(foto Ansa)

“Ristabilire confini netti tra potere giudiziario e potere politico”. Chiacchiere con Violante

Claudio Cerasa

"Sugli effetti di Mani Pulite aveva ragione Craxi. Oggi ce ne accorgiamo in maniera evidente. Siamo passati dalla delegittimazione allo sgretolamento del sistema politico". Parla l'ex responsabile Giustizia del Pci

Nel 1992, trent’anni fa, in quel Parlamento c’era anche Luciano Violante. Ex magistrato, ex responsabile Giustizia del Pci, futuro presidente della Camera, all’epoca Violante era il presidente della Commissione parlamentare Antimafia e nei mesi più duri di Tangentopoli fu il primo firmatario di una proposta di legge costituzionale, approvata in via definitiva un anno e mezzo dopo, per abrogare alcuni commi dell’articolo 68 della Costituzione, in materia di autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari. Il risultato di quella scelta, di quella rivoluzione avvenuta sull’onda emotiva di Mani pulite, fu mettere il potere legislativo nelle mani del potere giudiziario e trent’anni dopo quell’iniziativa parlamentare per la prima volta Luciano Violante accetta di tornare su quel passaggio storico. Con parole sorprendenti. 

Trent’anni dopo, caro Violante, possiamo dire che avere abolito l’immunità parlamentare è stato il primo passaggio della progressiva trasformazione del potere giudiziario in un supplente della politica? “Trent’anni dopo possiamo dire che nel 1992 non ci accorgemmo di un problema che oggi purtroppo risulta evidente, direi alla luce del sole. L’articolo 68, che impediva le indagini, venne riformulato per evitare che i partiti potessero continuare a usare l’arma dell’impunità per salvare i singoli, con il rischio dell’incremento della delegittimazione. Ma la delegittimazione non si è fermata, anzi si è passati dalla delegittimazione allo sgretolamento, lo sfarinamento di cui ha parlato Rino Formica. Non ci accorgemmo che il problema, all’epoca, non era quello di non salvare i singoli, o di dannarli; l’obiettivo avrebbe dovuto essere  il salvataggio  del sistema politico. Craxi lo aveva capito bene. E quando nel suo famoso discorso tenuto alla Camera il 3 luglio del 1992, in occasione della fiducia al governo Amato, disse che ‘nel vuoto tutto si logora, si disgrega e si decompone’ aveva ragione”. Pausa. “Doveva essere una riforma utile a restituire forza alla politica, ma è andata diversamente. Prima del 1993, le autorizzazioni venivano grosso modo sempre negate. Dopo il 1993, la politica ha scelto di passare da un’esagerazione a un’altra. Salvo rari casi i  partiti per un lunghissimo periodo non hanno più avuto  la forza di respingere le richieste della magistratura inquirente”. 

Nella vita democratica di una nazione, disse Craxi in quel discorso, non c’è nulla di peggio del vuoto politico. E il vuoto politico creato dai partiti ha contribuito inevitabilmente a rafforzare le forze antisistema. “La magistratura non è una forza antisistema. Qualche singolo magistrato, invece, si è comportato come tale. Ma un fatto è certo. Da quel momento in poi, dopo Tangentopoli, dopo la revisione dell’articolo 68, la magistratura avanzò come una cavalleria soprattutto perché i reati c’erano stati e per lungo tempo impuniti anche per l’acquiescenza della magistratura. E avanzò mossa dall’idea che i giudici avessero il dovere di soddisfare un’istanza derivata  dal consenso popolare. I magistrati meno equilibrati ebbero l’occasione di approfittarsene”.

