(foto di Ansa)

Guerra e scissioni

Draghi mette gli ingegneri del caos di fronte allo specchio della responsabilità

Claudio Cerasa

Mentre il premier ricorda al parlamento la linea atlantista e europeista del governo si consuma la farsa a cinque stelle. Sullo sfondo le sfide di un mondo che cambia

La giornata politica di ieri è stata dominata da due scene importanti. La prima scena, che è quella che conta, ha visto come protagonista il presidente del Consiglio Mario Draghi, che poco prima di ricevere il consenso largo della maggioranza di governo sulla risoluzione legata alle sue comunicazioni in vista del Consiglio Ue del 23 e del 24 giugno (219 sì, 20 voti contrari e 22 astenuti) ha messo i senatori della Repubblica di fronte alle loro responsabilità. Draghi ha ricordato che c’è una grossa differenza fra tifare per la pace e tifare per il pacifismo. Ha spiegato che per sperare di far sedere la Russia ai tavoli dei negoziati occorre continuare a sostenere la resistenza dell’Ucraina, imponendo sanzioni, spingendo l’Ucraina verso l’Unione europea, sostenendo una pace che non passi sopra la testa della resistenza ucraina e schierandosi senza tentennamenti al fianco di un paese che lotta per difendere la sua democrazia e la sua libertà (“La sottomissione violenta e la repressione di un popolo per mano di un esercito non portano la pace, ma il prolungamento del conflitto, forse con altre modalità, di certo con altre distruzioni”).

 

Draghi ha poi ricordato che “il governo italiano, insieme ai partner dell’Unione europea e del G7, intende continuare a sostenere l’Ucraina, così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare”, e nel farlo ha ricordato indirettamente quanto sia stata una dolce farsa la polemica costruita dai vecchi partiti populisti attorno alle comunicazioni di ieri del presidente del Consiglio. Una farsa perché, mentre i Giuseppe Conte e i Matteo Salvini spiegavano ai propri follower di essere pronti a fare di tutto e di più per scongiurare l’invio di ulteriori armamenti all’Ucraina, anche i muri sapevano quello che il premier ieri ha sintetizzato con dieci parole: “Così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare”.

 

Che tradotto significa: la risoluzione di inizio marzo, votata anche dal M5s e dalla Lega in Parlamento, prevedeva anche “la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”, è una risoluzione valida fino al 31 dicembre ed è una risoluzione che autorizza il governo a inviare fino alla fine dell’anno tutto ciò che considera saggio inviare per armare la resistenza in Ucraina. Da un lato c’è dunque la scena, la scena che conta. La scena del conflitto, la scena di un mondo che cambia alla velocità della luce, la scena di un Parlamento che ancora una volta contrappone la politica dei fatti a quella delle parole, la scena di un occidente che ogni giorno deve tragicamente affrontare le trasformazioni immense prodotte dalla guerra: una globalizzazione che riduce i confini del suo spazio vitale, un pezzo di mondo che ha scelto deliberatamente di non combattere le autocrazie, una politica energetica rivoluzionata in tre quarti d’Europa nello spazio di tre mesi.

 

Una sovranità alimentare da ridisegnare daccapo in mezzo Mediterraneo, un virus illiberale che nonostante tutto continua ad attecchire in molti paesi dell’Europa, una Nato che si ritrova con una lunga sfilza di paesi in lista d’attesa (dopo Finlandia e Svezia ora anche la Georgia ci sta facendo un pensierino).  Dall’altro lato, accanto alla dimensione della tragedia che Draghi ha mostrato per l’ennesima volta con chiarezza ai senatori della Repubblica, si è andata a manifestare un’altra scena, meno gloriosa, che è quella che riguarda il M5s. Luigi Di Maio ha presentato il suo nuovo gruppo parlamentare con un intento a suo modo nobile, ovvero evitare che tutto il Movimento 5 stelle possa tornare al grillismo originario seguendo nuovamente il ritmo dei tamburi battuto dalla Travaglio Associati, e Giuseppe Conte avrà ora l’occasione di fare un passo di lato dalla maggioranza di governo, portandosi con sé via dal governo anche i ministri, con l’unica finalità strategica di non arrivare prosciugato di consensi alle prossime elezioni.

 

Difficile dire se andrà così, se questa settimana verrà cioè ricordata come il fischio d’inizio delle campagne elettorali simmetriche dei due vecchi amanti di governo, ovvero il M5s e la Lega. Più facile dire che di fronte alle tragedie dell’Ucraina, di fronte alla furia della Russia, di fronte alle sfide dell’Europa, di fronte ai nuovi equilibri del mondo, scegliere di indebolire chi sta provando a proteggere i confini delle democrazie liberali non significa essere dei filoputiniani, ma significa essere utili idioti al servizio dei nuovi ingegneri del caos. La scelta è semplice e per un paese che tra il 2018 e il 2019 ha già provato sulla sua pelle cosa significa fuggire dalle responsabilità decidere da che parte stare in fondo non dovrebbe essere così difficile.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.