L'Oms sotto attacco

Giulio Meotti

Una burocrazia politicizzata e succube delle megadonazioni cinesi. La risposta tardiva dell’organizzazione all’epidemia in corso di Covid-19

Roma. A fine gennaio, seduto al fianco del presidente cinese Xi Jinping nella Grande sala del popolo di Pechino, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha solo buone parole: “Apprezziamo la serietà con cui la Cina sta affrontando questo focolaio e la trasparenza che ha dimostrato”, le parole di Tedros che sarebbero state ripetutamente citate nei media di stato cinesi per settimane. L’elogio dell’Oms per la risposta della Cina ha insospettito molti esperti. Primo africano a ricoprire l’incarico, Tedros era subentrato in seguito al fallimento dell’Oms nell’epidemia di Ebola del 2013-2016 in Africa occidentale. L’Oms impiegò cinque mesi a dichiarare un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (Pheic), un ritardo che “senza dubbio ha contribuito alla portata senza precedenti dell’epidemia”, secondo una valutazione accademica. In un rapporto del 2014, l’ex consulente dell’Oms, Charles Clift, ha scritto che l’agenzia “è troppo politicizzata, troppo burocratica, troppo timida nell’affrontare questioni controverse, troppo lenta ad adattarsi ai cambiamenti”.

 

Il Council on Foreign Relations, uno dei maggiori think tank americani, questa settimana ha pubblicato una dura condanna dell’Oms a firma di Michael Collins: “L’Oms si trova ad affrontare le crescenti critiche nella risposta dell’organizzazione all’epidemia in corso di Covid-19”, si legge. Il 20 febbraio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, Tedros ha di nuovo omaggiato Pechino, affermando che “la Cina ha dato tempo al mondo”. Non un accenno al primo mese di epidemia, alla repressione interna da parte di Pechino e ai danni causati dalla sua censura. “In contrasto con i suoi elogi per la Cina, Tedros è stato rapido nel criticare gli altri paesi per le loro risposte al Covid-19. Ha invitato le nazioni a non limitare i viaggi con la Cina e ha messo in guardia contro la “recriminazione o politicizzazione” dell’epidemia. Preoccupante è il ritardo di Tedros nel dichiarare il coronavirus un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale. “Il 23 gennaio, il comitato di emergenza dell’Oms si è diviso sull’opportunità di dichiararla tale. Tedros ha deciso di aspettare. Una settimana dopo, ha dichiarato l’emergenza. A quel punto, i casi confermati di Covid-19 erano decuplicati”.

 

Durante la precedente epidemia da Sars, il predecessore di Tedros, Gro Harlem Brundtland, chiese la quarantena dei viaggi per la prima volta in 55 anni. Come mai stavolta si è aspettato così tanto? Brundtland aveva anche criticato la Cina per avere messo in pericolo la salute globale, cercando di nascondere l’epidemia attraverso il suo abituale copione di arresti di informatori e di censura dei media. Cosa è cambiato in quasi vent’anni? Come sempre, follow the money. Fin dalla sua fondazione, l’Oms ha richiesto contributi volontari al suo bilancio per adempiere all’ampio mandato. Negli ultimi anni, l’Oms ha fatto sempre più affidamento su questi fondi per fare fronte ai deficit. I contributi volontari extra bilancio sono cresciuti del 18 per cento, passando da 3,9 miliardi di dollari nel 2014-15 a quasi 4,7 miliardi di dollari nel 2018-19. I contributi all’Oms della Cina sono cresciuti del 52 per cento dal 2014, raggiungendo quota 86 milioni di dollari. Va da sé che Taiwan non è mai diventato membro dell’Oms a causa di questa influenza cinese. “La Cina è stata anche un importante alleato di Tedros nella sua elezione”, spiega il Council on Foreign Relations. Prima della sua elezione, Tedros è stato invitato a parlare all’Università di Pechino. “Il giorno dopo la sua elezione, Tedros ha confermato ai media statali cinesi che lui e l’Oms continueranno a sostenere il principio ‘One China’”. Tre anni dopo, il costante sostegno di Tedros alla risposta della Cina al Covid-19 dimostra che questo sostegno sta ancora dando i suoi frutti.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.