Trent’anni dopo Tangentopoli si può dire che il problema principale che esiste nel rapporto tra potere giudiziario e potere legislativo siano, più che le porte girevoli, i poteri eccessivi attribuiti ai magistrati che consentono di trasformare l’azione penale in una forma di lotta politica? “Io credo ci sia un problema vero legato a una sovranità che la politica dovrebbe recuperare, ristabilendo confini netti tra potere giudiziario e potere politico. Esistono seimila ipotesi di reato al di fuori del codice penale, alcune delle quali hanno oggettivamente un perimetro evanescente, come per esempio il traffico di influenze;   io credo che in un sistema  come questo bisogna denunciare e correggere alcune storture evidenti. Una di queste coincide con un meccanismo perverso che la politica ha messo nelle mani della magistratura: miscelare le ipotesi di reato incerte con l’azione penale obbligatoria. Un mix che offre ai magistrati la possibilità di utilizzare ipotesi reati evanescenti per concentrarsi più sulle persone da indagare che sui reati da dimostrare. Funziona così: si usa un’ipotesi di reato non ben limitata, si apre un’indagine su una persona, si cerca tutto ciò che in una persona possa essere considerato rilevante dal punto di vista della morale oltre che del penale e si usa il circo mediatico per dare legittimità alla propria azione”. 

Possiamo dire, trent’anni dopo Tangentopoli, che uno degli effetti negativi generati dalla trasformazione dei magistrati in custodi del codice morale oltre che del codice penale sia stato quello di aver fortemente contribuito a quella mediatizzazione del processo penale? “Non c’è dubbio, con il concorso ‘esterno’ dei mezzi di comunicazione. Al giudice è stato affidato lo scopo di ripulire moralmente la società prima ancora che dal punto di vista criminale. I documenti che fuoriescono dalle procure anzitempo e che permettono di screditare una persona sulla base di elementi penalmente irrilevanti fa parte purtroppo di questa confusione: mescolare morale e penale. Ed essendo diventato sfumato il confine tra morale e penale alla fine il tema della lotta contro ciò che non è morale diventa uno strumento utile per l’attività dei magistrati che si sentono in dovere di dover accertare l’indegnità morale nella società. Anche se oggi, se me lo concede, la situazione è diversa rispetto a trent’anni fa. E direi che è persino più grave. Ricorda cosa facevano trent’anni fa i suoi colleghi?”. Aiuti lei a ricordarlo a chi, come chi scrive, trent’anni fa aveva nove anni. “I giornalisti, all’epoca, si mettevano insieme, lavoravano in pool, e decidevano cosa pubblicare e cosa no. Fungevano da ufficio stampa della procura. E tutti scrivevano la stessa cosa per evitare di prendere un buco. Oggi la questione mi sembra molto diversa. Non c’è più un pool di giornalisti, almeno non mi pare che ci sia, ma ci sono alcuni organi di stampa che vengono favoriti nelle fughe di notizie. E il giornalismo di riporto ha contribuito a cronicizzare una deriva potenzialmente non strutturale che si andò a definire ai tempi di Tangentopoli”. 

I cinque referendum sulla giustizia approvati ieri dalla Corte costituzionale possono aiutare la politica a ridefinire i giusti confini tra potere legislativo e potere giudiziario? “Per ristabilire i giusti confini occorrerebbe intervenire prima di tutto su due fronti: ordinamento giudiziario e ordinamento penale. Senza entrare troppo nei tecnicismi, sul primo punto credo sia fondamentale costituire un’Alta corte, composta da personalità con le stesse caratteristiche dei componenti della Corte costituzionale, che sia giudice di ricorso nei confronti delle decisioni disciplinari e amministrative del Csm, del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e di quella contabile. Sul secondo punto ci sono molte iniziative che si potrebbero promuovere, alcune delle quali sono già al vaglio del Parlamento. E onestamente una campagna seria, non populista e nel merito sui referendum sulla giustizia penso possa contribuire a ridefinire l’equilibrio. La distinzione delle funzioni mi sembra un quesito innocuo. L’abolizione della legge Severino, nata in tempi diversi da questo, non mi sembra possa essere un danno, perché oggi gli effetti di quella legge finiscono sulle spalle degli esasperati amministratori locali. E’ tempo di riequilibrio. E un referendum, se non usato in modo improprio, può spingere la politica a rimarginare una ferita aperta in modo doloroso trent’anni fa”. Trent’anni dopo possiamo dire che non sarebbe uno scandalo rivedere la riforma dell’articolo 68 riavvicinando il processo che regola l’autorizzazione a procedere a quanto stabilito dai padri costituenti?  “I problemi, come accennato, non si risolvono garantendo impunità; occorre invece responsabilità, ma su entrambi i fronti, politici e magistrati”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.