Foto di Filippo Attili, Palazzo Chigi, via LaPresse 

la doppia identità

Governo Meloni in Ue, governo Salvini in Italia? Migranti e le altre armi di distrazione di massa

Claudio Cerasa

Più il presidente del Consiglio cambierà metodo in Europa più in Italia farà di tutto per sventolare le proprie bandierine. Immigrazione, ma non solo. Perché l'agenda nazionalista, sui profughi, è contro l’interesse nazionale

Inutile. Disumana. Controproducente. Tafazziana. Autolesionista. L’immagine raccapricciante offerta in questi giorni dal governo Meloni sul terreno della gestione dei flussi migratori è lo specchio perfetto di una condotta politica al centro della quale vi è non soltanto una indiscutibile tendenza a rassicurare gli spiriti xenofobi che soffiano nel nostro paese, ma anche una volontà esplicita da parte della maggioranza di centrodestra di mettere in campo una sofisticata strategia politica che banalmente potremmo sintetizzare così: armi di distrazione di massa. E la questione è fin troppo semplice, per un governo costretto su troppi dossier a essere in continuità con l’esecutivo precedente: più sui grandi temi si dovrà nascondere la propria incoerenza con il passato, più sui temi per così dire identitari si cercherà di alzare la voce mostrando di essere in discontinuità con il passato.

 

I due processi possono sembrare in contraddizione l’uno con l’altro ma in verità sono due meccanismi perfettamente legati tra loro. Meglio parlare di migranti che parlare di energia. Meglio parlare di rave che parlare di crescita. Meglio parlare di contanti che parlare di Pnrr. Meglio parlare di mascherine che parlare d’Europa. Meglio alzare un polverone sulle piccole bandierine che mostrare il numero di grandi bandiere costrette a cambiare direzione, sospinte da un vento chiamato realtà. Il problema, però, quando si parla di migranti, quando si parla di rotte nel Mediterraneo, quando si parla di gestione di un fenomeno strutturale, è che l’Italia ha già sperimentato quelli che sono gli effetti dell’approccio cosiddetto muscolare. E il nostro paese sa già dal 2018 che il prodotto di quella cultura politica non è solo disumano ma è anche autolesionista. Perché nega la realtà. Perché mette in difficoltà vite umane. Perché non affronta la radice dei problemi. E perché contribuisce a indebolire lo stesso messaggio che Giorgia Meloni ha tentato di offrire nel corso del suo primo tour a Bruxelles da primo ministro.

 

Un messaggio grosso modo sintetizzabile così: i populisti sono cambiati, non sono più anti europeisti e anzi hanno, abbiamo, capito che per risolvere i grandi problemi del nostro paese la scorciatoia nazionalistica è spesso controproducente. E dunque, se davvero volesse intervenire alla radice dei problemi, il governo Meloni, a meno che nel frattempo non sia diventato il governo Salvini, avrebbe di fronte a sé due strade non semplici ma quantomeno chiare. La prima strada è quella europea ed è una strada che suggerisce di lavorare a una redistribuzione obbligatoria nei paesi membri dei migranti in arrivo sulle nostre coste. Non è una strada semplice, sia perché Meloni e Salvini dovrebbero ammettere che per andare in questa direzione il principale ostacolo sono i paesi guidati da leader loro alleati (Polonia e Ungheria) sia perché Meloni e Salvini dovrebbero ammettere che alzare polveroni mediatici di fronte a ogni ong in arrivo in Italia significa offrire non prove di forza ma prove di impotenza (le prove di forza si costruiscono a Bruxelles, nell’interlocuzione con i paesi membri dell’Unione europea, e non si costruiscono sulla pelle dei migranti in fuga dagli orrori dei propri paesi). La seconda strada è quella più complessa, che punta alla stabilizzazione politica dei paesi da cui partono via nave i migranti e anche qui la chiave per intervenire non passa dalla facile demagogia sui porti ma passa da una difficile e doverosa attività di diplomazia europea e da una altrettanto difficile ma necessaria triangolazione tra Unione europea, Unione africana e paesi del nord Europa. 

 

Aiutarli a casa loro è un’espressione retorica che vuol dire poco se la si usa per indicare romantici concetti astratti, ma è un’espressione che vuol dire molto se la si usa per porsi come obiettivo lo stanziamento di miliardi a sostegno di paesi come la Tunisia e come la Libia. Sulla rotta balcanica, l’Unione europea, assecondando la spinta di Angela Merkel, ha investito circa 6 miliardi di euro. L’ex ministro Marco Minniti, da tempo, sostiene che un investimento anche della metà sul Nordafrica potrebbe permettere all’Unione europea di gettare un primo seme concreto per lavorare a una stabilizzazione del quadrante e per non esporre i paesi dell’area all’influenza tossica esercitata dalla diplomazie di Russia e Turchia. Ritardare lo sbarco di una ong, mostrando molti muscoli ma poca intelligenza, o rallegrarsi perché una nave (la Ocean Viking) “si prepara ad aprire il porto di Marsiglia”, è una scelta mediaticamente efficace, per i sostenitori della linea law and disorder, che nasconde però una consapevolezza difficile da ammettere: fino a quando i paesi a trazione sovranista, come l’Ungheria di Orbán, continueranno a usare il proprio potere di veto per bloccare ogni atto utile a governare l’immigrazione in Europa l’Italia resterà intrappolata nella situazione in cui si trova oggi.

 

E fino a quando l’agenda sovranista non verrà spazzata via in Europa la politica dell’accoglienza resterà quella che è oggi: un’Europa in cui il trasferimento e il reinsediamento dei migranti irregolari e regolari avviene sulla base di meccanismi volontari. E fino a quando i sovranisti continueranno a preferire scelte politiche che funzionano bene su una timeline dei social ma non nel quotidiano il rischio sarà sempre lo stesso: lavorare in modo incessante a soluzioni destinate ad aggravare i problemi, piuttosto che a risolverli. Le armi di distrazione di massa hanno una logica, all’interno di una stagione in cui il populismo deve nascondere sui grandi temi le sue politiche in discontinuità con il proprio passato, ma le pagliacciate, anche quelle piccole, alla lunga hanno un impatto sulla propria reputazione e la domanda che dovrebbe dunque porsi con urgenza Meloni oggi è questa: un governo desideroso di rassicurare e di cambiare rotta rispetto a una vecchia stagione populista, quando capirà che le pagliacciate sull’immigrazione sono la manifestazione non di forza ma di una propensione naturale a mischiare in modo tossico impotenza e incompetenza? Governo Meloni o governo Salvini: il futuro della maggioranza, in fondo, è tutto qui.  

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.