Il Pd: "M5s? Mai più". Forse. Il campo largo traballa, ma Conte: "Sono un progressista"

Simone Canettieri

Letta e i dem pronti a far saltare l’alleanza. Ma il leader del M5s: tutto si ricomporrà, aspettiamo

E’ il giorno del mai più con il M5s. Il Nazareno si trasforma in un plotone di esecuzione contro i grillini. Enrico Letta parla di “cambio di paradigma”. Stessa cosa dice Lorenzo Guerini, ministro ma anche leader di Base riformista, che se la prende con gli “irresponsabili” che hanno fatto cadere Mario Draghi. Il voto del Senato diventa la trincea del campo largo, uno “spartiacque” che “non può non avere un impatto”. Anche Andrea Orlando, dalla sinistra dem, spiega che “le forze politiche che si sono assunte la responsabilità di far terminare l’azione di governo hanno dimostrato lontananza dalle questioni poste dal Pd”. Dario Franceschini è della stessa opinione. Nel M5s pensano che alla fine il quadro si ricomporrà.

 

Eppure giovedì fino all’ultimo Enrico Letta aveva avvisato il capo del M5s, in una centrifuga di riunioni permanenti: se non votate la risoluzione Casini per Draghi, salta l’alleanza. Ma com’è andata si sa. E dunque, il giorno dopo le voci di dentro del Nazareno  sembrano definitive: “Il discrimine è diventato l’interesse nazionale, la scelta del M5s ha creato una frattura ineluttabile. Qua il torto, di là la ragione”. I figli della colpa, e cioè i pentastellati, sono convinti che alla fine l’asse rossogiallo tornerà più forte di prima. Giuseppe Conte adesso ha una serie di pratiche da sbrigare: gestire la faccenda del secondo mandato, pensare alle candidature, trovare una linea d’intesa con il silenzioso Beppe Grillo e pensare appunto alle alleanze.

 

“Senza di noi il Pd non vince nemmeno un uninominale al Sud: vogliono Renzi?”, spiega per esempio Alessandra Maiorino, senatrice contiana e antidraghiana. Ecco si può essere allo stesso tempo contro l’ormai quasi ex premier e andare di nuovo a braccetto con il Pd? “Noi siamo convinti di avere una agenda autenticamente progressista: giustizia sociale, transizione ecologica, sono temi progressisti e noi siamo disponibili a lavorare con chi condivide questi temi”, è il Conte pensiero. Convinto che le reazioni del Pd siano fisiologiche. Debora Serracchiani, Simona Malpezzi sembrano essere categoriche: mai più, mai più. C’è un bel  pezzo di Pd, come Andrea Marcucci, che guarda al centro, a Beppe Sala, ma anche ai fuoriusciti da Forza Italia, come Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna, “in profonda riflessione” con tanto di “presa di distanza da FI”. Al Nazareno cercano di interpretare le mosse di Carlo Calenda: il leader d’Azione potrebbe correre da solo, ma di sicuro mai vorrebbe trovarsi in coalizione con Luigi Di Maio.

 

Nel M5s si consolano con il ministro degli Esteri: “E’ finito”. In effetti le facce più basite in Transatlantico, nel giorno in cui Sergio Mattarella annuncia lo scioglimento delle Camere con elezioni il 25 settembre, sono  quelle dei parlamentari di “Insieme per il futuro”. Sui divanetti un gruppo di peones campani dimaiani si guarda per lunghi minuti senza dire nulla. “Altro che ricandidatura, andiamo a casa pure prima: il 19 settembre si scioglie il sangue di San Gennaro, il 25 toccherà a noi”. Lo schema di Letta è quello di una lista civica per recuperare Luigi Di Maio e altri piccoli pezzi di Ipf, come Vincenzo Spadafora, da sempre in ottimi rapporti con i dem. Ma tutto è prematuro e tutto si muove.

 

Si consumano piccoli psicodrammi fra i grillini. Giulia Grillo, ex ministro della Salute, è tutta indaffarata: “Devo lasciare la casa di Roma sei mesi prima, e torno nella mia Messina, dove mi aspetta un lavoro...”. In un altro capannello i contiani vogliono fare la festa a Davide Crippa, che fino all’ultimo ha lavorato per la fiducia a Draghi in tandem con il Pd e Di Maio: “Adesso deve dimettersi lui e e tutto il direttivo: così rifaremo subito il contratto a Rocco Casalino”.  “Avete fatto un casino: siete stati l’acceleratore della crisi!”, dice, scherzando, Angelo Tofalo all’ex collega, transitato con Di Maio, Stefano Vignaroli. Ovunque facce basisite: Manlio Di Stefano è mogio mogio, addio ministero degli Esteri. Poco distanti Riccardo Ricciardi, anima rossa del contismo e il bersaniano Nico Stumpo, parlottano su come si possono riattaccare i cocci del vaso andato in frantumi.

 

Enrico Letta per tutto il giorno attacca i “folli” che hanno prodotto questa situazione e si esibisce in una variante felina per caricare le truppe in vista delle elezioni: “Dovrete avere gli occhi della tigre”. C’era una volta “smacchiamo il giaguaro”. Tutto si muove: anche nel Lazio. Nicola Zingaretti è pronto a dimettersi da governatore solo dopo che sarà stato eletto parlamentare. Il Lazio viaggia verso il voto anticipato sotto Natale.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.