Le manovre di Draghi per il Quirinale 

Claudio Cerasa

Garofoli ha spiegato ai tecnici dei ministeri che il governo entra in una nuova fase. E il premier si ritrova con una sfida difficile prima di puntare il Colle: miscelare il decisionismo con l’arte del possibile. Piste da seguire

Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro e sinistro del capo del governo, è un uomo prudente, tende a usare le sue parole con parsimonia e due giorni fa, nel corso di un incontro tenuto a Palazzo Chigi con alcuni tecnici dei ministeri per preparare il Consiglio dei ministri di ieri, ha messo per un istante da parte la sua prudenza per offrire ai suoi interlocutori un messaggio interessante, che da solo permette di fotografare bene qual è lo stato di salute o se volete la fase politica in cui si trova il governo Draghi. Garofoli ha fatto capire ai tecnici che quello di ieri sarebbe stato l’ultimo Cdm pienamente operativo e ha invitato i ministeri ad attrezzarsi per una nuova stagione all’interno della quale, per forza di cose, si dovrà passare dall’approvazione delle riforme all’attuazione e alla manutenzione delle riforme. Senso del messaggio: il governo va avanti, ovvio, ma non può più andare avanti come prima.

 

Di fronte a questo messaggio, i più maliziosi potrebbero maldestramente dire che con il Consiglio dei ministri di ieri è di fatto finito il governo Draghi e potrebbero accostare alle parole di Garofoli altri piccoli segnali utili a inquadrare il momento delicato per il governo: una legge sulla concorrenza al di sotto delle aspettative, una delega fiscale affidata al Parlamento senza una direzione chiara, una trattativa sfumata con Unicredit su Mps, un’implementazione del Pnrr che quanto a lentezza preoccupa tanto la Commissione europea quanto i sindaci italiani, un timore diffuso relativamente alla capacità del governo di far entrare in vigore la legislazione attuativa per la riforma del processo civile e per la riforma del processo penale entro la fine dell’anno come previsto dal Pnrr e una Rai che doveva essere rivoluzionata rapidamente e che al momento non è stata neppure in grado di spostare di una mezz’ora “Un posto al sole”. I maliziosi, su questo piccolo elenco ci potrebbero ricamare e speculare. Ma la verità è che al governo Draghi sta succedendo quello che era scontato che succedesse in questo momento e sta succedendo quello che era scontato che succedesse di fronte alla prospettiva concreta che l’attuale inquilino di Palazzo Chigi possa spostarsi a fine gennaio su un colle romano non lontano da “Oppio” e che in ordine alfabetico viene poco dopo l’“Esquilain” e il “Vaiminail”: il “Quirnail”, come direbbe Boris Johnson.

 

Nel rallentamento non c’è nulla di scandaloso considerando anche il fatto che nonostante la decelerazione il governo Draghi è riuscito a tenere la barra dritta sul green pass, è riuscito a domare meglio di quasi tutti i paesi d’Europa la fase attuale della pandemia, è riuscito a dare alla nuova Alitalia (Ita) gli strumenti giusti per essere finalmente acquisita da una compagnia aerea più sana (Lufthansa?) riuscendo tra le altre cose a portare il M5s e la Lega a votare nel penultimo Cdm una revisione del Reddito di cittadinanza e di Quota 100. Ma nella consapevolezza, da parte di Draghi, di non poter più strappare e di non poter più forzare c’è qualcosa che ci dice molto sul carattere della sua leadership e sulla sua capacità di cercare un equilibrio tra la necessità di essere decisionista e la necessità di dover governare l’arte del possibile. Non spacca più tutto Draghi perché sa che non può più (la fine dell’emergenza ha coinciso con il passaggio dalla fase dell’insindacabilità delle sue scelte a quella della sindacabilità) e perché sa anche che per poter coltivare fino in fondo la sua legittima e sacrosanta ambizione di giocarsi le sue carte per tentare la scalata al Quirinale occorre anche saper manovrare, oltre che saper riformare, e occorre anche dimostrare di saper fare con i partiti uno sforzo di mediazione superiore (occhio alla prossima legge di Bilancio).

 

Il governo ha dunque rallentato, questo è un fatto, e le parole di Garofoli certificano questa novità. Ma per una volta il rallentamento potrebbe non fare paura, se si pensa al fatto che rallentare un po’ oggi è forse il modo migliore per provare ad accelerare per sette anni, con un Draghi un po’ meno ostaggio dei partiti e un po’ più motore del paese dall’alto di quel colle vicino all’Esquilain.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.