(foto Ansa)

Da Draghi a Macron. La rivincita dei banchieri

Claudio Cerasa

Dal premier italiano al presidente francese: no, la finanza non puzza più. Perché lo stato imprenditore ha bisogno di uno stato banchiere. L’Italia, la borsa, il record delle Ipo e i benefici di una merchant bank che parla inglese   

Vale per Tim, vale per la politica, vale per la Borsa, vale per l’Europa, vale per i vaccini, vale per la manovra e forse vale anche per il futuro della legislatura: mercato dove si può, stato quando si deve. La centralità assunta da Mario Draghi all’interno del nostro sistema istituzionale ha contribuito a mettere in moto una serie di trasformazioni interessanti, anche lessicali, che si trovano a metà strada tra il mondo della politica e quello dell’economia. Una prima trasformazione per così dire strategica è quella che ha riguardato una svolta culturale suggerita da Draghi ancor prima di diventare presidente del Consiglio e quella svolta coincide con una visione nuova relativa al futuro del debito pubblico.

Esiste un debito buono, sostiene Draghi, e quel debito viene usato per investire, e dunque per crescere, e c’è poi un debito cattivo, invece, che è quello che, in modo irresponsabile, viene usato per alimentare la spesa improduttiva. Il presidente del Consiglio, però, non ha contribuito solo a mettere a fuoco la differenza che può esistere tra debito buono e debito cattivo. Ha fatto qualcosa di più. E in diverse occasioni ha dato un contributo nel rendere accettabile un concetto ancora più delicato: la possibilità che esista in natura una finanza buona.

La riabilitazione del mondo della finanza in realtà parte ancora da più lontano ed è una caratteristica che si è andata a consolidare nei mesi più bui della pandemia, dal momento stesso in cui è stato chiaro a tutti, o quasi, che i mercati azionari funzionano esattamente come funzionano i nostri vasi sanguigni e altro non fanno che far arrivare sangue e ossigeno laddove il corpo lo richiede. I mercati sono vivi, come noi. Hanno paura, si galvanizzano, si intristiscono e quando hanno timori sul presente tendono a far confluire il capitale verso le società più adatte a proteggere il nostro futuro (Big Pharma), come si è visto una settimana fa di fronte alle prime allarmanti notizie sulla variante Omicron. In tempi di grande incertezza, dunque, chi sa maneggiare i mercati, chi conosce i loro segreti, chi sa rassicurarli, chi sa capirli, chi sa guidarli, costituisce una garanzia sul futuro. Specie in una stagione come quella attuale in cui – e qui torniamo all’Italia – ci si rende conto che la capacità di monitorare finanziariamente le grandi e piccole operazioni è il discrimine vero tra saper spendere di più e rischiare di spendere male. E durante la quale si capisce bene che in una fase di trasformazione dell’economia come quella in cui ci troviamo oggi oggi non si può fare a meno della finanza come strumento per allocare i soldi.

Lo si capisce bene a livello macro quando si studiano operazioni come quella di Tim al centro della quale ci sono più capitali che capitani coraggiosi – finalmente a Palazzo Chigi c’è una merchant bank che parla inglese – e lo si capisce anche a livello micro osservando una dinamica interessante registrata negli ultimi undici mesi nella Borsa italiana che è quella delle quotazioni. Nel 2021, l’Italia, senza considerare i numeri di dicembre, otterrà il suo record assoluto negli ultimi dieci anni in termini di nuove quotazioni in Borsa  con un totale già acquisito di 37 Ipo di cui 32 sul mercato dedicato alle piccole e medie imprese (l’Egm: Euronext Growth Milan) e 5 nel mercato principale (l’Euronext Milano). Nella stagione post pandemica, Omicron permettendo, il banchiere – banchiere è stato fino a qualche anno fa Mario Draghi, naturalmente, e banchiere è stato fino a qualche tempo prima di buttarsi in politica anche Emmanuel Macron, ovviamente – non è più quello diabolico del lupo di Wall Street ma è una figura semplicemente competente, accorta, che sa gestire soldi, che sa rassicurare e che sa dove mettere le mani. E le borse, di riflesso, non sono più la culla degli speculatori, ma sono il termometro di un paese, come lo è ormai lo spread, utile a capire come sta quel paese, cosa funziona, cosa non funziona e cosa si dovrebbe fare per fare funzionare tutto al meglio. Mercato dove si può, stato quando si deve. La centralità di Draghi e Macron, oggi, in fondo, si può spiegare anche così.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.