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L'agenda Sánchez indica a Draghi una strada per il futuro

Claudio Cerasa

Se sei vaccinato vivere la quarta ondata come un’influenza è più che possibile. Lezioni di convivenza con il virus dalla Spagna

Per trovare la frase più efficace pronunciata ieri da un capo di governo europeo con l’intenzione di  inquadrare l’attuale stato della pandemia, bisogna fare un piccolo sforzo, spostarsi per qualche minuto dall’Italia e avvicinarsi per qualche istante alla Spagna dove ieri mattina il premier Pedro Sánchez, socialista pragmatico, ha introdotto nel dibattito un elemento interessante che meriterebbe di essere valorizzato almeno quanto le parole utilizzate ieri da Draghi in conferenza stampa sull’irresponsabilità dei non vaccinati (“gran parte dei problemi che abbiamo oggi dipende dai non vaccinati”, ha ribadito ieri Mario Draghi in conferenza stampa).

 

Cosa ha fatto Sánchez? Semplice. In un’intervista al País, ha affrontato un tema delicato e ha indicato quale dovrà essere la prossima frontiera dei governi nella lotta contro la pandemia: smettere di trattare questa ondata come se fosse  come tutte le altre e, vista la letalità che ha oggi il Covid-19 sulla platea dei vaccinati, una letalità che per i vaccinati con tre dosi è identica alla letalità registrata dinanzi a un’influenza tradizionale, iniziare a tracciare la pandemia in modo diverso rispetto al passato. “Abbiamo – ha detto Sánchez – le condizioni per aprire gradualmente, con precauzione, il dibattito a livello tecnico ed europeo, per iniziare a valutare l’evoluzione di questa malattia con parametri diversi da quelli che abbiamo usato finora”.

Il ragionamento di Sánchez è stato così tradotto dal País: il governo spagnolo sta valutando la possibilità di cambiare il modo in cui viene tracciata l’evoluzione della pandemia per utilizzare un metodo simile a quello che  segue l’influenza, senza registrare tutti i casi e senza testare tutte le persone che presentano sintomi. I professionisti dell’allarmismo considereranno probabilmente Sánchez un pericoloso e avido negazionista che ha scelto di sacrificare la tutela sanitaria del suo paese sull’altare dell’osceno regime capitalistico. Ma in verità l’approccio suggerito da Sánchez coglie un elemento cruciale nella stagione pandemica che sta vivendo l’Europa, insieme con il resto del mondo, e quell’elemento riguarda la presenza di due pandemie ormai ben distinte. Una riguarda i vaccinati e un’altra riguarda i non vaccinati.

 

In Italia, tre giorni fa, l’Istituto superiore di sanità ha mostrato con chiarezza l’esistenza delle due pandemie mettendo a nudo alcuni dati eclatanti. Il primo dato riguarda l’incidenza dei ricoveri nelle terapie intensive, che a oggi è pari a 23,1 ospedalizzati ogni 100.000 abitanti per i non vaccinati, 1,5 ogni 100.000 per i vaccinati da oltre 120 giorni, 1 ogni 100.000 abitanti per le persone vaccinate con ciclo completo di due dosi da meno 120 giorni e 0,9 ogni 100.000 per i vaccinati con la terza dose booster. Il secondo dato, ancora più eclatante, lo ha offerto ieri Sergio Abrignani (Cts) in un’intervista a Libero e quel dato riguarda l’impatto che ha oggi il Covid-19 sulla platea dei vaccinati.  “Prima della pandemia – dice Abrignani – l’influenza infettava quattro-sei milioni di italiani negli anni fortunati e dieci-dodici milioni in quelli neri, con una letalità dello 0,1 per cento, simile a quella che ha il Covid oggi sugli immunizzati. C’è una quasi totale sovrapponibilità tra le vittime di influenza e quelle di Covid vaccinate: anziani già malati, che muoiono per complicanze che seguono l’influenza”.

 

Riuscire a focalizzare bene, con chiarezza, realismo e razionalità, la dimensione delle due pandemie ci può aiutare a capire bene dove porta la linea suggerita da Pedro Sánchez e quella linea punta non a negare l’esistenza della pandemia ma a riconoscere che per chi ha completato un ciclo di vaccinazione il Covid-19 deve iniziare a essere trattato come se fosse un’influenza. E per fare questo i passaggi necessari sono almeno tre. Primo: entrare nell’ottica che se un vaccinato asintomatico è un pericolo per un non vaccinato, il problema forse è più del non vaccinato che del vaccinato asintomatico (si chiede giustamente l’infettivologo Matteo Bassetti: serve davvero fare  milioni di test al giorno agli asintomatici?). Secondo: smetterla di considerare il numero dei contagi come se questo fosse il termometro giusto per misurare lo stato di salute di un paese (ieri, secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, in Italia, a fronte di un tasso di positività del 16,6 per cento e in presenza di più di due milioni di positivi, il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva era pari al 17 per cento, una cifra ancora lontana dalla percentuale critica del 30 per cento). Terzo: iniziare a comunicare quotidianamente quanti sono i vaccinati che si trovano in terapia intensiva e quanti sono i non vaccinati (ieri il ministro  Roberto Speranza ha detto che in Italia solo il 10 per cento delle persone sopra i dodici anni non è vaccinata e che questo 10 per cento occupa i due terzi delle terapie intensive) e contestualmente iniziare ad accettare il fatto che chi sceglie di non vaccinarsi sceglie di correre un rischio che non può trasformarsi in una pandemia burocratica per i vaccinati). Regole rigide per i non vaccinati, regole meno rigide per i vaccinati, tamponi non obbligatori per i vaccinati asintomatici e un passaggio graduale verso una fase diversa all’interno della quale sia possibile, come dice Sánchez, un’evoluzione di questa malattia con parametri diversi da quelli che abbiamo usato finora. Le pandemie sono due. In Spagna lo stanno capendo. Chissà quando lo capiremo fino in fondo anche in Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.