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Capriole sovraniste

Giorgetti pronto alla ratifica del Mes. Meloni e Tremonti recuperano il piano Draghi-Macron

Valerio Valentini

Verrebbe da dire che col sovranismo di Fdi finisce sempre così: col tempo, per poter sopravvivere, non può che confutare se stesso. Solo che così di tempo se ne perde, e parecchio

Ora che la farsa sta finendo, verrebbe da dire che tout est pardonné. Che “non abbiamo altra scelta”, Giancarlo Giorgetti lo ha ribadito ai colleghi di governo dopo il colloquio col presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe. Dunque la ratifica del Mes è cosa da farsi: e il ministro leghista la porterà in Cdm, se non prima del prossimo vertice coi colleghi delle Finanze dell’Ue del 16 gennaio, subito dopo. E già oggi, nella conferenza dei capigruppo alla Camera, si discuterà la calendarizzazione del dibattito in Aula: di certo nel prossimo trimestre, forse già di qui a metà febbraio. Dunque si potrebbe considerare quella di Giulio Tremonti come un’abiura ormai scontata. Se non fosse, però, così significativa per comprendere di quali vacuità si è nutrita la propaganda sovranista sul Mes.

 

Perché è forse con oggettiva leggerezza che ieri Tremonti, presidente della commissione Esteri di Montecitorio, afferma in un’intervista al Sole 24 Ore che sì, che non c’è nessun problema: il Mes può essere ratificato. Che è ben strano, visto che per anni lo ha definito “un abominio”. Di più: “l’ultimo errore in una galleria degli orrori fabbricata da élite di tecnici e da gente interessata: tutte cose che noi stiamo pagando caro”, disse nel dicembre del 2019. Negli stessi giorni, cioè, in cui Giorgia Meloni indiceva una manifestazione a Bruxelles, davanti al Parlamento europeo, per denunciare come la nuova riforma del Mes “crea un meccanismo perverso che soggiogherà l’Italia agli interessi della Germania, visto che con questa modifica il Fondo salva stati diventerà un fondo salva banche, e guarda caso le banche più esposte sono quelle tedesche, e anche perché aumenta il rischio di ristrutturazione del debito italiano  e dunque rende meno spendibili i nostri titoli di stato”.

 

Del resto, già allora questa convergenza tra le proteste della leader di FdI e quelle di Tremonti era curiosa, visto che a firmare quell’“abominio”, quell’“orrore”, l’11 luglio del 2011 era stato proprio l’allora ministro dell’Economia di quel governo Berlusconi di cui faceva parte la stessa Meloni. Ma Tremonti va oltre. Dice, infatti, di essere “totalmente d’accordo” con la premier quando afferma che “non vede alternative al voto italiano sul Mes”, visto che tutti gli altri paesi che vi aderiscono, e cioè 19 su 20, hanno già ratificato quel trattato. Che è, evidentemente, un’annotazione di assoluto buonsenso. Peccato che, da anni, Tremonti sostenga una tesi contraria. Quella, cioè, secondo cui se nel febbraio del 2012 Mario Monti non avesse firmato, lui solo tra tutti i leader di paesi soci del Mes, la versione emendata del Fondo salva stati, quel trattato non sarebbe mai entrato in vigore. Monti avrebbe potuto, e dovuto, sabotare tutto, insomma, opponendo una sorta di diritto di veto: ancora due anni fa, nella primavera del 2020, in un’intervista a La7. Dando così nuovo impulso alle strambe proteste di Giorgia Meloni, che nelle settimane seguenti tornò a dire che “se il Mes è un ricatto verso l’Italia, allora un paese non può cedere a questo ricatto”. perché, spiegava la leader di FdI, “la questione del Mes non è una questione economica, non c’è nessuna ragione economica per ratificare il Mes, la ragione è politica. Il Mes serve ai nostri interlocutori perché attiva un processo di controllo dei nostri conti pubblici”. Che fare, dunque? “Non piegarsi anche stavolta alle richieste di Angela Merkel”, diceva Meloni all’allora premier Giuseppe Conte.

 

E c’è infine l’ultima capriola logica di Tremonti che illumina la faticosa apostasia sovranista. Ed è quella che consente a Tremonti, oggi, di spiegare che occorre ratificare il Mes per poterlo riformare: “Un’ipotesi in campo è quella avanzata da un team franco-italiano, che propone un’agenzia del debito sostenuta dal Mes per gestire i titoli di stato acquistati in questi anni dall’Eurosistema”. Tremonti fa riferimento a una proposta elaborata da Draghi e Macron e contenuta in un paper che accompagnò un articolo dei due presidenti pubblicato sul Financial Times il 23 dicembre del 2021. Verrebbe dunque da supporre che il ravvedimento sovranista sull’opportunità di ratificare il nuovo Mes, per poi poterlo riformare, sia maturata a seguito di quell’iniziativa congiunta di Roma e Parigi. E invece no. Perché Tremonti ha continuato a condannare la riforma del Mes come “inutile, e anzi dannosa”, anche dopo quella data. E la stessa Giorgia Meloni, il 24 febbraio scorso, dunque due mesi dopo la pubblicazione del paper di Draghi e Macron, annunciava battaglia contro il ministro dell’Economia Daniele Franco: “Siamo pronti a respingere con tutte le nostre forze questo ennesimo tentativo di riforma di un trattato che non fa gli interessi dell’Italia”. 

 

Ora, finalmente, tutto s’è fatto chiaro anche agli occhi di Tremonti e Meloni: la ratifica serve perché l’Italia non può restare l’unico paese europeo sabotatore di una riforma condivisa da 19 stati su 20; e la ratifica serve anche perché è l’unica possibilità per innescare un profondo ripensamento del Fondo salva stati. Verrebbe da dire che col sovranismo di FdI finisce sempre così: col tempo, per poter sopravvivere, non può che confutare se stesso, la propaganda di cui si nutre. Solo che di tempo, così, se ne perde sempre tanto, e inutilmente.

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.