Pseudoscienza di stato. L'India consiglia l'omeopatia contro il coronavirus

Enrico Bucci

La nazione firmataria dell’accordo per il controllo delle pandemie globali, allo stesso tempo diffonde credenze che possono aiutare a diffondere l'epidemia

Cosa succede quando la pseudoscienza si fa stato? Lo possiamo veder accadere in diretta oggi, attraverso un comunicato stampa rilasciato dal governo indiano per far fronte al rischio sanitario globale costituito dalla nuova infezione da coronavirus cinese.

  

   
Mentre il mondo si sforza di produrre kit rapidi di identificazione del virus per la prevenzione ed il contenimento dell’epidemia, rendendo pubbliche linee guida volte soprattutto a minimizzare il rischio di contagio, gli esperti del governo indiano raccomandano per la profilassi preventiva – assicurando che funziona – il preparato omeopatico Arsenicum album 30 CH, una dose per tre giorni a stomaco vuoto. Non basta: per sicurezza, seguendo sempre il comitato di esperti governativo di quella nazione si raccomanda un preparato erboristico della medicina Unani (medicina tradizionale islamica) e, per non farsi mancare nulla, diversi preparati di medicina ayuverdica, da portare con sé ed assumere giornalmente al fine di “rinforzare il proprio sistema immunitario”.

    
Queste indicazioni provengono da un apposito comitato costituito presso il ministero indiano dell’Ayurveda, Yoga e Naturopatia, Unani, Siddha, Sowa Rigpa e Omeopatia (Ministry of AYUSSH) e rappresentano quindi la posizione ufficiale del governo; oltre ad essere incluse in un apposito comunicato stampa, esse sono state diffuse dall’ufficio stampa del governo indiano anche sui social media in tre lingue e tramite Whatsapp, per essere sicuri di raggiungere il maggior numero di individui possibile.

   

Vorrei ricordare al lettore che l’India confina con la Cina, con una frontiera di circa 3800 km, e che quella nazione ospita una nutrita comunità di cinesi, nonché si accinge a rimpatriare una comunità di suoi cittadini attualmente residenti nella provincia cinese dello Hubei, la culla dell’epidemia.

  

  

Può una nazione da centinaia di milioni di abitanti, che si definisce orgogliosamente la più grande democrazia al mondo, promuovere pratiche di pseudomedicina al punto tale da mettere a rischio la salute dei propri cittadini, prima, e quella del mondo, poi, instillando nella popolazione un falso senso di sicurezza dovuto all’assunzione di preparati di nessuna efficacia contro una malattia infettiva?

   

Si può accettare che una delle nazioni firmatarie nel 2011 dell’accordo per il controllo delle pandemie globali, allo stesso tempo diffonda credenze che quelle pandemie possono aiutare ad allargare?

 

  

E, guardando al nostro paese: dove vogliamo arrivare con la legalizzazione e la penetrazione nel sistema sanitario nazionale della pseudoscienza, in nome del profitto che farmacisti, produttori e praticanti possono ottenere, prima che sia troppo tardi, e ci si ritrovi come in India con un Ministero per la tutela delle pseudomedicine?

  

Questa follia deve terminare; speriamo che non sia un virus a scrivere la parola fine.

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