Nomine

Pnrr y final: dirigenti senza guida, troppe deleghe per Fitto. Al Mef si fa ora il nome di Cannarsa

Carmelo Caruso

La coordinatrice del Piano Chiara Goretti senza legittimazione politica. Ritardi nei ministeri. Così il Recovery si è fermato. Al Mef nuovo nome al posto di quello di Rivera. Si tratta dell'ad di Consip

Prima di rinegoziare il Pnrr il governo Meloni deve rispondere a questa domanda: qual è il metodo del governo sul Pnrr? Il cantiere del Pnrr si è fermato. La struttura tecnica coordinata da Chiara Goretti, la “mamma Pnrr”, è congelata. Se si dice, come ha ripetuto la premier, che “sul Pnrr si cambia” è chiaro che la struttura si arresta in attesa della grande sostituzione. Che autorevolezza può avere una coordinatrice che deve sferzare le amministrazioni pubbliche se quella coordinatrice non è certa di restare? Il ministro che si occupa di Pnrr è il bravissimo Raffaele Fitto. Ma Fitto si occupa anche di Affari europei. Si fa forte l’idea che serva un solo ministro del Pnrr che giri l’Italia. Il profilo è quello di Francesco Lollobrigida.


Giorgia Meloni sul Pnrr ha sempre avuto un’idea ed era una buona idea a detta di molti. Era convinta che per gestire il Pnrr servisse un ministro speciale. Era dell’opinione che andasse istituito un nuovo ministero interamente dedicato a questo difficile compito. Non bisogna mai avere paura di una idea che si crede valida. Meloni alla fine ha deciso che ne bastasse uno per due. Nei ministeri si inizia a credere che quella idea tornerà utile se non ora molto presto e che quell’incarico lo possa un giorno ricoprire un ministro operativo come Lollobrigida. Secondo le deleghe, Fitto dovrebbe trascorrere la sua vita in volo. Dovrebbe saltare da Varsavia a Stoccolma e poi volare a controllare i lavori della Napoli-Bari.

 

Nel colloquio che hanno avuto Meloni, Fitto e la commissaria von der Leyen, Fitto ha illustrato come intende rimodellare i compiti della governance del Pnrr. Ha anche parlato della necessità di spendere in maniera flessibile le risorse. Ma siamo sicuri che il problema non sia nostro, interno? Quando Draghi ha nominato l’economista Goretti a capo della segreteria tecnica del Pnrr non le ha solo dato un mandato pieno. Le ha consegnato due numeri di telefono. Uno era quello del sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli, l’altro era quello di Francesco Giavazzi. Uno, Giavazzi, era l’interlocutore per i dossier economici, l’altro, Garofoli, ogni mattina insieme alla Goretti stanava i ministeri: “Come stanno procedendo i lavori di…”.

 

Goretti ha solo Fitto, ma non ha mai ricevuto pubblicamente la fiducia del governo. E’ come in una squadra. Se un giocatore non sente fiducia, se non sente che può giocare con allegria, comincia a sentirsi isolato. Goretti è mai stata ricevuta dalla premier? Malgrado i comunicati, le lezioni, agli italiani non è entrato in testa che il denaro del Pnrr non è un assegno in bianco. E’ debito comune e in Europa vogliono sapere come sono spesi questi soldi oltre ad aver messo una data di scadenza. Va speso tutto entro il 31 dicembre del 2026. Ecco perché ogni giorno che il governo lascia all’ambiguità è un giorno che l’Italia perde.

 

Fitto non ama il “machete” di Guido Crosetto e non avrebbe nessuna intenzione di “cacciare” Goretti. Non ha tare ideologiche e non vuole partecipare alla gara delle nomine, all’assedio al direttore generale del Mef, Alessandro Rivera. E’ una corrida che mentre noi scriviamo continua. Il nome a cui adesso pensa Giorgetti per sostituire Rivera non è più quello di Stefano Scalera, ma quello di Cristiano Cannarsa, amministratore delegato della Consip e per sei anni ad di Sogei. Ha avuto dei colloqui con il ministro. Lo si può confermare. Dice un ministro del governo: “Quando si vuole sostituire qualcuno non si dice, si fa, altrimenti il risultato è solo indebolire ministri e ministeri”. In un mese abbiamo già nominato tre direttori generali del Tesoro sulla carta. Fitto quando sente la domanda “ma allora chi sostituisce?”, si infuria, e giustamente. E’ troppo intelligente per non sapere che il suo ministero si occupa di Pnrr, ma che il monitoraggio continua a farlo il Mef.

 

Facciamo un esempio. Bisogna monitorare quanti chilometri di fibra veloce ha installato Open Fiber. Si parla di oltre 6 milioni di unità immobiliari da cablare. Chi sferza e dice: “Facciamo meglio e più veloci?”. Lo ha fatto ultimamente il sottosegretario Butti con delega all’innovazione. Ma Butti è un referente della Goretti? E Goretti è legittimata a chiamare Butti? Non è vero che mancano gli strumenti per attuare il Pnrr. Si prenda lo strumento dell’accordo quadro. La piccola amministrazione che ha vinto il bando del Pnrr può infatti affidarsi a Invitalia come centrale di committenza nella fase dei bandi di gara, progettazione, esecuzione e collaudo.

 

Per farlo serve la piattaforma digitale dei dati che permette ai comuni di mettere a gara gli appalti. Ma la piattaforma non entra a regime se non si conclude quella rete veloce dei dati. Anche in questo caso serve solamente una struttura che non abbassi l’attenzione che sia attenta a tutti i passaggi. Serve un ministro che come prima cosa, la mattina, alzi il telefono e chieda ai suoi colleghi, i ministri di Interno e Giustizia, perché si oppongono e non condividono le loro informazioni. Mentre si ragiona su quali teste tagliare manca la testa che talloni questi due ministeri.

 

La mancata collaborazione di Interno e Giustizia, ed è un altro esempio ulteriore, sta rallentando il Pnrr. I casellari giudiziari si stanno digitalizzando ma la Giustizia non permette alle altre amministrazioni di consultarli. Il ministero della Giustizia deve a sua volta completare la sua piattaforma digitale interna. Senza questa infrastruttura digitale tutto il piano operativo del Pnrr si inceppa. Per molti mesi si è fatto ironia sul metodo Draghi. Ma un metodo è importante. Investire di carisma figure lo è altrettanto. Tra poche settimane saranno cento i giorni del nuovo premier. Qual è il metodo Meloni?

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio