Mario Draghi (foto LaPresse)

Il sogno di passare con Draghi dalla Seconda alla Quinta Repubblica

Claudio Cerasa

Sette anni di Draghi al Quirinale, più sei anni di riforme strutturali, più sei anni di finanziamenti mostruosi. Non mancheranno gli ostacoli, ma c’è ancora da discutere su cosa potrebbe voler dire tutto questo per il paese?

In politica può capitare di fare dei sogni e quando si sogna non si bada più di tanto ai numeri in Parlamento, agli equilibri tra le coalizioni, alle dinamiche delle correnti, ai calcoli dei leader, ai giochi dei semi leader, alle ambizioni dei partiti. In politica può capitare di fare dei sogni e quando si sogna può capitare di mescolare con la realtà i propri desideri, e chi lo sa se il sogno che vi stiamo per raccontare appartiene più alla sfera delle cose possibili, la realtà, o alla sfera delle cose quasi impossibili, i desideri.

Il sogno che vi stiamo per raccontare riguarda i prossimi tre mesi politici dell’Italia, dove basterebbe muovere con intelligenza alcuni tasselli per permettere al nostro paese di ragionare finalmente su un orizzonte nuovo, ambizioso, tosto, che gli osservatori colti definirebbero di lungo periodo. Il sogno è quello di vedere ancora per un po’ i partiti della coalizione di governo continuare a dividersi sulla tattica parlamentare, ovvero sugli emendamenti, e un po’ meno sulla ciccia, ovvero sull’agenda di governo, e il sogno è di vederli ragionare facendo finta ogni tanto di litigare il tempo necessario per portare a casa una buona legge sulla concorrenza e il tempo necessario per portare a casa una buona delega fiscale

Il sogno è di vedere Pd, Lega, M5s, Leu e Italia Viva, i partiti che ormai compongono di fatto un nuovo arco costituzionale, verrebbe da dire repubblicano, collaborare ancora in modo tutto sommato fruttuoso per qualche mese arrivando, a febbraio, all’appuntamento con il Quirinale, con il dopo Sergio Mattarella, senza dubbi su cosa fare, senza dubbi sulla necessità di mettere in campo un formidabile whatever it takes per blindare l’Italia nei prossimi sette anni con un duo delle meraviglie che neppure al Paris Saint-Germain: Mario Draghi per sette anni al Quirinale, che è quello che il presidente del Consiglio sogna di fare da anni e che non ha smesso di desiderare in questi mesi, e un Piano nazionale di ripresa e resilienza della durata di sei anni destinato a diventare per forza di cose un binario rigido su cui far viaggiare nel prossimo futuro il treno delle riforme italiane. Sette anni di Draghi, più sei anni di riforme strutturali, più sei anni di finanziamenti mostruosi per rimettere in piedi l’Italia e chissenefrega di quello che succederà dopo, di chi andrà a Palazzo Chigi, di cosa faranno i partiti, di chi andrà al prossimo Consiglio europeo, di cosa si inventeranno le coalizioni per resistere alla tentazione di andare a votare presto. In politica può capitare di fare dei sogni e il sogno di avere un Draghi al Quirinale per sette anni supera tutti i possibili incubi che questa opzione si porta con sé.

Si dirà: sì, e se Draghi va al Quirinale chi tiene in riga il governo nell’anno più importante per l’implementazione del Pnrr e per la riscrittura del Patto di stabilità? Facile: un presidente del Consiglio teleguidato da Draghi e un Quirinale che con un Draghi in pista potrebbe permettere all’Italia di passare velocemente da una Seconda a una Quinta Repubblica. Si dirà: sì, vabbè, e se Draghi va al Quirinale chi va a Palazzo Chigi? E soprattutto: chi potrebbe mettere ancora insieme una grande coalizione come quella che ha oggi l’Italia? Forse nessuno, chissà, o forse, in fondo sempre di sogni parliamo, un ministro o una ministra europeista di Forza Italia, che la Lega non avrebbe difficoltà a votare e che forse persino il Pd e il M5s potrebbero accettare di non osteggiare in cambio di un governo magari un po’ ritoccato, in cambio di una legge elettorale proporzionale e in cambio, chi lo sa, di un possibile ridisegno europeista della destra italiana. Si dirà: sì, vabbè, e se Draghi va al Quirinale poi chi ci andrà a Palazzo Chigi al prossimo giro? E si dirà: davvero vogliamo rinunciare alla possibilità di avere ancora per un anno un premier come questo e di avere poi magari per altri cinque anni un premier come quello attuale che non può non essere scelto da chiunque andrà a vincere le elezioni al prossimo giro?

Tesi suggestiva, interessante, un altro sogno, ovvio, e come tutti i sogni merita un diritto di cittadinanza, ma a differenza del nostro sogno, quello di avere un Draghi al Quirinale, il sogno di avere un Draghi a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura appartiene più che alle categorie oniriche a quelle degli allucinogeni. Davvero qualcuno pensa che Draghi possa correre alle elezioni? Davvero qualcuno pensa che possa nascere un partito competitivo per Draghi? Davvero qualcuno pensa che in caso di vittoria del centrodestra alle elezioni due partiti sovranisti possano scegliere di farsi rappresentare al governo da un leader non sovranista? E davvero qualcuno pensa che di fronte alla possibilità di avere per sette anni sicuramente un Draghi alla guida delle istituzioni possa valer la pena di correre il rischio di averlo solo per un anno e poi chissà? D’accordo, lo abbiamo detto. Quando si sogna non si bada più di tanto ai numeri in Parlamento, agli equilibri tra le coalizioni, alle dinamiche delle correnti, ai calcoli dei leader, ai giochi dei semi leader, alle ambizioni dei partiti. Ma, se di sogni parliamo, c’è davvero ancora da discutere su cosa potrebbe voler dire per l’Italia, per la sua credibilità, per la sua affidabilità, per la sua fiducia sul futuro, per la sua abilità nell’alimentare il rimbalzo, per la sua capacità di attrarre capitali, per la sua predisposizione ad arginare gli estremismi, passare dalla Seconda alla Quinta Repubblica scegliendo come inquilino del Quirinale l’uomo che ha disegnato via Recovery i piani dell’Italia dei prossimi anni? Il tempo ancora c’è, gli ostacoli non mancheranno, l’agenda Tafazzi potrebbe nuovamente prendere il posto dell’agenda Giavazzi, ma intanto sognare si può. Lasciatecelo fare, grazie.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.