(foto Ansa)

Il Foglio Weekend

Palazzo Grazioli in bianco: l'ex casa di Berlusconi diventa un coworking

Michele Masneri

Quel che era la residenza romana di Berlusconi ora è sede della Stampa Estera. Via i broccati e le scrivanie antiche, adesso è un moderno coworking. I due Dudù non abitano più qui

A trent’anni da quella fatale discesa in campo del 1994,  passando davanti alla ex residenza romana di Berlusconi si potrebbe immaginare che il tempo si è fermato. Certo, non c’è più la camionetta dei Carabinieri a far da guardia. E la piazza Venezia già normalmente incasinata al momento sembra un set di “Roma” di Fellini, con trambusti prepotenti mentre la “più grande fresa del mondo” scava imperterrita a profondità inaudite, intenzionata forse a spuntare in Australia, realizzando stazioni per metropolitane gioiello che nessuno di noi vedrà in vita. Dietro via del Plebiscito, su piazza Grazioli, intanto, tutto si è adeguato ai tempi nuovi: ecco il bed and breakfast “Grazioli Suites”, e poi l’immancabile università telematica Uninettuno.  Nel palazzo Doria Pamphili quasi confinante non c’è più Dudù La Capria, e il suo attico con terrazza è deserto - lo scrittore di “Ferito a morte” si seccava molto della confusione generata dal Dudù canino che a un certo punto era diventato più celebre di lui (chissà che fine avrà fatto peraltro il Dudù peloso, nella ripartizione immobiliare e affettiva post berlusconiana). Ci abita ancora però Roberto D’Antonio, formidabile parrucchiere delle dive (e di Salvini). E se la bandiera non sventola più da “Grazioli” come veniva chiamato dai cronisti e dai tg (“Berlusconi è a Grazioli o a Chigi?”, si distingueva, per dire le due sedi) c’è ancora il vecchio pub irlandese all’angolo, genere ubriacatura turistico-studentesca, con  tricolore simile all’italiano. Ciò che non cambia mai è il traffico su via del Plebiscito, aggiornato alle nuove tecnologie e utenze: ora si sono aggiunti pure i monopattini, le bici elettriche, e pure le golf car che sfrecciano  con autisti con auricolare che declamano storia e geografia, e americani in ciavatte dietro che si tengono forte  (e sembra di essere a villa Certosa o a Mar a Lago). E poi i bus, il 51 il 40 e la Circolare express e il 46 e il 62 e il 30 e poi quelli turistici, a un piano e due piani, aperti e scoperti; e le scolaresche e pure i boy scout, mancano solo i cavalli sempre felliniani. Un cartello “fermata spostata più avanti” è forse lì da   anni nell’entropia romana, che regge tutto nello sfascio e non cambia mai niente, a ricordare l’alternarsi dei tempi in cui Berlusconi governava (fermata bus soppressa) e quelli in cui stava all’opposizione (fermata bus ripristinata). Anche il portiere Vincenzo è rimasto lo stesso. Al piano nobile, nobilissimo, ecco un arazzo con lo stemmone dei Grazioli Lante della Rovere, padroni di casa del Cav. 

 

Il quale Cav, va detto, nella capitale non ebbe mai  fortuna immobiliare. Come in una strana nemesi di tutto ciò che aveva tirato su e acquistato  in Brianza, in Sardegna e alle Bermude, a Roma mai poté vantare un metroquadro, o cubo, suo. Costruito, o almeno comprato.  Non il primo appartamento di via dell’Anima, non il castello della Crescenza di cui si era incapricciato a un certo punto, non il palazzo Torlonia dietro piazza di Spagna. E anche la “villa Grande”, che in realtà è piccola, sull’Appia Antica, la godette poco, e oggi pare andrà a Pier Silvio, e comunque gli pervenne in nuda proprietà,  tramite il regista Zeffirelli. 

