Giorgia Meloni sul palco di un evento pubblico di Fratelli d'Italia a Milano (LaPresse)

L'intervista

“Statalismo e federalismo”. Ora Meloni soffia alla Lega anche la battaglia per l'autonomia

Francesco Gottardi

Il sorpasso di Fratelli d'Italia in Veneto “non deve preoccupare i cittadini”, spiega il coordinatore regionale De Carlo. “Al governo niente scuse: potenzieremo le periferie del paese e risolveremo la crisi energetica in cento giorni”. Così FdI sta conquistando anche il feudo di Zaia

Per un attimo, la benevolenza di chi ha il vento in poppa. “Puntiamo a governare con la coalizione di destra”, dice Luca De Carlo, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia in Veneto. “Le dinamiche interne e le sfide elettorali con la Lega non mi appassionano. E credo non interessino nemmeno ai nostri cittadini, che non vedono l’ora di un esecutivo a forte trazione meloniana”. Poi però basta riportare i malumori in casa Carroccio: l’allarme per l’autonomia a rischio, madre di tutte le battaglie, in caso di Giorgia in trionfo. “Eh no”, sbotta il senatore. “Non c’è alcuna contraddizione fra presidenzialismo e federalismo. Un programma del genere noi lo presentavamo già nel 2018. E da allora non abbiamo mai amministrato: davvero c’è chi accusa FdI per l’immobilismo che ha seguito il referendum?”. 

 

Ma come. L’Impero e la Serenissima? La lupa capitolina e il leone alato di San Marco? Bel groviglio, anche sul piano retorico. “Il nostro progetto di riforme concilia entrambe le aspettative”, spiega De Carlo: “Uno stato forte, in una cornice di autonomia locale e aree periferiche potenziate”. Poveri leghisti, nemmeno le briciole. Roberto Marcato, fido assessore di Zaia, ha dichiarato al Corriere del Veneto che “assistere in terra autonomista al sorpasso di un partito centralista e che ha in Dio, patria e famiglia i suoi capisaldi sarebbe uno smacco”. Che però i sondaggi reputano sempre più verosimile, con FdI ormai avanti di un punto e mezzo.

 

“In questo momento ognuno tira l’acqua al proprio mulino”, ribatte il coordinatore regionale, “ma magari fare mea culpa sulle legislature passate anziché preoccuparsi per quel che farebbe Meloni funzionerebbe di più”. La data cerchiata in rosso, per il Veneto verde in fermento, è il 22 ottobre: Salvini ha promesso che quel giorno verrà finalmente approvata l’autonomia. “Tutta la destra sarà chiamata alla prova del nove, una volta a Palazzo Chigi”. 

 

Altra cartuccia, sparata dal Carroccio e non solo: la classe dirigente. Quella di FdI è considerata debole e priva di esperienza amministrativa. “Ma se in Veneto candidiamo personalità del calibro di Carlo Nordio e Raffaele Speranzon, non vedo come ci possano tacciare di incapacità. Già nel 2018”, ricorda De Carlo, “la pattuglia meloniana era fortemente radicata nel territorio: insieme a me venivano eletti Monica Ciaburro, Paolo Trancassini, Francesco Acquaroli che oggi è presidente delle Marche. Tutti amministratori locali. E anche con il volano elettorale che ci aspetta”, FdI è pronta a moltiplicare i suoi parlamentari, “sottolineo che non c’è alcun rischio di ritrovarsi con un’altra accozzaglia grillina. Le imprese e i lavoratori lo sanno. Si fidano di noi”. 

 

Su questo non c’è dubbio, proiezioni alla mano. “Siamo consapevoli della responsabilità che ci attende, ma siamo anche pronti a occuparci dei problemi reali delle famiglie: entro i primi cento giorni di governo risolveremo il carovita legato alla crisi energetica”. Slogan alla Salvini? “Macché. Noi non promettiamo la luna, siamo in continuità con il pragmatismo dei veneti”. Allora con Zaia, dato sempre più vicino a Meloni. “Vedete voi”, glissa De Carlo. “Noi parliamo la lingua del tessuto produttivo. E l’interesse che Giorgia ha dedicato alla nostra regione non è certo recente: sa dialogare con tutti”. Insomma, un inappuntabile partito felice. A questo punto il senatore si lascia scappare una battuta orgogliosa, che forse più di tutto il resto racchiude il momento d’oro di FdI: “Sapete una cosa? Gli imprenditori che non vedono vie d’uscita, i cittadini all’ultima spiaggia, decidono tutti di puntare una fiche su di noi. Fa piacere”. E oggi l’Italia è un paese di discreta disperazione.

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