ANSA/ETTORE FERRARI 

l'esito del voto

Non è il fascismo il nemico del ddl Zan

Claudio Cerasa

Il colpo subìto dalla legge non nasce a causa di un complotto, ma di due guai che il Pd e Fedez dovrebbero studiare: le leggi bandierine e il rischio di lasciare ai magistrati l’interpretazione delle parole

Le ragioni che hanno portato il centrodestra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni ad affossare il ddl Zan sono ragioni che hanno poco a che fare con le questioni di merito e sono invece ragioni che hanno molto a che fare con la tattica, la furbizia e la propaganda politica. Salvini e Meloni considerano impellente il rischio che vi sia una dittatura gay pronta a dominare il mondo e le motivazioni che hanno spinto il centrodestra sovranista a votare contro il ddl Zan in fondo sono simili a quelle che hanno spinto il centrodestra a diffidare del green pass: di qua c’è il no alla dittatura gay, di là c’è il no alla dittatura sanitaria. Salvini e Meloni, come spesso capita, sono due impostori professionisti nella disciplina della finta difesa della libertà, ma da qui a trasformare, come ha fatto il Pd, l’adesione al ddl Zan in una cartina al tornasole – l’ennesima – utile a identificare i veri nemici del fascismo, ce ne passa.

Non è così almeno per tre ragioni diverse. La prima è squisitamente politica e riguarda il modo in cui il Pd ha scelto di condurre questa battaglia, invocando una mediazione con il centrodestra solo pochi giorni prima del voto in Senato. Una mediazione che non si è trovata non solo per mancanza di volontà da parte del centrodestra ma anche per mancanza di volontà del Pd. La cui linea, su questa legge, è sempre stata quella esposta mesi fa, con sincerità, dal senatore Zan a questo giornale: “meglio nessuna legge che una legge decapitata. La bandierina ha senso se resta intatta, se resta immacolata, e d’altronde una volta trasformata una perfettibile legge sui diritti in un caposaldo imprescindibile della democrazia italiana (questo è quello che di solito succede ai partiti quando si sceglie di cedere la propria linea politica agli influencer alla Ferragnez) si capisce che il ragionamento del Pd  tenga bene: dire sì al ddl Zan significa essere antifascisti, dire no al ddl Zan significa essere antidemocratici e qualsiasi compromesso con i nemici dell’antifascismo non può che diventare un cedimento alla dittatura del pensiero fascista.

 

Ma è davvero così? Non c’è dubbio, come abbiamo avuto già modo di scrivere sul nostro giornale, che tra coloro che non vogliono il ddl Zan vi siano anche persone che considerano del tutto inutile e persino sbagliato occuparsi della difesa di alcuni diritti (omotransfobia) ma il punto che gli integralisti dello Zan tendono a trascurare da mesi è che tra coloro che mostrano diffidenza nei confronti di questo ddl vi sono anche persone che si preoccupano di un punto diverso: il rischio di trasformare una legge costruita per difendere alcune libertà in una legge destinata a offendere altre libertà. Il senatore Zan, ieri, ha commentato a caldo la decisione del Senato di approvare le pregiudiziali sul ddl Zan che hanno bloccato l’iter della proposta di legge definendo il passaggio politico come “una pagina nera per la democrazia”. Ma come ha avuto modo di dire sempre a questo giornale il senatore del Pd la questione centrale del ddl Zan era quella non tanto di introdurre delle norme nuove quanto di “instillare nelle persone un atteggiamento di prudenza”. E il punto è proprio questo. L’obiettivo di proteggere la popolazione da qualsiasi tipo di offesa alla persona (questione numero due) è una prerogativa contenuta all’interno di una serie di norme che già oggi permette ai giudici, grazie a ciò che prevede il nostro ordinamento, di punire il reato di diffamazione aggravata. E le sanzioni severe relative ai delitti contro la vita, i delitti contro l’incolumità personale, i delitti contro l’onore, i delitti contro la personalità individuale, i delitti contro la libertà personale, i delitti contro la libertà morale (come la violenza privata e la minaccia) e anche gli atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) sono ben presenti nel nostro ordinamento.

Il difetto del ddl Zan, in questo senso, era quello di lasciare al giudice di turno il compito di stabilire, caso per caso, il confine tra una condotta legittima e una esternazione che possa essere interpretata come atto discriminatorio. Ma è evidente (questione numero tre) che di fronte a una legge che lascia ai magistrati l’interpretazione delle parole si ponga un problema relativo ai confini della libertà d’espressione. Domenico Pulitanò, avvocato ed emerito di Diritto penale all’Università di Milano Bicocca, in un intervento pubblicato a luglio sulla rivista giuridica Giurisprudenza penale ha affrontato in modo puntuale questo problema. “Il divieto penale di commettere atti di discriminazione  deve intendersi riferito a comportamenti materiali; non a manifestazioni espressive. Non rientra nella fattispecie atti di ‘discriminazione’ l’espressione di giudizi. Le norme penali (anche l’art. 604 bis) distinguono chiaramente fra atti materiali vietati e l’istigazione a compierli. Nuova fattispecie di reato d’espressione, nel ddl Zan, è l’istigazione a commettere atti di discriminazione. Le norme penali della ben intenzionata legge Zan, correttamente interpretate, possono essere dunque ragionevolmente difese per la loro valenza simbolica, sull’affidamento che non ne siano fatte forzature applicative.

Ma la linea di fondo delle politiche legislative penali dovrebbe andare in una direzione ben diversa: non una messa in scena di ideologie e concezioni identitarie, non l’attribuzione al penale (al più penale) di una salvifica centralità, ma al contrario una politica di superamento della centralità del penale”. I nemici della legge Zan, dunque, non sono i nemici della democrazia, ma sono coloro che hanno colto l’occasione di questa legge per alimentare un sentimento di intolleranza verso chi si è permesso di esprimere dubbi su una battaglia legittima trasformata in una semplice bandierina. Le intenzioni erano giuste, ma la legge no. E se il Pd e la Lega lo vorranno una mediazione, tra qualche mese, sarà ancora possibile. La democrazia non è finita ieri. Forza e coraggio.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.