 

Condannato alla pigione. Ma torniamo a noi e all’arazzo: il duca Grazioli Lante, formidabile e peculiare caso di aristocratico romano non impoverito, gli rise, seppur nobilmente, in faccia, davanti alla profferta d’acquisto. Dunque,  affitto. Quarantamila euro al mese, mica poco, per  i 1400 metri nel palazzo disegnato da Giacomo Della Porta (un Boeri del ‘500). Sulle scale   lo  stemmone dei Grazioli – un tappetone rosso, con motto “Virtute et industria”- ricorda che  anche loro  erano lombardi inurbati a Roma, calati nella non ancora capitale a fine Settecento; cominciarono come fornai e nel giro di un secolo diventarono nobili e soprattutto ricchissimi, insomma il Cav. poteva sentirsi a casa. Accanto all’immane stemma è conficcata una strana testa nera di ippopotamo o rinoceronte ma senza corno, forse trofeo di bizzarre cacce (i Grazioli divennero celebri per le cacce, una volta ricchi e nobili) o forse gesto apotropaico: l’animale guarda proprio verso l’appartamento del Cav. 

Ma appena entrati in quella che fu la residenza di Berlusconi dal 1996 al 2020, si pensa d’aver sbagliato indirizzo. Scordiamoci i corrimano d’ottone, le consolle dorate,  i lampadari di murano, i broccati, le colonne, i damaschi, i  capitelli,  le passamanerie e le tappezzerie coi gigli di quel tardo stile un po’ da ambasciata, quel pot pourri di signoril-brianzol-protagonista del Novecento culminato nell’hangar di quadri ad Arcore. Qui, adesso, tutto bianco. Come se fosse stata sparsa la calce, a purificare questo luogo di peccato. “Colori chiari, arredi semplici con un occhio al feng shui, per un posto soprattutto per lavorare, e  vivere,  bene”, dice al Foglio l’architetta Serena Mignatti, cosmopolita italosvizzera, che ha ristrutturato il prestigioso appartamento per il suo nuovo uso, come sede della Associazione della Stampa Estera. Sotto i portali con le scritte severe PIUS GRATIOLIUS DVX, il fondatore della stirpe, operai vanno e vengono, perché ci sono ancora lavoretti da terminare. Ma già si respira efficienza, pulizia, ecologia. “Abbiamo messo molte piante idroponiche, e abbiamo puntato su materiali ecologici”, dice sempre l’architetta, ecco dunque scrivanie chiare, poltroncine bianche. Potremmo essere in un coworking della Silicon Valley. Però le piante sarebbero piaciute molto al Cav. che del verde era patito, idroponico o no. “Ah, è vero”, dice l’architetta, come sorpresa. Soprattutto il corridoio famoso che congiunge tutte le stanze sul retro, quello famoso delle foto con Dudù (il cane, non la Capria), e Putin con la pallina, “l’abbiamo proprio trasformato, adesso è il luogo pulsante dell’appartamento”, dice l’architetta. “Da luogo della fissità del potere volevo trasformarlo in luogo della compartecipazione”, riflette,  mentre siamo seduti al sole tra le piante, nel candore, dove un tempo c’erano le consolle Luigi XV e le passatoie rosse, e ora invece una zona lettura luminosa e semplice,  con dizionari di ogni lingua, e davanti a noi quello  italiano-arabo(e arabo-italiano). Mignatti dopo una lunga esperienza nello studio Fuksas si è messa in proprio ed è particolarmente specializzata in residenze per ricchi internazionali, anche un po’ satrapeschi, tra cui la sceicca o emira del Qatar. E chi meglio di lei dunque  per risistemare questo avamposto in quella che del resto Francesco Saverio Nitti o chi per lui definiva “l’unica capitale mediorientale