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Gli imbroglioni dell'anti populismo silenti di fronte al populismo giudiziario

Claudio Cerasa

Complottismo, tentazioni anti casta, istinti anti sistema: a trent’anni da Mani pulite i magistrati più ideologizzati sono sempre qui, a voler dimostrare che in politica non ci sono mai innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti

I trent’anni di Tangentopoli si presentano di fronte ai nostri occhi con sfumature molto diverse e l’anniversario di Mani pulite è qui di fronte a noi a offrirci numerosi spunti di riflessione.

Ci fa riflettere su quello che è stato l’effetto di Tangentopoli sulla politica (il potere legislativo decise di mettere sé stesso nelle mani del potere giudiziario indebolendo l’articolo 68 della Costituzione). Ci fa riflettere su quello che è stato l’effetto di Tangentopoli sull’attivismo dei magistrati (“Dopo Mani pulite – ha detto Luciano Violante a questo giornale – la magistratura avanzò come una cavalleria mossa dall’idea che i giudici avessero il dovere di soddisfare un’istanza derivata dal consenso popolare, e i magistrati meno equilibrati ebbero l’occasione di approfittarsene”). Ci fa riflettere su quello che è stato l’effetto di Tangentopoli sul giornalismo (“Bisogna ammettere – ha scritto il cronista del Corriere della Sera Goffredo Buccini, in un libro da poco uscito dedicato ai trent’anni di Mani pulite – che dall’arresto di Chiesa in avanti abbiamo perso qualcosa di essenziale della nostra funzione, guardando troppo spesso in una sola direzione e non consentendo a tanti lettori moderati non militanti di formarsi un’opinione davvero indipendente”). Ci fa riflettere su quello che è stato il rapporto tra il pool di Mani pulite e la politica (le strade di diversi componenti del pool, come abbiamo già ricordato, hanno sovente intrecciato quelle del centrosinistra, vedi il caso di Antonio Di Pietro, candidato con il centrosinistra; vedi il caso di Gerardo D’Ambrosio, divenuto poi senatore del Pd; vedi il caso di Gherardo Colombo, indicato nel 2012 dal Pd nel cda della Rai e divenuto da poco consulente per la legalità del sindaco Beppe Sala; vedi il caso di Francesco Saverio Borrelli, che nel 2007 sostenne la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Pd e che tre anni dopo fece campagna per Pisapia al comune di Milano; vedi il caso di Francesco Greco, scelto da Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, del Pd, come consulente alla legalità del comune). Ci fa riflettere su quello che è stato il contributo offerto da Mani pulite alla proliferazione degli abusi della carcerazione preventiva (da Tangentopoli in poi, la custodia cautelare, nel plauso generale della stampa e dell’opinione pubblica, convinta come ha ricordato recentemente l’avvocato Marco Fanti che qualunque mezzo fosse lecito per purificare la società dalla corruzione, è stata sempre più considerata come un mezzo lecito per estorcere confessioni e chiamate in correità). Ci fa riflettere su tutto questo, l’anniversario di Tangentopoli, ma ci fa riflettere, o almeno dovrebbe farci riflettere, anche su un altro punto, di carattere per così dire culturale, legato a una parola utilizzata spesso negli ultimi anni, soprattutto quelli precedenti alla pandemia: il populismo.

Dal 2018 a oggi, l’Italia, in modo più o meno lineare, ha fatto i conti su molti fronti con la parola populismo e quattro anni dopo l’inizio della legislatura potenzialmente più populista mai conosciuta dalla nostra Repubblica si può dire che l’opinione pubblica abbia ormai imparato a fare i conti con i limiti del populismo politico, al punto che oggi vi sono diversi partiti populisti che pur di stare al governo sono disposti a rinnegare ogni giorno buona parte del proprio passato populismo. In questi anni abbiamo imparato che essere antipopulisti significa combattere contro i complottismi, contro gli anti casta, contro gli anti politica, contro gli anti sistema, contro gli anti parlamentaristi, contro i propalatori di verità alternative e contro tutti coloro che cercano di dimostrare ogni giorno che un fatto per essere reale è sufficiente che sia semplicemente virale, e sulla scena politica ormai le forze che si considerano antipopuliste in modo più o meno legittimo superano di gran lunga quelle che si sentono populiste.

Eppure, a trent’anni da Tangentopoli, dovrebbe essere ormai chiaro che gli antipopulisti che si professano come tali non saranno mai dei veri antipopulisti se non accetteranno di combattere una forma di populismo che gli antipopulisti dimenticano spesso di combattere: il populismo giudiziario. E se il populismo è, come pensiamo, un mix fatto di complottismo, di fake news, di verità alternative, di pulsioni antipolitiche, di tentazioni anti casta, di cultura dello scalpo, di istinti anti sistema, ecco, non si farà molta fatica a riconoscere che il populismo giudiziario è l’incubatore di ogni populismo. E non si farà molta fatica ad ammettere che la permeabilità al populismo del sistema giudiziario italiano è un tema che riguarda non, come spesso si dice, le porte girevoli che esistono tra politica e magistratura, ma è un tema che più specificatamente riguarda il numero abnorme di strumenti offerti ai magistrati per trasformare l’azione penale in uno strumento violento e discrezionale al servizio della lotta politica, al servizio della cultura del sospetto e al servizio di un meccanismo perverso che giocando con la mediatizzazione della giustizia è in grado di creare verità alternative che spesso si impongono sulle verità giudiziarie e che spesso permettono ai magistrati più spregiudicati di  utilizzare ipotesi di reato evanescenti per continuare a fare quello che la giustizia ideologizzata continua a fare ininterrottamente da Mani pulite in avanti: mettere il potere legislativo nelle mani del potere giudiziario volendo dimostrare che in politica, come sa bene Piercamillo Davigo, non ci sono mai innocenti ma ci sono solo colpevoli non ancora scoperti. Non ci dovrebbero volere altri trent’anni per capire che il populismo dei partiti è nulla o quasi se lo si confronta con quello dei magistrati più ideologizzati.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.