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Covid, che macello!

Cosa c'è nei mattatoi che li rende incubatori perfetti del nuovo coronavirus? Non ne siamo ancora sicuri, ma ci sono alcuni indizi. Parla Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri

Enrico Cicchetti

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cicchetti@ilfoglio.it

19 Giugno 2020 alle 16:44

Che macello

Sono saliti a 730 i dipendenti di un mattatoio contagiati da nuovo coronavirus nella città tedesca di Rheda-Wiedenbrück, nel circondario di Gütersloh, nel Nord Reno-Westfalia. Mercoledì le autorità locali avevano messo in quarantena circa settemila persone, tra cui tutti i lavoratori dell'impianto di proprietà della società Tönnies, che ha temporaneamente sospeso le lavorazioni, mentre tutte le scuole e i centri ricreativi della zona sono stati chiusi. “Non è un problema di sicurezza degli alimenti. La carne è sicura e non c'è nemmeno correlazione con gli animali”, dice al Foglio il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri, e conferma che “la trasmissione avviene solo da uomo a uomo”.

  

Quello tedesco non è un caso isolato. Un'inchiesta di Wired di inizio maggio evidenziava come, in Texas, il focolaio con la crescita più rapida non fosse a Dallas, Houston o San Antonio, le aree metropolitane più densamente popolate, ma centinaia di chilometri più a nord, nelle pianure polverose della Contea di Moore – soli 20.000 abitanti. I residenti avevano tassi di infezione 10 volte più alti che nelle grandi città dello stato. A Moore c'è uno dei più grandi impianti di lavorazione di carni bovine degli Stati Uniti. Secondo un rapporto di aprile dei Centers for Disease Control and Prevention, quasi 5.000 lavoratori di mattatoi in 19 stati sono risultati positivi al Covid. In Iowa e South Dakota, quasi un quinto della forza lavoro degli impianti principali si è ammalata. 

 

Grandi cluster sono anche apparsi in impianti di confezionamento di carne in Canada – dove un mattatoio è stato il più grande del Nord America –, Brasile e Australia. In Europa in Spagna, Irlanda, Francia. Ad aprile sono stati riscontrati 34 casi tra i dipendenti di uno stabilimento in provincia di Bari, per la maggior parte impiegati nel reparto macellazione. Cosa c'è nei macelli che li rende incubatori perfetti del nuovo coronavirus? Non ne siamo ancora sicuri, ma ci sono alcuni indizi. Secondo Remuzzi il punto riguarda proprio i luoghi e le condizioni di lavoro. “I mattatoi – dice il medico – diventano cluster di contagio perché spesso al loro interno le condizioni di lavoro sono miserabili. I lavoratori, che in buona parte provengono dall'est Europa, lavorano gomito a gomito in celle frigorifero e spazi freddi dove il virus si trova a suo agio. I ritmi frenetici e gli incarichi fisicamente pesanti fanno accelerare il respiro e rendono difficile mantenere le mascherine nella posizione corretta. La pandemia sta iniziando a rivelare che una parte della carne a buon mercato che arriva sugli scaffali dei supermercati occidentali è lavorata da operai che guadagnano bassi salari, spesso vivono insieme in dormitori e operano in condizioni di lavoro insalubri”

     

Negli scorsi anni l'elevata percentuale di lavoratori immigrati e a basso salario aveva messo l'azienda Tönnies sotto i riflettori. Un reportage dell'emittente ARD del 2013 raccontava le condizioni di povertà degli operai provenienti dall'Europa del sud e dell'est che lavoravano nella fabbrica di Rheda-Wiedenbrück: l'indagine riportava casi specifici tra cui anche la mancanza di assicurazione sanitaria, il licenziamento in caso di malattia e gli indumenti da lavoro pericolosi. Il collocamento di lavoratori in alloggi collettivi aveva suscitato nei mesi scorsi critiche a livello nazionale. La società dichiara di impiegare da tempo un agente esterno per verificarne le condizioni. Intanto, già a maggio, Berlino ha annunciato un inasprimento delle regole sui macelli. Il ministro del lavoro Hubertus Heil ha presentato una proposta per riformare le prescrizioni sulla tutela del lavoro e dell’igiene nei macelli tedeschi. Il 20 maggio il governo ha deciso di abolire il subappalto dei lavoratori e il ricorso ad aziende interinali nel settore della produzione e lavorazione della carne. Sarà sufficiente a scongiurare nuovi casi?

Enrico Cicchetti

Enrico Cicchetti

Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti

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