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Draghi chiama i leader: "Unità su Ucraina". Sull'energia: "Non siamo all'economia di guerra"

I paesi europei, tra questi l'Italia, chiederanno presto di scorporare le spese militari dal Patto di stabilità

Carmelo Caruso

Il Cdm approva decreto per fornire armi all'Ucraina. I consigli di Orlando e il silenzio dei ministri leghisti. Il piano energetico che ci separa dall'austerità e suddiviso in tre gradi. Al momento siamo al primo.

Nel giorno della consegna delle armi c’era la consegna del silenzio. Chi aveva qualcosa da dire preferiva non parlare e chi aveva parlato preferiva raccogliersi in preghiera. Matteo Salvini, da Assisi, offriva “pieni poteri” a Mario Draghi. Giuseppe Conte garantiva che il suo sostegno era  “pieno”. L’Italia decide di incoraggiare la resistenza ucraina con materiale bellico. In Cdm la decisione passa all’unanimità. Si decreta lo stato d’emergenza per assistere i rifugiati ucraini. Si modificano le fonti di approvvigionamento energetico. Luigi Di Maio è volato in Algeria. Il resto è agenda di guerra ed è l’agenda di Draghi. Un collegamento con G7, Biden,  Macron, von der Leyen, Scholz. Oggi, il premier parlerà alle Camere. Ci sarà un voto. Ha chiamato tutti i leader. Vuole il meglio dell’unità.


Si dice che la guerra sia una specie di acceleratore di particelle, ed è vero. Setaccia l’essenziale dall’inutile, separa la polemica dalla contingenza. In Cdm, il capo delegazione del Pd, Andrea Orlando, ad esempio, invitava a separare la condanna politica verso Putin dal popolo russo “che in questi giorni sta dando segnali di dissenso nei suoi confronti”. Aggiungeva dunque che anche sulla consegna delle armi “invito a vigilare affinché queste armi siano utilizzate effettivamente dalle Forze armate ucraine”. A Palazzo Chigi, alla fine del Consiglio dei ministri, veniva ricevuta Elisabetta Belloni, il capo del Dis.

 

Nessun ministro leghista ha preso la parola. Giancarlo Giorgetti ne ha fatto ecologia. Si è dato come mandato quello di dire cose intelligenti e ha pensato che la cosa più intelligente fosse tacere. Quello che il suo segretario doveva dire lo aveva già detto a Draghi all’ora di pranzo. E’ un leader angosciato. Cerca riparo nel misticismo perché in politica estera le ha sempre sbagliate tutte. E non vuole essere un rimprovero. Neppure gli esperti, i competenti, hanno previsto questa catastrofe. Domenica era per utilizzare il crocifisso come arma di deterrenza, ma ieri, di mattina, ha anticipato che “si sarebbe rimesso alle decisioni del presidente”.

 

Dicono che durante la telefonata con Draghi abbia chiesto di tentare tutte le vie diplomatiche e Draghi, che lo ascoltava, raccontano che annuisse ma per spiegare, da realista: “Tutti lo desideriamo, se solo la diplomazia funzionasse”. La verità è che non ci crede nessuno. Anche la Borsa della pace è crollata. I paesi del G7, e ne parlavano ieri, ragionano “sull’effetto domino”. Hanno ribadito “la più ferma condanna per la brutale e ingiustificata aggressione dell’Ucraina" . Si difende l’Ucraina “perché non è solo l’Ucraina, ma il bastione dell’Europa”.

 

La Germania domenica ha destinato il 2 per cento di pil per il riarmo, il suo cancelliere Scholz ha pronunciato un discorso che a Palazzo Chigi hanno definito da “cambiamento epocale”. È un bicchiere di Novecento che l’Europa è costretta a bere. Si sa già che i paesi europei, tra questi l’Italia, chiederanno presto di scorporare le spese militari dal Patto di stabilità. Avremo molto probabilmente, come ripeteva Sergio Mattarella, un sistema di difesa comune e si velocizzerà sull’unione energetica.

L’ex ministro degli Affari esteri, Enzo Amendola, e oggi sottosegretario, uno che parla quando ha qualcosa da dire e quindi un altro italiano silenzioso, è convinto che “non sappiamo come ne usciremo ma la cosa certa è che ne usciremo con più Europa”. E tornata l’arte militare. Nel decreto del governo, un testo che si è rivelato un cruciverba di deroghe per i bravi giuristi del Dagl, l’elenco del materiale bellico mancava.

 

È in pratica una norma abilitante, ma servirà la risoluzione delle Camere, e poi, ancora, un decreto interministeriale. Sarà un passaggio stretto. L’altra parte del decreto riguardava invece l’energia. Per non allertare gli ottusi dell’ambientalismo il governo ha dovuto ripetere che non c’è nessun ritorno al carbone tanto da doverlo mettere “nero su nero”. Non si accendono (ancora) le centrali a carbone ma semplicemente non si spengono come si stava per fare.

 

Nei fatti, a scopo preventivo, si autorizza il ricorso ad altre fonti energetiche che non siano il gas, ma è, e veniva precisato nel comunicato del Cdm, “un’eventualità che al momento non corrisponde a quella in cui si trova il paese”. Ci sono tre gradi che ci separano dal fantasma dell’austerità, dalla luce razionata, da Berlinguer, dall’economia di guerra. E’ un’espressione che irrita il governo. Insieme al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e quello degli Esteri, Di Maio, si lavora per incrementare la quantità di rinnovabili e stringere nuove alleanze energetiche. Dovrebbe aumentare la quantità di gas algerino trasportato dal gasdotto Transmed. In questo momento siamo in stato di preallerta, dopo viene l’allerta. Lo stadio finale è l’emergenza. Il terzo scalino prevede la riduzione del consumo di gas nel settore termoelettrico. Si prevede è il contrario del si prepara.

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.