senza un quartiere occidentale”? Come sono le case degli sceicchi del Qatar, chiediamo. “Rispetto alle nostre  tendono a volere molte stanze di piccola taglia, più che grandi saloni. Ovviamente sono residenze enormi, ma finiscono sempre a infilare un ambiente dentro l’altro. Per diversi motivi, tra cui le donne, che a un certo punto devono essere separate dai maschi”. Capitolo donne, qui ci sarebbe un trattato da scrivere. “Io qui sono venuta, lo confesso, per fare un sopralluogo, per visitare questo posto, mi sembrava un’opportunità incredibile. Vedere da vicino quello che è stato il centro del berlusconismo per venticinque anni. Anche  se temevo di rimanere incinta  solo a contatto con le moquette”. Non dica così. Piuttosto, come ha avuto l’incarico? “C’è stata una selezione, abbiamo presentato i curriculum e poi  hanno scelto me”. “Abbiamo visitato diverse location”, dice al Foglio Gustav Hofer, socio e corrispondente della tv Arte e un po’ animatore del cambio di sede. “Mi piace l’architettura e poi nella mia vita ho ristrutturato diverse case”. “Abbiamo visionato diversi posti, anche  palazzo Taverna e anche la vostra ex sede del Foglio”, dice Hofer. Ma come mai ve ne siete andati da  via dell’Umiltà? “Ci hanno sfrattato, perché ci stanno costruendo un hotel a cinque stelle, come dappertutto a Roma. Così ci siamo messi a cercare. Non facile; avevamo esigenze precise: due sale conferenze,  e che fosse in centro”. Avete cercato tramite agenzie specializzate? “No, anche su Immobiliare.it”.  Hofer, insieme al compagno Luca Ragazzi, da tempo porta avanti un’opera di creazione di documentari sull’Italia, da “Dicktatorship” a “Italy Love it or Leave it”, esaminando i lati più patriarcali del nostro paese anche dal punto di vista queer: il fatto che sia lui il nuovo padrone di casa è un altro balzo del destino mica male.  Intanto che fa esattamente l’Associazione della Stampa estera? “Raggruppa i diversi corrispondenti di testate straniere, crea occasioni di incontro, appunto conferenze, è un luogo fisico dove i giornalisti stranieri dialogano con gli italiani”, ci dice la presidente, la     turca Esma  Cakir. Presidente uscente, perché alla Stampa estera “il mandato dura un anno”, esempio di democrazia. Lei e gli altri sono poi  tutti volontari e non percepiscono un centesimo, mentre il governo si occupa dell’affitto. Sarà contento il duca Grazioli, che il piano era sfitto da un bel po’. Passa ogni tanto? “Tutti i giorni”, dice l’architetta. “Abita al piano di sopra, è un po’ preoccupato, credo non approvi molte modifiche, era contrario alla trasformazione del corridoio in coworking, soprattutto, ma ce lo fa notare in maniera molto signorile”. Adesso si attende Giorgia Meloni, per la consueta conferenza stampa annuale. Intanto l'hanno avuta a cena, come due anni fa Draghi, che bevve il famoso Spritz. “Quando i premier italiani vengono alla Stampa Estera sono più rilassati”, dice la presidente. “Forse da noi si sentono un po’ all’estero”. Quest’anno Giorgia Meloni ha pure ballicchiato un po’ sulle note di Michael Jackson. Meloni ha poi ricordato come il Cav. ritenesse proprio i giornalisti della Stampa Estera pericolosi comunisti. Non ditelo al duca. Dicono che si sia sentito confortato comunque dall’arrivo di Mattarella, che ha inaugurato la sede. Insomma, non saranno proprio dei fricchettoni questi della Stampa estera se c'è Mattarella. 


