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Il non essere è l'arma politica di Giorgia Meloni

Claudio Cerasa

Non essere come Salvini. Non essere stata con il Pd. Provare a non essere più una minaccia. La cavalcata di Meloni non la si spiega con presunta voglia di populismo o di estremismo nel nostro paese. Cinque spunti per capire l'ascesa di Fratelli d'Italia

È la domanda politica dell’estate. È la domanda chiave delle elezioni. È la domanda che da giorni si stanno ponendo molti osservatori catapultati in Italia per studiare un aspetto centrale della nostra campagna elettorale. Una domanda che potremmo provare a sintetizzare così: ma come è possibile che un partito che cinque anni fa è riuscito a malapena a raggiungere il quattro per cento alle politiche è diventato improvvisamente il partito più popolare d’Italia? E detto in modo ancora più brutale: da dove arriva esattamente il vento che soffia forte ormai da tempo sulle vele di Giorgia Meloni?

 

È davvero tutto spiegabile con la presunta voglia di populismo che esisterebbe in Italia? È davvero tutto spiegabile con la presunta voglia di estremismo che esisterebbe nel nostro paese? È davvero tutto spiegabile con il presunto anti europeismo che coverebbe lì nella pancia del paese? È davvero tutto spiegabile con l’irrefrenabile voglia che esisterebbe di dare in Italia una nuova casa ai reduci del fascismo?

 

Ci sono molti modi naturalmente per provare a rispondere alle nostre domande, e chi vuole può anche illudersi che l’ascesa della destra sia un’ascesa che corrisponde più a una domanda di sfascismo che a una richiesta di cambiamento. Ma un modo forse originale per provare ad affrontare questo tema, osservando i comizi di Meloni, leggendo le sue interviste, monitorando la sua traiettoria, conversando con i suoi possibili elettori, potrebbe coincidere con quello che appare essere sempre di più la vera arma segreta della leader di Fratelli d’Italia: semplicemente, il suo non essere.

 

È in fondo questo, se ci si pensa, il tratto che rende Meloni una novità di questa campagna elettorale. Il suo non essere un uomo, naturalmente, che è il vero tratto di novità incarnato dalla figura della ducia d’Italia. Il suo non essere stata, poi, in nessun governo negli ultimi quattro anno e mezzo di legislatura. La sua volontà di far capire, ogni giorno, photo opportunity a parte, di non essere un Matteo Salvini, cosa che Meloni cerca di fare ogni volta che suggerisce di non sparare proposte a caso in campagna elettorale, di non sparare nomi di ministri a caso prima delle elezioni, di non proporre scostamenti del debito per governare la crisi energetica, di non avere tentennamenti ogni volta che si parla della necessità o meno di armare la resistenza in Ucraina. La sua volontà di far capire, in ogni occasione utile, di non essere una dilettante, di non essere una minaccia per l’Europa, di non essere una minaccia per il debito pubblico, di non essere una minaccia per i conti pubblici, di non essere una minaccia per il Pnrr, di non essere una nemica di Draghi, di non essere più una follower di Marine Le Pen, di non essere più una seguace di Orbán. È il suo non essere, in fondo, l’arma segreta di Giorgia Meloni. E in questo senso, il suo non essere mai stata alleata con il Pd, per esempio, in un momento storico in cui il Pd rappresenta il potere, avendo il Pd governato per dieci degli ultimi undici anni, offre al partito di Meloni qualche cartuccia in più per poter conquistare i voti degli elettori più sensibili alla grammatica anti establishment. Essere ma soprattutto non essere. Per non far paura, per tranquillizzare, per rassicurare e per mettere in campo un whatever it takes finalizzato a dimostrare forse l’impossibile: se cercate populisti, guardatevi pure in giro, guardate anche a casa nostra, guardate nella nostra coalizione, ma per favore non guardate noi. C’è molta cipria, nel non essere meloniano, ma c’è anche un po’ di sostanza. E fino a che non ci sarà qualcuno in grado di svelare gli inganni, il trucco resterà lì e continuerà tanto pericolosamente  quanto efficacemente a incantare gli elettori.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.