismo, di un sovrano, appunto, illuminato: l’imperatore d’Austria Giuseppe II che il 17 settembre 1783 sancisce questa formula: “L’alunno ha raggiunto una sufficiente capacità nel leggere, nello scrivere e nel far di conto”. Il diploma spunta in Francia nel 1808 ed è forse lì la stortura iniziale che ancora si agita come “doppio” o come ombra di ogni professore: più che la formazione dello studente il conseguimento del diploma aveva come obiettivo di addestrare il funzionario dell’impero.

 

Per nulla detrattore del voto, nonostante individui i limiti della sua deificazione sia da parte dei professori selettivi sia da parte di quelli buonisti, Mazzeo ne parla nei termini di “fare giudizio” e fa l’esempio della “giustizia incoraggiante” di Bergson, spiega che quel numero non va abbandonato a sé stesso. Che va sempre accompagnato da un giudizio possibilmente costruttivo, che deve comprendere il comportamento (“Una vera educazione alla convivenza civile”) ma che soprattutto deve tenere conto della disparità. Non esiste l’alunno medio, la disparità è un valore e non un limite e il primo atto valutativo è proprio riconoscere e amare la diversità.

 

E con la didattica a distanza come si fa? Anche nella scuola a distanza purtroppo il processo valutativo arena nelle paludi malsane del voto, ma “possiamo arrivare – ci dice Mazzeo – pronti e decisi a contestualizzare la sintesi di un giudizio costruttivo espresso con un numero, senza rinnegare lo sguardo leale, simpatetico, autorevole con il quale abbiamo costruito insieme agli alunni un ambiente di apprendimento particolare. Il valore del lavoro degli alunni e nostro nei suoi esiti, grandi o piccoli, soddisfacenti o meno, merita molto di più. Riconoscerlo è radice di ogni giudizio e, quindi, del voto. E’ contributo della valutazione, liberata dalle ubriacature ideologiche. E la scuola del digitale ci ripete che è possibile, auspicabile, conveniente”.

Ubaldo Casotto

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