Altra cosa apprezzata dal duca:  nel salone dove Berlusconi teneva le sue cene, ora c’è un monolite tondo a specchio che funge da bancone da bar. Forse grande metafora degli italiani che si rispecchiavano nel Cav. Al padrone di casa  la stanza bar  è  piaciuta molto, anche se pare abbia protestato perché già ci sono delle ditate sugli affreschi delle pareti.  
Ma andiamo nella vecchia camera da letto di Berlusconi, quella celebre per il letto di Putin, che però forse era di Stalin, le versioni sono discordanti. Anche qui adesso uffici, tutto bianco dove c’erano le tappezzerie; irriconoscibile, ma a un occhio attento non sfuggono i vetroni blindati delle finestre, e “abbiamo voluto mantenerne una traccia della memoria, lasciando gli interruttori bassi, che un tempo erano a fianco al letto”. E i servizi? “I bagni sono la cosa che abbiamo toccato meno”, dice l’architetta, dunque facciamolo il tour dei bagni, che sembrano da albergo, con marmi chiari e sanitari anni Ottanta, tutto classico con dei tocchi Brianza-chic   (la cassetta “pucci” del water dipinta a finto marmo). Va ricordato che Berlusconi non si afidava ad architetti ma a scenografi: qui come in altre residenze lavorò Giorgio Pes, già decoratore della  casa a Ischia di Visconti e nel “Gattopardo”.Tutto si tiene, perché il duca Grazioli a un certo punto doveva essere adottato da un cugino un po’ povero palermitano, e dalla s tramba moglie lèttone, tale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma non se ne fece niente (poi venne il libro). Qui davanti allo specchio del lavabo doppio non c’è Angelica ma allignavano le Olgettine – ma  filologicamente dovremmo chiamarle Grazioline – che si fecero i famosi selfie. “Vuole farsene  uno anche lei? Se lo sono fatti tutti”, mi dice l’architetta. Colpisce la  vasca da bagno incassata nel pavimento di travertino. Ah, se potesse mai parlare – altro che “Saltburn” o “Supersex”. E lì tornano alla memoria leggendarie fanciulle e registrazioni: la nostra preferita, Patrizia D’Addario. “Per tutta la notte mi sono intrattenuta con lui, consumando sia rapporti intimi che parlando ininterrottamente nonostante avessi sonno. Durante la notte ho ricevuto la promessa di un suo interessamento per risolvere la mia questione edilizia a Bari”, aveva fatto mettere a verbale. Notti di sesso, chiacchiere e abusi edilizi, cosa c’è di più italiano? In una sceneggiatura che potrebbe essere di Lina Wertmüller, D’Addario era partita dalle Puglie per arrivare alla corte del sultano animata non da velleità televisive o pecunarie, ma dallo sdegno crescente perché nella Bari natìa i giudici avevano messo i sigilli all’hotel-ecomostro costruito sulla spiaggia dai di lei familiari. Ma il sultano nulla potrà,  davanti all’abuso totale. 
Qui, “a Grazioli”, invece “è tutto tutelato dalla Sovrintendenza, poi avevamo un budget preciso”, dice l’architetta. Quindi, restauro minimo, soprattutto lavori di riordino, “l’impianto elettrico, tutto fatto passare esterno perché non si possono fare le tracce, negli zoccoletti”. Ogni tanto si coglie qualche segno del passato: una specie di quinta teatrale adibita a libreria, con l’immancabile enciclopedia Treccani – chissà se Giovanni Treccani cent’anni fa avrebbe mai immaginato di diventare l’inventore del più grande pezzo d’arredo aspirazionale d’Italia– a nascondere  una gran porta blindata, che doveva servire come via di fuga, o  forse  “panic room”, o forse il Cav. la usava per rifugiarsi  sfinito dalle richieste e pretese di ragazze o clientes (di nuovo, architetture mediorientali). Poi “c’è la stanza di Confalonieri”. E la cucina?Altro luogo di leggende: col cuoco Michele, coi fagiolini “pagati 80 euro al chilo”, secondo Francesca Pascale, quando era fidanzata del premier, e condusse una severa spending review. Michele Persechini invece raccontò la dieta Grazioli (“mai aglio o cipolla, quasi mai pesce, al massimo qualche mollusco o crostaceo, come carne ammessi vitella o manzo, da evitare frattaglie, selvaggina, ovini, pollame, benissimo le quaglie con polenta e salsa di funghi. Non si sbaglierà mai preparando un risotto. Per la tavola, tovaglie bianche e piatti bianchi”). “La cucina purtroppo ora è un cantiere, ma non cambieremo molto. E’ una cucina industriale, da ristorante”, dice ancora l’architetta. “In generale ciò che mi ha colpito di più è che questo appartamento aveva tutta l’aria d’essere  un luogo di lavoro, di incontri, ma non una casa. Manca completamente la dimensione dell’intimità. Non ho mai capito dove Berlusconi facesse la prima colazione, per esempio”. Dagli angoli più inaspettati però spuntano altre tracce: “in un guardaroba abbiamo ritrovato degli appunti appesi: indicazioni come ‘doppiopetto lana taglia  S’, ‘doppiopetto lino taglia L’, scritte a mano, con una bella calligrafia antica, evidentemente di qualche collaboratore. A segnalare cambiamenti di taglia, quando ingrassava o dimagriva”. Verso l’ingresso, dietro una pianta, un antenato Grazioli in un ritratto ottocentesco in frac ha l’aria scoraggiata, quasi che fosse consapevole d’esser stato dimenticato lì. “Molti arredi erano dei Grazioli, come la scrivania di Berlusconi, antica, dorata, e sono stati restituiti”. Intanto operai in tuta vanno e vengono, impolverati. “L’idraulico è ancora quello di Berlusconi. Continua a ripeterci: ai suoi tempi sì, che ci si divertiva”. 

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).