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carte in tavola

Viva le sportellate sulle banche

Claudio Cerasa

La partita di poker tra il governo e Unicredit su Mps può finire male per tutti (anche per Draghi) ma certifica una trasformazione della finanza: più mercato, meno politica. Guida allo show del futuro

Un tempo per capire il futuro delle banche serviva capire la politica. Oggi per provare a capire qualcosa delle banche è sufficiente capire qualcosa di mercato. Nella storia recente del nostro paese, il nome “Monte dei Paschi di Siena” abbinato a quello di “Mario Draghi” tende a evocare regolarmente scenari un po’ foschi come quelli materializzatisi nell’estate del 2007, quando un’operazione finanziaria rivelatasi scellerata, non ostacolata dall’allora governatore di Bankitalia Mario Draghi, portò alle nozze tra Antonveneta e Mps.

Quattordici anni dopo, Mario Draghi ha l’occasione di rimediare a quel matrimonio fuori mercato provando a mettere finalmente Mps un po’ più nelle mani del mercato e un po’ meno nelle mani della politica, compiendo un’operazione non troppo diversa rispetto a quella non meno traumatica che riguarda la vecchia Alitalia. Su Mps, controllata al 60 per cento dal Tesoro, la partita giocata da Draghi è interessante proprio da questo punto di vista: fino a qualche tempo fa, per la politica il salvataggio di Mps era un fine per evitare problemi politici (no spezzatino, no esuberi, no svendite), oggi il salvataggio di Mps è invece un mezzo per provare a evitare che la politica (la linea del Pd su Mps è uguale a quella della Lega) possa costringere Mps a non fare i conti con tutti i suoi problemi di gestione. E solo con la chiave del mercato si può provare a capire quello che sta succedendo in queste ore tra Mps e Unicredit dopo lo stop clamoroso all’operazione di acquisizione annunciato domenica scorsa dal principale azionista della banca senese (il Mef).

La storia la conoscete. Unicredit ha chiesto per poter acquisire Mps due miliardi in più rispetto a quelli che il governo è disposto a stanziare. E a fronte di una richiesta di Unicredit considerata irricevibile da parte del Mef, il governo ha scelto di usare il mercato per verificare se quello di Orcell è un bluff oppure no. La scommessa di Draghi è questa: far leva sulla necessità da parte di Unicredit di mettere a segno un’operazione importante che le consenta, con una Mps ripulita dallo stato, di stare al passo di Intesa Sanpaolo (Orcel è arrivato in Unicredit subito dopo l'operazione fatta da Intesa Sanpaolo con Ubi, che già aveva fatto sue le banche venete, con l’obiettivo di far crescere Unicredit, anche dal punto di vista delle aggregazioni future, e banche sufficientemente grandi con cui aggregarsi non si vedono all’orizzonte) e allo stesso tempo fare affidamento sulla possibilità non remota che alcune banche in salute (da Bpm a Bper) desiderose di studiare strategie utili per creare un terzo polo bancario nel paese possano essere interessate a fare con Mps quello che al momento sembra non voler fare Unicredit. 

È possibile che la scommessa di Draghi possa infrangersi di fronte a un muro (ieri la Borsa ha punito non solo Mps, meno 6 per cento, ma anche Unicredit, meno 1,5 per cento, segno che il mercato considera la non fusione con Mps più pericolosa di una fusione) ed è possibile che il destino di Mps non sia così diverso da quello di Alitalia e che alla fine lo stato sia costretto a fare quello che oggi Draghi non vorrebbe fare, ovverosia una ricapitalizzazione pubblica, con lo stato azionista alla guida che prova con un nuovo amministratore delegato a prendersi tempo ulteriore per trovare una Lufthansa per Mps.

È possibile che la partita di poker tra Draghi e Orcel non finisca con una vittoria di Draghi ma è difficile non notare in questa storia due elementi interessanti che varrebbe la pena appuntarsi sul taccuino. Il primo elemento riguarda l’inadeguatezza mostrata dai principali partiti italiani su questa partita e nessuno dei grandi partiti che sostiene Draghi ha messo in campo una visione strategica sul dossier Mps diverso rispetto a quello sbandierato dal vecchio fronte populista: non si può svendere Mps, non si possono fare spezzatini, non si possono fare esuberi, non si possono far pagare ai lavoratori i danni fatti dai politici del passato. Il secondo elemento interessante riguarda invece un dato relativo al risiko finanziario italiano e rispetto al 2007 vi è una svolta niente male che vale per tutte le grandi partite economiche del paese. Vale per le operazioni di Unipol in Bper. Vale per il futuro di Generali. Vale per la sfida tra Mediobanca e la coppia Del Vecchio e Caltagirone. Vale incredibilmente anche per Mps. La politica conta sempre un po’ meno, il mercato conta sempre un po’ di più e quando le partite di poker si giocano su questo terreno avere fiducia nel futuro della finanza italiana è un’operazione meno difficile rispetto al passato. Comunque andrà, non sarà un disastro.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.