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Immigrazione e integrazione. Reportage dallo Sprar di Ponte di Nona

Il paradosso della politica dei tweet: complicare la vita di chi potrebbe integrarsi e lasciare gli sbandati allo stato brado

9 Dicembre 2018 alle 06:00

Immigrazione e integrazione. Reportage dallo Sprar di Ponte di Nona

I partecipanti al corso di giardinaggio di Roma Capitale (Foto Imagoeconomica)

Roma. “Il sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati, il cosiddetto Sprar, è l’unico modello da seguire”, ci ripete l’assessore alle Politiche Sociali Laura Baldassarre, nei giorni di polemica ad alta e bassa intensità con Matteo Salvini e il suo decreto (compreso una mozione, votata martedì in Campidoglio che chiede al Viminale di riflettere “sugli effetti in concreto del provvedimento”). Per capire che significhi in concreto, basta entrare in uno dei tre edifici in mattoni arancioni, infissi in ferro e pannelli solari sui tetti, del centro “Bakhita” a Ponte di Nona, estrema periferia est della Capitale.

 

In questo Sprar, in questa struttura che il comune ci consente di visitare, vivono venticinque famiglie in altrettanti appartamenti. Ci sono nigeriani, egiziani, siriani, armeni, libici, persino una famiglia venezuelana. Dei settantaquattro ospiti, trentacinque sono bambini, ma ci sono anche coppie senza figli e nuclei famigliari formati invece da un solo genitore. Gli adulti studiano l’italiano e cercano lavoro, mentre i bambini vengono inseriti nelle scuole del quartiere. Una riduzione della possibilità di accesso allo Sprar, ci spiega l’assessore Baldassarre, non potrebbe che avere l’effetto di far pesare i costi dell’accoglienza sugli enti locali. Che sono già in difficoltà.

 

E potrebbe avere ricadute inimmaginabili, e persino di segno opposto al “rigorismo” che il decreto Salvini intende (teoricamente) imporre in tema d’immigrazione. “In questo momento”, spiega Baldassarre, “viene assicurata non solo l’accoglienza, ma vengono messi in opera anche tutti quei servizi fondamentali all’integrazione e all’inserimento sociale di queste persone”. Senza, che accadrebbe? Meno integrazione significa più guai: disperazione, emarginazione, criminalità.

 

Qui, a Ponte di Nona, al centro “Bakhita”, i migranti si chiamano “Beneficiari”, la cooperativa che gestisce il centro “Ente gestore” e le attività che si svolgono “Pip” (piani individualizzati). Anche l’accoglienza ha una sua burocrazia, con un suo linguaggio. Burocratico, appunto. Dunque forse un po’ ridicolo, ma le cose sembrano funzionare. “Quando arrivano i ‘beneficiari’ – ci spiega dopo averci accolto nella sala che fa da direzione del centro Luca Vampa, trentuno anni, coordinatore del progetto – facciamo loro un colloquio e cerchiamo di capire nel minor tempo possibile quale può essere per ognuno il percorso più virtuoso, anche considerando le loro esperienze. Dopo viene sottoscritto un contratto con il quale il beneficiario s’impegna a fare determinate attività: da prendersi cura dei propri figli a studiare l’italiano”.

 

E mentre Luca ci racconta, ecco che attorno a noi s’assiepa incuriosita tutta la galassia degli operatori sociali che qui dentro ci lavorano. C’è Claudia Monti, trentanove anni, assistente legale, che sta aiutando una giovane nigeriana che ha smarrito il passaporto a preparare la denuncia. C’è Valentina Biddau, psicologa di trentotto anni che organizza un doposcuola aperto anche a bambini del quartiere. Valentina, insieme a una professoressa della scuola media della zona, ha anche dato vita a un progetto per costruire con i bambini un teatro e dei giochi in legno. Qui nel cortile del centro Sprar che il decreto Salvini vuole di fatto smontare. “Giochiamo anche a campana”, dice sorridendo. “Abbiamo scoperto che questo gioco esiste in quasi tutte le culture. Anche se il disegno può essere fatto in mille modi”.

 

A un certo punto si avvicina un omaccione grosso grosso, ma con la voce tenera. Si chiama Jean Zongo, ha trentacinque anni, è di colore ma è italiano. Fa l’operatore sociale e cura dei laboratori creativi per i bambini. “Ora stiamo realizzando degli addobbi per il Natale”, dice. È lui che ha coordinato gli ospiti del centro nel lavoro insieme a un gruppo di venti bancari di American Express, un’iniziativa che ha permesso la realizzazione di un grande murales con fiori di loto e frasi in tutte le lingue passate di qui. E l’impressione, davvero, è che lo Sprar sia un luogo razionale. “Questo sistema ci consente anche di programmare l’accoglienza”, ci spiega l’assessore Baldassarre. Consente ai comuni di non esserne sopraffatti. “I numeri sono chiari in partenza e ciò permette di garantire un’accoglienza diffusa su tutti i territori del paese e della regione”. Ma se funziona perché stravolgere tutto? Per ideologia? Propaganda? Esibizione muscolare?

  

Maria Trotta ha cinquantadue anni, fa la maestra, e qui a Ponte di Nona è la più anziana. Racconta storie di riscatto e di speranza: “Nell’ultimo anno tre famiglie di immigrati sono uscite dal sistema dell’accoglienza. È la nostra vittoria più bella. Perché un lavoro e un contratto d’affitto, l’autonomia delle famiglie insomma, sono l’obiettivo del nostro lavoro”. Commossa, Maria parla di una famiglia curda – mamma, papà e bambina – che oggi vive a Pomezia, dove lui fa il fabbro, mentre lei lavora come mediatrice culturale. Un lavoro iniziato proprio dentro allo Sprar di Ponte di Nona. Ma questi centri li ridurranno. Mentre le baracche fatiscenti, le tendopoli dell’emarginazione, i luoghi inumani come quello dov’è stata assassinata Desirée Mariottini, quelli no. Restano lì.

Gianluca De Rosa

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