Con Draghi la politica non è più una scienza esatta

Claudio Cerasa

Come può essere compatibile il trionfo planetario dell’esperienza del presidente del Consiglio con la prospettiva di una vittoria elettorale dei partiti più distanti dall’agenda del presidente del Consiglio

La politica è una scienza esatta ma ogni tanto non ci si capisce nulla, o quasi, e in alcune occasioni, occasioni come queste, l’esattezza della scienza lascia il posto a una serie di variabili impazzite, ad alcune dinamiche spassose che rendono la politica più misteriosa e più stravagante del solito. E se si ha la pazienza, e anche l’ironia, di osservare per un istante e con un po’ di distacco le pazze traiettorie della nostra politica, quella politica immersa con entusiastico affanno nell’èra draghiana, si avrà la netta impressione di ritrovarsi di fronte a qualcosa che ogni tanto proprio non torna. Ma come, ci si chiede, Draghi è il leader più popolare che c’è, il governo è il migliore che si potrebbe avere, i populisti hanno alzato bandiera bianca, l’Europa finalmente funziona, Trump si è finalmente tolto dalle scatole, il lepenismo non sembra avere futuro, Bannon ha smesso di frequentare i nostri conventi, l’anti europeismo è stato schiacciato sotto i colpi delle fucilate di euro distribuite dall’Europa attraverso il Recovery eppure, nonostante tutto questo, nonostante il formidabile ritorno della competenza, nonostante il magnifico crollo delle istanze anti sistema, a poco meno di un anno e mezzo dalle prossime elezioni, in Italia la situazione è quella che sappiamo ed è una situazione più simile a uno stato di semi panico che a uno stato di eccitazione permanente.

E il punto è drammaticamente e clamorosamente e inquietantemente noto: come può essere compatibile il trionfo planetario dell’esperienza Draghi con la prospettiva forse imminente ma chissà di una vittoria elettorale dei partiti più distanti dall’agenda Draghi? La politica è una scienza esatta ma spesso non ci si capisce nulla. Prendete Matteo Salvini, per esempio. Dicono, diciamo, che Salvini non ne azzecca una, che la Lega non tiene una posizione per più di mezz’ora, che il partito è diviso, che il salvinismo è andato, che il nord è furibondo, che Giorgetti è furioso, che i governatori remano contro e poi però, da mesi, ti ritrovi il partito di Salvini in cima a quasi tutti i sondaggi, che se la batte con la Meloni. Prendete poi la stessa Giorgia Meloni, per esempio. Dicono, diciamo, che Draghi è la figura più popolare d’Italia, il leader che tutta l’Europa ci invidia, il tecnico che tutto il mondo rispetta, il premier che tutti aspettavano da anni e poi quando guardi i sondaggi, sondaggi che come avrete fatto caso da mesi ormai si limitano a notare spostamenti dei consensi quasi inesistenti, da prefisso telefonico, più 0,6, meno 0,2, più 0,0, ti accorgi che l’unico partito che cresce, che migliora, che guadagna consensi è proprio l’unico che ha deciso di restare fuori dal governo: la Ducia!

 

Prendete Enrico Letta, poi. Dicono, diciamo, che Letta spesso sembra non azzeccarne una, che le sue priorità non sembrano essere quasi mai le priorità dell’Italia, che le sue battaglie sulle tasse sembrano essere fatte apposta per terrorizzare l’Italia, che il suo partito è riuscito genialmente a regalare l’agenda Draghi alla destra più becera, che il suo Pd sembra essere incapace di costruire con il M5s un rapporto di non sottomissione e poi però, con realismo e stupore, ti guardi in giro e scopri che il partito più martoriato d’Italia, quello che ha subìto due scissioni in due anni, quello che si sarebbe venduto la mobilia pur di non perdere il Conte ter, quello preso a male parole da tutti i suoi ex segretari, è lì pronto a rifilare agli avversari un possibile quasi cappotto alle amministrative. Prendete poi Giuseppe Conte, descritto dai suoi sostenitori come uno dei leader più popolari d’Italia, che mentre è lì, insieme ai suoi portavoce e ai suoi follower, a misurare la sua forza sui social e mentre è lì che ogni settimana osserva sugli schermi dei tiggì alcuni sondaggi incredibili, considerati i danni combinati in questi anni dai Cinque stelle che hanno scelto di affidare la leadership del M5s a Giuseppe Conte anche per far dimenticare un passato dei grillini poco presentabile, mentre Conte è lì che gongola e che sogna in grande il suo M5s, alle prossime amministrative, ha scelto per prudenza di farsi da parte, praticamente di non esserci, tranne a Roma, e di non gareggiare.

Prendete poi lo stesso Matteo Renzi, il mattatore di questa legislatura, il metronomo del Parlamento, colui che ha avuto un ruolo decisivo nella nascita di tutti i governi di questa legislatura, che mentre pensa a come diventare mattatore anche della prossima partita importante, quella del Quirinale, mentre conta i parlamentari che, insieme con altri partiti, proverà a coordinare in vista delle nebbie del Colle, è lì che si ritrova a fare i conti ogni giorno con sondaggi e risultati elettorali non esattamente eccitanti e non esattamente all’altezza di un istinto politico unico riconosciutogli ormai anche dai più acerrimi avversari. Stessa storia, se vogliamo, per il Cav., per Berlusconi, che mentre spera, romanticamente, di trovare una strada impossibile per arrivare al Quirinale, il Cav. sa che non ha possibilità e anche per questo ci crede da matti, e mentre fa i conti ogni giorno con attestati di stima che gli arrivano da ogni dove, da destra, da sinistra, dal centro, è anche lì a fare i conti con un partito che nonostante tutto non si scolla dal 7 per cento.

 

La politica è una scienza esatta ma ogni tanto, per fortuna, se si guardano i sondaggi e li si mettono in relazione con ciò che combinano i partiti, non ci si capisce molto, e ciò che si capisce riguarda unicamente una dinamica che forse, questa sì, i partiti dovrebbero iniziare a considerare con più intelligenza: e se la stasi e la pazzia della politica di oggi fossero legate anche al fatto che nessuno dei partiti che ogni giorno offre il suo voto a questo premier in Parlamento ha compiuto quel passetto necessario per diventare l’interprete della nuova stagione di responsabilità, di solidarietà, di resilienza, scusate la parola, che sta vivendo l’Italia? Le variabili impazzite della politica sono molte, mai quanto oggi, ma finché i partiti che si trovano al governo non scioglieranno questo nodo sarà difficile passare dalla stagione dell’improvvisazione a quella della razionalità. Che spasso intanto.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.