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“Al largo”   

Un festival (e un luogo) in cerca di maestri milanesi o lontani e di “ciò che vale e permane sempre”

15 Giugno 2018 alle 06:00

Andiamo al largo”, detto in una città che non ha mari né coste, può sembrare un’espressione azzardata. Tanto più se c’è un attore come Massimo Popolizio che mercoledì sera ha letto al pubblico alcune pagine di Furore, il capolavoro scritto nel 1939 da John Steinbeck dedicato alla tragica migrazione interna americana verso la California negli anni della Grande depressione, ma ci tiene a sottolineare, Popolizio, che quel racconto evoca “i milioni di persone in movimento oggi”. Anche far debuttare un nuovo festival culturale (si conclude oggi) in una città ricca di festival e intasata di “week” praticamente tutto l’anno può sembrare un’idea azzardata. Ma “Andiamo al largo” ha una sua ragion d’essere. E’ la tre giorni di incontri, musica, teatro, poesia, mostre e immancabili birra e street food (di qualità) organizzata dal Centro Culturale di Milano, una realtà associativa ormai storica della città (è nato nel 1981, il primo nome era Centro culturale San Carlo, perché aveva sede di fianco alla grande chiesa neoclassica circolare di corso Vittorio Emanuele) che non ha mai smarrito la sua identità e una sua particolare linea di ricerca. Così “al largo” punta sull’idea di condividere con la città “l’esigenza di ‘ciò che vale e permane sempre’”, qualcosa che ha più a che fare con l’anima, le radici, le domande che accomunano l’avventura umana che non con la pura estetica da urban exibition.

     

A partire dal luogo. “Al largo” prende in realtà il nome da Largo Corsia dei Servi, l’odierna sede del Centro Culturale di Milano. Un luogo “aggiunto” alla città grazie a una recente riqualificazione urbana che ha ricucito una parte del centro storico che era rimasto come mutilato per molto tempo, tra l’abside del Duomo, piazza San Babila e la piazza Beccaria. E’ un angolo ricco di storia, a saperlo leggere – il festival è una occasione anche in questo. Qui c’erano le terme romane nel II secolo, in Corsia dei Servi (l’antico nome di corso Vittorio Emanuele) sorgeva il convento dei Servi di Maria, un ordine religioso particolarmente potente e spavaldo. E lì sorgeva anche el Prestin di Scansc, il Forno delle Grucce della rivolta dei Promessi Sposi. Oggi al centro di questo incrocio di storie c’è l’edificio di Luigi Caccia Dominioni sede del Centro culturale, pura modernità accanto però alla piccola chiesa di San Vito dove furono battezzati Caravaggio e suo fratello.

   

Non è solo però l’occasione di una passeggiata milanese, la proposta del festival (Philippe Daverio è stato raffinato affabulatore di “Luoghi, personaggi e santi dei vicoli intorno alla Madonnina”). Piuttosto il tentativo di connettere mondi ed esperienze all’apparenza assai diversi, sul filo della letteratura e della musica. Dopo Steinbeck è stata la volta di Raymond Carver” (“E a loro non venne in mente di andarsene”) altro autore apparentemente solo lontano dalla sensibilità lombarda di Alda Merini, a cui era dedicato ieri sera uno spettacolo-racconto suggestivo, o di Giorgio Gaber. O di altri “maestri” – non star, non solo grandi artisti, ma compagni di viaggio di cui c’è bisogno – da Pasolini a William Congdon e Vaclav Havel, presente in video testimonianza nel docufilm Praga 1968. L’impossibile primavera, costruito su immagini di repertorio della Televisione Ceca e presentato oggi. Partecipazioni trasversali, dalle interviste sulla città con il sindaco Beppe Sala e Giuseppe Bonomi, al cantauore (e scrittore) laghée Davide Van De Sfross, all’attore Giacomo Poretti. In attesa del gran finale, oggi alle 18.30, con un ritorno a Manzoni, di cui il Centro Culturale di Milano sta portando avanti da un anno la lettura integrale, “I Promessi sposi e la città contemporanea”, alternando sul palco del suo auditorium Spazio Banterle attori e personalità della cultura, e che proseguirà la prossima stagione. Oggi è di scena l’Innominato, e il suo incontro con il cardinal Federigo. “Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”, è la celebre domanda della sua “notte”. A rispondere, sarà perciò il diretto successore del gran Borromeo, l’arcivescovo Mario Delpini, in dialogo con lo scrittore Luca Doninelli. A leggere, l’attrice Arianna Scommegna, una delle migliori interpreti della scena milanese.

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