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Milano al 2030

La città può pensare ai prossimi dieci anni perché c’è stata buona politica bipartisan nei venti prima

3 Gennaio 2020 alle 06:06

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Foto LaPresse

Oltre allo sbarco in città ieri di Ibra, quasi un Ulisse di rientro a Itaca per vendicare l’onore del Milan, le poche certezze del 2020 sono che si dovrà decidere su San Siro e che sarà un anno di pre campagna elettorale (si voterà per il sindaco nel 2021), due cose più collegate di quel che sembri. Poi ci sono certezze di medio periodo, che guardano al decennio che inaugura, e non si tratta soltanto delle Olimpiadi del 2026 o della conclusione della Linea 4 del metro. A guardare più in lontananza, c’è ad esempio da annotare qualche numero ottimista, o almeno in controtendenza. Come il fatto che Milano è cresciuta in dieci anni di quasi centomila abitanti, dal milione e 322 mila del 2010 al milioni 404 mila di oggi. Anche se ha perso tremila nascite. In dieci anni, ha dimezzato anche l’inquinamento da PM10. Per capire qualcosa del futuro di una città che, bene o male, sa programmare e non ha paura di cambiare – a parte le solite sacche di “Nimby”, come i residenti che ieri protestavano per l’abbattimento di un po’ di alberi al Parco Bassini, per far posto alla nuova palazzina di Chimica del Politecnico – bisogna però guardarsi indietro e riflettere sul passato. Che cosa è accaduto, cioè, per trasformare una città che nei primi anni del millennio faceva venir voglia ai milanesi di trasferirsi altrove, o di chiudere l’attività, nel “place to be” che oggi – talvolta con un eccesso di retorica che non fa mai bene, e allontana dal vero – è evocato da tutti, ovunque nel mondo, e per ogni cosa.

 

Per rispondere, bisogna pensare un po’ anche alla politica, di solito così negletta, quando c’è da parlare bene di qualcosa. E si deve, con beneficio di sintesi, contestare un’analisi proprio sull’argomento firmata qualche giorno prima di Natale da Maurizio di Giannattasio, firma milanese del Corriere. Scrive il bravo collega che quel gran cambio (da una bocciatura spietata di Milano del Financial Times del 2009 ai recenti elogi del New York Times) è dovuto a un cambio “epocale” della politica: “Si chiude l’era del centrodestra in città e si apre quella del centrosinistra. A giugno 2010 Giuliano Pisapia presenta la sua candidatura a sindaco di Milano. Sono in pochi a crederci. L’armata del centrodestra sembra imbattibile. Governa la città dal 1997. In Regione c’è una persona che risponde al nome di Roberto Formigoni. Nel 2010, viene rieletto presidente della regione più ricca d’Italia per la quarta volta. Le elezioni comunali che si terranno nel 2011 sembrano una formalità per Letizia Moratti”. Invece vince la sinistra arancione. “Con Pisapia si entra nell’era dei diritti, quelli negati, quelli che esistono ma non sono riconosciuti – scrive – Le unioni civili, il registro del biotestamento. Un cambio di paradigma. Il centrodestra come lo conoscevamo si sfalda in anticipo rispetto al resto del paese. Dopo Moratti, tocca al Celeste. La caduta di Formigoni è fragorosa”.

 

Ricostruzione frettolosa, ma più che altro non spiega nulla del gran salto di Milano, iniziato dieci anni prima. Pisapia ha lavorato anche sui diritti (non che prima si fosse in Libia), ma ha di fatto subìto Expo, il gran volano degli anni Zero e Dieci, e sullo sviluppo della metropoli, dagli Scali ferroviari in giù, è stato afono. Expo la vinse la Moratti, e Beppe Sala ha lavorato – da sindaco – molto più nella linea tracciata da Albertini negli anni Zero: Porta nuova non ci sarebbe stata, senza le giunte Albertini. Non è questione di attribuire medaglie, ma di capire un aspetto senza cui non si capisce Milano e – quel che è peggio – non si capisce che cosa Milano possa “restituire” al paese: il punto è che Milano ha avuto una continuità amministrativa, e di politica di sviluppo lunga due decenni e più. In cui ha potuto pensare la sua rigenerazione urbana, i suoi trasporti, i business model su cui puntare. Fuori città, da decenni, governa il centrodestra. Se la regione è efficiente, si deve al quasi ventennio formigoniano, e ora al lavoro dei governatori della Lega e alla loro capacità di aver lavorato in coabitazione con la città chiunque fosse il sindaco. Nemmeno la “discontinuità” di Pisapia ha interrotto una tradizione bipartisan e il riformismo pragmatico. Se Milano oggi può programmare cosa diventerà nel prossimo decennio, è perché da tempo la Giunta Sala ha lanciato l’hastgag #Milano2030. Che non è soltanto uno slogan o il nome del nuovo Pgt, ma è subordinare ogni progetto alla previsione di cosa sarà la città non tra tre, ma tra dieci anni: gli anni Trenta.

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